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mercoledì 7 ottobre 2015

Elenco delle mancanze

Mi manca la libertà delle parole. 
Quella libertà di poter dire quello che si vuole, quando si vuole.
Mi manca il sarcasmo, il politicamente scorretto.
Mi mancano i ricordi che qualcuno ti ha regalato e poi si è ripreso con forza come se fossero solo suoi.
Mi manca dargli un bacio per strada, senza pensare a chi ci sta guardando.
Mi mancano le serate da passare seduta per terra, con una Peroni da 66, e qualcuno che parla di cinema.
Mi mancano le passeggiate fino a Piazza Istria, a schiacciare le foglie gialle.
Mi manca la dolcezza di una mano che ti accarezza il collo che non è fuoco e passione, è proprio la tenerezza di sentire che non sei sola. 
Mi mancano le email lunghe.
Mi manca la speranza del tutto andrà bene.
Mi manca scrivere su questo blog senza l'angoscia e il peso dell'ennesimo post che parla di perdite e dolore. 
Mi manca la fiducia.
Mi manca l'odore del cocco.
Mi manca la gelateria a Via Emilia a Reggio Emilia. 
Mi manca la danza. 
Mi manca leggere un bel libro che fa piangere.
Mi manca la piazza con i leoni perché ho una foto e ogni tanto la riguardo e penso che è bella. 
Mi manca tornare a casa un po' ubriachi, finire sul letto a fare l'amore, svegliarsi tardi il giorno dopo.
Mi manca la spensieratezza di qualche anno fa.
Mi manca farmi tante foto come facevo prima quando nessuno (nemmeno io) avrebbe mai pensato di tirare in ballo la vanità o l'egocentrismo estremo. 
E mi mancano le foto soprattutto perché tra qualche anno vorrò ricordarmi com'ero, cosa facevo, con chi stavo e non avrò più memoria e neanche le foto mi verrano in soccorso. 
Mi manca la passione che mettevo in tutto quello che facevo.
Mi mancano le persone che sanno ancora scrivere "mi manchi" e non quel generico e poco specifico "manchi". 
Mi manca la gente che non si lascia trascinare dal vento come le bandierine.
Mi mancano così tante cose che poi anche un aereo diventa la cosa più vicina a un'idea di felicità. 

lunedì 16 marzo 2015

Codice 1


C'era il sole l'altro pomeriggio a Roma.
E no, non sta diventando un blog sul meteo. O forse sì. 
C'era il sole e mi sono sentita libera di non fare nulla se non guardare i bambini che giocano a pallone, si strappano i pantaloni, s'insultano.
Mi sono sentita libera di sdraiarmi al sole, con la musica nelle orecchie, e i cani che mi correvano vicini.
C'è che in questo periodo mi voglio bene. Davvero.
Fanculo a quello che devo e che non devo fare, a quello che posso e non posso dire, agli obblighi verso terzi, agli inchini e alle giravolte per fare bella figura.
C'è che sì, porca troia sì, mi voglio bene come una che si è annientata e costruita da sola, come una che ha pianto mille volte senza chiedere aiuto, come una che la notte non ha dormito mai mai mai. 
Dormo, adesso dormo. 
Verso l'una, o al massimo le due, mi metto a letto e dopo la buonanotte so che posso dormire almeno fino a quando la luce non farà capolino nella stanza. Che è sempre troppo presto.

Mi ascolto molto e ho imparato che c'è una differenza enorme tra il volersi bene e l'essere egoisti e che, soprattutto, prendersi cura di se stessi non vuol dire essere presi di sé.
Mi voglio bene anche se non mi concedo mai, anche se non riesco mai a dire grazie senza abbassare gli occhi a terra, anche se non riesco a farmi abbracciare senza morire di imbarazzo.
Sono così, «una di quelle che si fa la sua vita mentre tu ti fai la tua.», dicono.
Poco fisica, dicono. 

Non esco mai il sabato. Per scelta. Cerco di evitare feste, discoteche, aperitivi, prendiamociunabirraincentro. Perché che ne sapete voi di quanto mi piaccia molto di più fare una doccia, mettere qualcosa di comodo, bere un tè e guardare un film. 

Passo molte tempo da sola e in silenzio a coltivare pensieri. A mettere le doppie spunte agli obiettivi che mi sono data. Pure se irraggiungibili. 

È questione di guardare tutto quello che ti succede, tutto, dalla giusta prospettiva. A dare delle priorità. A darsi delle grosse pacche sulle spalle quando inizia lo scoramento. 

Le malattie. Google. La misericordina della signora bionda. Le parole scientifiche che non capisco. I termini medici che sto imparando. Quelli che fanno le vittime. La gente negativa. Le torte che vorrei imparare a fare. Il panico che mi viene certe sere. Le persone che non riesco a guardare negli occhi. Il raffreddore che non passa da Dicembre. Tutti quelli che non posso vedere finché non passa il raffreddore. Ogni settimana dalla dodicesima a oggi. 

La tua voce al telefono. 

Il mio posto nel mondo. 

È tutta una questione di darsi un codice d'importanza. 
E io al primo posto, pure prima delle ricerche di Google che non mi renderanno più utile alla causa, ho messo la mia, la nostra, serenità.

lunedì 28 luglio 2014

L'unico sogno che ho



Che cosa lo scrivo a fare che mi sento persa e senza un posto nel mondo? 
C'è bisogno davvero di scriverle queste cose?

Sentirsi a casa ovunque e da nessuna parte.
Sentirsi parte di qualcosa ma di niente in particolare.

Quest'anno non ho soffiato neanche una candelina, neanche un accendino acceso.
Che io, poi, in fondo, neanche ci tengo. 
E comunque, questo conto pari un po' non lo sopporto.

L'avere aspettative è una merda e io ogni volta dico che la smetto di aspettarmi qualcosa, un invito, una sorpresa, un sorriso, e dico che non pretendo niente e, in effetti, io non pretendo niente però ho quelle aspettative che poi finiscono sempre nel cesso. 
La mia vita è fatta di pensieri piccoli per la gente che ho intorno. 
Un messaggio, un cuore, un mazzo di fiori, una sorpresa, una lettera, un abbonamento premium a spotify, un treno preso al volo, un aereo prenotato qualche giorno prima, il piccolo principe illustrato e con dedica in prima pagina.
Solo che, a quanto pare, solo la mia vita è fatta di pensieri piccoli perché gli altri, la vita degli altri, è fatta di cose che io neanche so.
E io, dagli altri, la devo smettere di aspettarmi qualcosa.
Che ne so un cuore, un invito a cena, un esci fuori che sono qua davanti casa tua.

La vita in questo periodo in cui non ho un posto del mondo e faccio la vagabonda per l'Italia, zaino in spalla e reflex da qualche parte anche perché non è mia, mi sta insegnando che non devo fare domande ma pensare che nessuno ha voglia di stupire nessuno, che ciò che è importante per me non è detto che lo sia davvero.
Ho imparato che tutto si risolve dicendo: sono fatto così o non posso farci niente.
E non le uso le virgolette, o come si chiamano, che ci ho fatto una discussione che è durata una serata su quali sono le virgolette da utilizzare quando si deve citare qualcosa.

Mi sono rotta il cazzo.
Di me stessa, soprattutto.
Del senso d'inadeguatezza, delle aspettative, delle illusioni, dei sogni e delle speranze.

Ecco, io, in questo periodo, l'unico sogno che è ho è di rinascere con gli occhi verdi.
E vaffanculo al resto.

lunedì 17 febbraio 2014

Tu chi sei?


Mi affaccio dalla finestra.
Penso all'anno scorso, all'ansia che avevo addosso mentre guardavo quel panorama che ti toglieva l'aria.
Penso che mi guardavi e mi stringevi un fianco.
Ero troppo impegnata ad avere paura, per accorgermi che poteva anche andare bene così.
Guardo dalla finestra.
Ti sento ridere.
Non la sopporto quella risata.
Guardo dalla finestra, c'era il sole fino a qualche minuto fa e poi sono arrivate le nuvole.
C'è un gabbiano, ci sono i tetti delle case, c'è un terrazzo bellissimo con l'edera.
Ci sono io che mi tocco i capelli mentre entri tu nella stanza.
Saluti frettolosamente, rispondo con un ciao. Fine.

Eppure, quello lì non è quello che ho conosciuto io.
Oppure è la me di ora che non è quella che hai conosciuto tu.
Eppure, mi servirebbe una ragione sola per capire dove ho sbagliato, se ho sbagliato.

Ho bisogno di qualcuno a cui dire che il libro fa schifo, che il film invece mi ha fatto piangere un sacco, che Roma di sera è un sogno.
Ho bisogno di avere la certezza che se non ci sei non è per qualcosa che ho fatto io.
Ho bisogno di sapere che non ho rovinato tutto io, come sempre.

Ogni tanto ti leggo. Prima era sempre, ora ogni tanto così ho meno pensieri.
Hai scritto una frase, ho pensato: parla di "noi". Ha fatto male.

Fingo di non conoscerti abbastanza di fronte la gente, faccio spallucce quando qualcuno mi parla di te. Perché? Non lo so.
Hai la stessa delicatezza quando ti parlano di me oppure fai come fai con tutti e dici "che rompi coglioni questa" come se io non t'avessi chiesto scusa, per favore, ogni volta?
Ho cercato di stare sulle punte tutto il tempo quando entravo nella tua vita, neanche un errore, una sbavatura.
Ancora tengo i pensieri che mi hai regalato gelosamente custoditi da qualche parte nel mio corpo. Anche a scriverli qui, che nessuno li troverebbe mai, mi sembrerebbe di farti un torto.
Mi spieghi perché io ti voglio ancora così bene, di un bene senza senso, e tu non riesci neanche a parlarmi?

Lo sai che mi manca, più di tutto?
Tu che m'abbracci. Come a fine Maggio, quando appena arrivata mi hai abbracciata stretta e mi hai detto che eri felice di vedermi.
Ecco, mi manca lui non tu.
Tu chi sei? Lui dov'è?



 "Qual è il grado di dolore che riesci a sopportare prima di fermare l'esecuzione e chiedere soccorso a me, che non ti do un motivo ancora per restare..
Cerca un modo per difenderti, una ragione per pensare a te.
(Lasciarsi un giorno a Roma - Niccolò Fabi)"

martedì 14 gennaio 2014

Un'isola


La bionda, di là, studia inglese e ride mentre l'altra le urla contro che c'è Gabriel Garko alla tv che secondo lei è l'uomo più bello del mondo e quindi diventa scema a guardare tutte le fiction che ci propina la tv (e dove lui, di solito, recita da vero cane).
Io domani ho un esame e neanche un po' d'ansia.
Non ho studiato molto ma oh, l'ansia non ce l'ho, che ci posso fare?
Tant'è che invece di ripassare mi è venuta una gran voglia di scrivere. Cosa? Non lo so.
Io domani al professore gli parlo di me che sul libro c'è scritto che la modernità ha rovinato tutto, siamo più soli e meno consapevoli, siamo travolti dalle cose e più estranei e poi c'è il sesso che livella tutto.
No, non credo ci sia scritto esattamente questo ma sono le poche cose che ricordo.
Io domani gli dico che non sono sola, che ho degli amici belli come pochi, che ho una famiglia e una casa.
Gli dico che al massimo mi isolo, quello sì.
Sono nata in un'isola e io sono un'isola. Mi faccio toccare dalla gente come il mare tocca la Sicilia, mi faccio modificare ma in minima parte che per cambiarmi ci vorrebbero gli anni che non vivrò mai. 
Gli dico che ho prenotato un treno e che spero di prenotarne tanti quest'anno. 
L'isola vuole spostarsi e vuole vedere.
Non che non mi basti Roma ma qui mi manca la gente da abbracciare e io dopo un po', anche se sono un'isola, ne sento un bisogno impellente.
Ma è perché sono qui da poco o perché sono già grande per crearmi rapporti importanti?
Sto pianificando un'intera settimana da passare da sola qui a casa, mentre la bionda e l'altra tornano a casa.
Mangerò schifezze e studierò e così per sette giorni. 
Sembra la vita di un'anziana signora e non quella di una studentessa appena trasferita in una grande città. Ma che ci posso fare se mi hanno fatto vecchia?
Da mesi non aspetto chiamate, messaggi, non apro email con il cuore alla gola. Non c'è nessuno a cui pensare, nessuno da desiderare quando sono sola in questo letto troppo grande.
Sono vecchia dentro mi sa.
Che ci posso fare se non ci trovo niente di bello nel flirtare o nello scopare con gente che hai appena conosciuto? Non so come facciano alcune a farselo andare bene.
Sabato si avvicina una macchina, fischiano. Io e la bionda continuiamo a camminare.
Volete un passaggio, ci chiedono.
No, grazie.
Insistono.
No, grazie. E vanno via.
Rido.
Ma adesso si corteggiano così le donne?
Sì? 
Sono vecchia.

venerdì 22 novembre 2013

Ti volevo dire


Anche se un po' mi manchi, anche se io ci vedevo del buono in questa cosa, anche se tu mi sapevi di buono: di cornetto alla crema con lo zucchero a velo, di pomeriggi sdraiati su un prato, di librerie piene di pagine ingiallite, di sogni e di orizzonti.
Tu eri il buono di questa cosa. Ti ho idealizzato? Può darsi.
Mi sai ancora di buono. Anche quando mi viene da crollare, da franare come la terra quando piove tanto. Ecco anche in quei momenti penso che sai di buono come l'acqua fresca dopo tanto sole o come la pioggia dopo la siccità estiva.
Io, probabilmente, con te ho sbagliato tutto e ti ho fatto vedere il peggio. Io, probabilmente, non so di buono come te perché ogni tanto tremo come la mia terra, ogni tanto mi lascio andare alle scosse, ogni tanto anzi spessissimo sono preda delle mie insicurezze.
Però, forse, ne sto uscendo.

mercoledì 20 novembre 2013

D.


Attraverso la strada e non guardo mai nè a destra nè a sinistra. Non che non me l'abbiamo insegnato, anzi. 
La mano destra è quella con cui scrivi, a destra c'è la porta e anche il muro con appese le lettere dell'alfabeto, A come Ape, B come Birillo, C come Cane. A sinistra c'è la finestra e fuori dalla finestra c'è la strada e su quella strada, sempre a sinistra, c'è il papà di Paolo che di mestiere fa quello che aggiusta le macchine.
Comunque, io la strada, quando attraverso, non la guardo mai, anche se le maestre mi hanno insegnato e ancora mi ricordo. 
Quindi, finisce sempre che qualcuno mi tiri per il braccio.
Mi trattengono mentre loro controllano che si possa attraversare, poi dicono che sì, ok, si può. 
Tipo, l'altra sera è stata la mia coinquilina. Un po' prima era stato qualcun altro.
Ed è una cosa che in fondo, ma non l'ammetterò mai, mi piace. 
Mi piace pensare che, nonostante tutto, ci sia qualcuno che si preoccupi non di me ma per me.
Io penso che sia un gesto d'affetto puro. Incontaminato.
Perché le persone così mi danno lo spazio di essere fragile, di piangere un po', di essere distratta dalle luci, di pensare un po' meno.
Ultimamente cammino per strada e penso sempre che mi manca qualcuno che mi ripeta che sono brava.
Sono in equilibrio su questo filo e basta un niente perché io cada e mi faccia male. Mi guardo intorno e non c'è nessuno, eppure penso che basterebbe che ci fosse qualcuno a destra o a sinistra (che so riconoscere) a dire: "brava, continua! Un passo alla volta. Brava. Stai facendo bene, non ti fermare".
Mi sento come quelle ballerine da carillion che la gente carica, carica, carica e poi fa girare con  una musica insopportabile in sottofondo.
Con quel sorriso irritante sul volto.
Che vuol dire? Non lo so.
Non so un sacco di cose. A lezione ho scoperto che è un bene.
Mi faccio molte domande ultimamente e, di solito, le faccio a me stessa.
Mi hanno detto che restare è difficile tanto quanto andarsene. Stronzate.
Restare è comodo, è facile, è un modo per tenere a bada i sensi di colpa e accarezzare l'abitudine.
Andarsene è doloroso, straziante, liberatorio, bellissimo. In ordine, così come li ho scritti.
Lasciare a metà qualcosa non so com'è, non ne sono capace con i libri, con i film, con le serie tv, figuriamoci con le persone. Non so come facciate voi a sopportare questi rapporti intermittenti che si accendono e si spengono come le luci di Natale, che hanno già montato alla Coin vicino casa mia.
Ci sono, non ci sono, ci sono, non ci sono, ora sì, ora no, ora ti amo, ora forse non lo so.
Voi persone così siete assurde, egoiste, insopportabili.
E probabilmente, voi persone così, non capirete mai la dolcezza di qualcuno che si ferma per strada per controllare che non passino macchine o, che ne so, qualcuno che ha il doppio dei tuoi anni e potrebbe essere tuo padre, ma ti manda un sms al giorno per sapere come stai, se hai mangiato, se stai studiando.
Non capireste mai il bisogno di camminare su un filo lungo e in bilico solo per sentirsi dire brava, perché per voi sarebbe un modo per piangersi addosso e invece è solo bisogno di certezze e di presenza.
Ho molti dubbi in questo periodo, talmente tanti che ne dimentico un paio al giorno.
So quante kcal ha un Crispy Mcbacon, so che la mattina a lezione arrivo tardi anche se mi sveglio prestissimo, so che questa è la vita che voglio e so che sono felice di aver rischiato.
So che mia cugina mi ha comprato un rossetto fucsia perché secondo lei mi starebbe bene e io quando me l'ha detto mi sono sentita una bambina a cui regalano la prima trousse.
Ho dei dubbi sul PD, sul Papa, su Barbara D'Urso che con la faccia contrita intervista minorenni , sui miei punti neri, sulla gente che si sposa perché andarsene e lasciare tutto sarebbe troppo complicato, sul blu e il nero accoppiati insieme, su quelli che dicono che ti amano e poi la sera scopano un'altra, su quelli che dicevano "ti adoro" e poi ti trattano di merda.
Mi faccio molte domande, mi rispondo sorridendo, non mi piango addosso. Non piango proprio perché non mi ricordo più come si fa. C'è un bottone da qualche parte per attivare la lacrimazione?
Non dormo più.
Desidero qualcuno che rinunci al giubbotto per darlo a me perché ho freddo, che guardi le macchine che passano prima di farmi attraversare, che mi stringa forte tutte le notti che qui ci sono i tuoni che fanno tremare le finestre e io ho paura.
Desidero qualcuno che sappia esserci e che risponda alle mie domande.
Desidero che è un'altra bella parola che inizia per D.
Dubbi.
Desidero.
Dormo (speriamo).

(Sono quasi le 3. Il post non lo rileggo. Probabilmente non ha neanche senso.
Scusatemi.)

martedì 16 luglio 2013

Vivi


Ho delle foto da togliere dalle pareti ma non ce la faccio. Sono lì  e mi guardano tutti i giorni, quando mi sveglio e quando mi addormento. Sono lì e non dovrebbero più esserci.
Ho dei pensieri per la testa: quelli che non lasciano spazio ai punti. Sono delle virgole continue e difficili da spiegare alla gente perché si annoierebbe, perché le mie fragilità sono mie mica loro.
Ho dei libri da leggere, me ne regalano molti e non sanno quanto bene (mi) fanno.
Ho delle storie da ascoltare, da raccontare, di cui innamorarmi, per cui emozionarmi. Come l'anziano signore che ieri mi raccontava della sua vita, del carro tirato a mano quand'era in Toscana, della bellezza di Lucca, dell'efficienza di Modena, dei nipotini a Roma.
Ho il cinismo insito in me, come una malattia che scava e scava e poi fa i buchi nello stomaco. Un cinismo che è una difesa, che rende forti ma debolissimi allo stesso tempo. Che ti svuota l'anima e neanche te ne accorgi.
Ho dei sogni che sono degli incubi e la mattina mi sveglio con l'ansia di qualcosa che non è mai successo e mai succederà. Sento la sua mancanza ma la rispedisco indietro come un boomerang perché non voglio più averti tra le mie cose e nelle mie giornate.
Ho delle domande da fare a cui nessuno da' le risposte.
Ho degli scatoloni da preparare:  vita da prendere e chiudere con del nastro adesivo.
Ho una nipote che dice: "che sseei bbella".
Ho delle amiche che danno la colpa alla luna calante quando le cose mi vanno di merda.
Ho una nausea continua, anche in questo momento.
Ho molta voglia di scrivere ultimamente.

Io non lo so che cos'è quest'irrequietezza che mi porta a vedere il nero nelle cose e poi il rosa e poi il nero e poi il rosa.

E' come essere due persone in una: la prima vorrebbe abbracciare il mondo, la seconda lo vorrebbe sfanculare tutto per intero.
Mi sento incompleta e non sono sicura che partire mi completerà davvero.
Ma intanto, come fai a saperlo se non lo fai?
Io me lo chiedo spesso: come si fa a restare vivi?
Non vivi con il cuore che batte.. quello, su per giù, so come funziona.
Vivi con una testa pensante. Vivi senza farsi trascinare dai brutti pensieri. Vivi.
Come?

sabato 29 giugno 2013

Le favole al contrario


Non lo voglio sapere quando è amore. No. 
Voglio sapere quando non lo è.
In fondo, ho sempre fatto confusione. 
Ho pensato di essere innamorata e non lo ero, ho pensato di amare e poi forse chissà. 
Allora, ditemi quali sono i segni di un non amore e come si gestisce.
Che se io non ti amo e non ti stimo e non ti voglio, tu per me non esisti.
Nel non amore c'è libertà. La libertà di essere me stessa, di non doverti piacere per forza, di ridere quando mi va e di non sentirmi scema se tu non mi capisci.
Nel non amore, io posso dirti di lasciarmi in pace quando voglio stare sola, perché se ti amassi ti vorrei lì proprio in quei momenti. 
Nel non amore, posso chiederti di essere assolutamente sincero con me e non mi offenderei mai. Tu mi dici che con quel vestito, con quei capelli, con quegli occhiali sono un cesso e a me scivola. Se ti amassi, m'importerebbe quello che pensi di me e tutto sarebbe falsato in un fare per ricevere approvazione.
Il non amore non è poi così male come dicono. Se io non ti amo e tu non ami me, se io vivo senza di te e tu anche, non abbiamo davvero "bisogno" l'uno dell'altro. 
Che io non voglio avere bisogno di nessuno. Voglio avere bisogno di me stessa ed è una cosa su cui sto lavorando e non so se ci riesco.
Tanto, poi, anche se fosse amore finirebbe comunque, prima o poi. E allora, tanto vale, cominciamo dal non amarci. Stiamo insieme perché così non siamo soli. Stiamo insieme perché la gente che ti vede sola pensa che tu sia infelice per forza (che poi anche no, ma chi glielo spiega?).
Non amiamoci che è più facile. Non innamoriamoci che è anche meglio. 

E non lo so perché scrivo queste cose adesso, ma ci penso da ieri e a qualcuno dovevo dirlo. 

lunedì 22 aprile 2013

Se io fossi stata un'altra..


Se io fossi stata un'altra, sarei entrata in quella "casa" e al tuo abbraccio avrei risposto con un altro abbraccio ancora più stretto. In fondo, era quello che volevo.
Se fossi stata un'altra, alle tue provocazioni avrei risposte con domande precise, piuttosto che con sorrisi imbarazzati.
Se fossi stata un'altra, ti avrei invitato alla finestra e ti avrei chiesto di guardare insieme, perché una bellezza così è troppo per due occhi.
Se fossi stata un'altra, mi sarei avvicinata un po' di più anche io. Avrei preso la tua mano, che era attorno ai miei fianchi, e ti avrei chiesto di restare così per qualche giorno. Per sentirti vicino. Per sentirmi meno sola.
Se fossi stata un'altra, avrei giocato di più.
Se fossi stata un'altra, avrei appoggiato la mia testa alla tua spalla e ti avrei chiesto il perché di tutto il silenzio di questo mese.
Se fossi stata un'altra, ti avrei chiamato e ti avrei chiesto di raggiungermi perché un sole così è un peccato goderselo da soli.
Se fossi stata un'altra, alle tue frasi avrei risposto con un "dimmi dove sei che ti raggiungo adesso".
Se fossi stata un'altra, probabilmente, sarebbe finito tutto da qualche parte a fare l'amore che amore non è.

E invece sono io.
E io la faccio difficile. Io mi devo proteggere.
Ho una paura fottuta di te e di quello che sei per me.
Ho paura delle tue verità a metà, delle frasi che non mi dici, degli sguardi che mi lanci.
Eppure, ogni tanto, ho bisogno di sentire che ci sei. Non sei una mia invenzione. Esisti.
Perché sei stato "molla" e incoraggiamento, pur non consapevolmente. Mi hai fatto ridere ed emozionare e poi mi hai fatto arrabbiare e di nuovo ridere.
Con te è stato facile dire: "non so che ne pensi tu?" o "non so, pensaci tu". Io che a delegare non sono brava perché devo decidere sempre io e devo avere tutto sotto controllo. Con te era semplice farsi trasportare ed entusiasmare.
Tu, che anche l'altro giorno, mi hai preso per un braccio per trattenermi e mi hai guardato con lo sguardo come a dire "dove pensi di andare?" e io avrei voluto dirtelo chiaramente che se mi tieni così non vado proprio da nessuna parte.
Invece, ho lasciato che le cose facessero il loro corso. L'eterno tutto intorno di una città che non si ferma mai e noi che camminavamo fianco a fianco.
Sarebbe bastato prenderti la mano e dirti che mi sei mancato. Sarebbe bastato dirti che no, non sono innamorata di te ma sono comunque stanca di giocare.
Solo, che quando sono con te, le parole finiscono per sembrare inutili e banali. Tutti i dubbi, tutte le incazzature, tutte le cose evidenti che mi portano a pensare che non te ne frega un cazzo (e che sono una come tante, per te) non esistono più. Basta un tuo sguardo, una parola carina, un abbraccio per farmi pensare che mi basta così.
Ma poi, quando non ci sei, i dubbi tornano, si moltiplicano e mi tormentano le giornate.
Penso di essere inadeguata e incompleta e chissà quante altre cose.
E se così fosse non sarebbe neanche un grande dramma. E' la linea dell'indefinito che mi fa stare male. Forse, se te lo sentissi dire andrebbe meglio. Ma voglio che me lo dici, guardandomi negli occhi: che sono stata una delle tante, che quest'anno non è significato niente e che tutte le cose che mi hai detto erano solo belle frasi a contorno di tanti discorsi.
Voglio sentirtelo dire.
E poi ti lascio andare come è giusto che sia.

"Mi faccio molte domande su di te, a te invece ne faccio pochissime. Il guaio è che più chiedo e più mi coinvolgo. Vorrei che tu fossi insulsa o speciale." (Tutto torna - Giulia Carcasi)



Il post su Roma me l'avete chiesto tutte e ci ho anche provato ma non riesco a pensare a nient'altro, per ora. 
E' tra le bozze e a metà.
Arriverà comunque.

martedì 9 aprile 2013

Siediti, rilassati e respira

In ordine, oggi:

  • Mi sono bullata di voi con quelle quattro amiche che sanno del blog. Che avere gente che ti legge è figo, ma avere voi è ancora meglio. Tutti i vostri commenti su dove dormire e cosa fare a Roma mi hanno reso più tranquilla. Qualcosa da fare, anche se da sola, la troverò. E scriverò, come mi ha consigliato la Diciassettenne. Poi, vi ammorberò con l'ennesimo post su Roma. 
  • Messo a formattare una pen-drive. E fin lì, niente di serio. Ma ho un mac e anche le cose banali assumono serietà assoluta. Per esempio, ho scelto la formattazione con modalità "sicurezza media": benissimo, è da un'ora e mezza che aspetto che finisca. Dicono, che utilizzi lo stesso metodo della CIA per non lasciare tracce, ma io rimpiango lo stesso il caro vecchio Windows. Cliccavi con il tasto sinistro su formatta e in un minuto (1) avevi già terminato.
  • Ho letto delle storie e ho pianto. Storie meravigliose di un libro che in pochi leggeranno (che peccato). Magari, un giorno, ve lo consiglio.
  • Fatto tutto di corsa pensando di avere un appuntamento. Quindi: prendi, sposta, aspetta che il Mac finisca questa serissima formattazione, vestiti, guardati allo specchio (fai schifo. Ti dovresti truccare ogni tanto ma manca la voglia). Corri, sistema, riprendi, risposta. Poi, chiama e scusati per il ritardo: "Ciao, scusami! Sto arrivando!". Senti come si divertono dall'altro lato del telefono e tu non capisci. "Emme, tesoro, ti avevo detto di pranzare insieme domani, non oggi. Ok?". "Ah, certo. Si, infatti. Ok!".  Risiediti, rilassati e respira. E' tutto ok.

domenica 7 aprile 2013

Non ho voglia


Svegliarsi la mattina e non avere voglia.
Di uscire da sotto le coperte, per esempio. Che ho la pessima abitudine di dormire mezza nuda e la mattina svegliarsi è un trauma doppio.
Non ho voglia di questo sole al mattino che il pomeriggio sparisce per lasciare posto alle nuvole e al cielo grigio e triste.
Mi sono stancata di leggere notizie sul Papa, su quanto è bravo e buono anche quando fa colazione. Ma veramente abbiamo bisogno di vedere uno mentre fa colazione? Il prossimo passo è fotografarlo al cesso. Magari è umile anche mentre fa pipì.
Non ho voglia di leggere di Grillo e delle gita fuori porta. Porca troia, dateci un governo o andiamo ad elezioni, ma decidetevi in fretta perché mentre voi fate la Pasquetta, in ritardo, il paese collassa. 
Non ho voglia di discutere, di pregare la gente, di capirla quando si cela dietro le frasi a metà, di giustificare.
Non giustifico nessuno e quando una cosa mi sta sul culo la devo dire, altrimenti impazzisco. Urlo, grido e mi accendo subito ma mi passa veloce e dopo un secondo sono lì che scherzo come se nulla fosse. Ma mi dovete fare urlare perché se non faccio così, non mi passa mai.
Non ho voglia di fare quella sicura. Non lo sono e non lo sono mai stata. Se lo fossi stata non avrei mai passato così tante ore chiusa in un bagno. 
Non ho voglia d'immaginare quello che tu stai facendo quando il tuo nome è nella bocca di qualcuno. Odio il mio stomaco che fa i salti e la mente che mi fa ricordare i tuoi occhi. 
Poi chi lo sa se capita anche a te di sentire il mio nome e di non sopportarlo. Immagino la tua faccia indifferente se qualcuno ti parla di me, ti vedo mentre passi avanti veloce o cambi discorso.
Tipo: "Emme, emme chi?"
Non sopporto tutti questi pensieri che ruotano a quello che fai e che farai. Chi sei tu? 
Non tollero il mio sorriso quando mi cerchi perché  tutto passa in quel momento, ma poi penso che arrivi e sparisci quando vuoi tu, sei tu a comandare il gioco e io semplice spettatrice. 
E non vedo l'ora in cui tutto questo finirà. Tutto passa, anche tu. E io aspetto quand'è il tuo momento di passare.
Non ho voglia di pensare a un viaggio da sola: trovare un b&b, organizzare gli spostamenti, controllare il meteo, ricordare di chiamare gli amici per passare a salutarli, preparare la valigia. Ritrovarmi a Roma, per l'ennesima volta solo di sfuggita. Vederla, amarla e salutarla. Voglio fare una valigia e non disfarla più.
Non ho voglia di fare shopping se prima non perdo almeno 8 kg. Ma non ho nessuna intenzione di riprendere la dieta, nè di andare in palestra, nè di tornare a vomitare, nè di fare la fame. Ditemi voi come si esce da questa cosa perché io non lo so.
Soprattutto, odio H&M. Ora, non è che perché tutti gli hipster fighi si vestono lì e allora "Uuuuh che bello H&M". Un cazzo. Piuttosto non mi vesto.
Non sopporto questi sbalzi d'umore continui. Passiamo da "la vita è bella e io la amo" a "nonC'HoVogliaDiFareNullaLasciatemiMorireSulLettoGrazie". 

Io lo so che ho un carattere di merda, che sembra non me ne freghi nulla (e per certi versi è così) e sembro la più acida e fredda del mondo universo. Ma no. Io ho bisogno di abbracci e di certezze.

Di mani che mi stringono e m'inondino di calore. 
Di pomeriggi di relax su un divano con tutte le schifezze trovate al supermercato. 
Ho bisogno di darmi degli obiettivi sapendo che posso raggiungerli. 

Devo fare ordine nella mia testa e nella mia vita. Il problema è che non c'ho voglia.





martedì 5 marzo 2013

Nessuno (come te)

"Fiorisca il cardo di viole, poi fra le viole sceglie te. Perciò stanotte dormi qui che non esiste oscenità freghiamo la pornografia. E dammi figli e oscenità e sesso orale e dignità" (Baustelle - Nessuno)


Ascoltavo questa in loop e le lacrime non facevano che scendere. Non c'era modo per fermarle.
"Che modo stupido per piangere", pensavo. Chissà perché, poi. 
Il perché l'ho trovato in questi giorni, dopo settimane da quel pianto. 
Forse, piangi quando sai che nessuno al mondo ti dirà mai le stesse cose ("E dammi figli e verità e tenerezza e dignità. Non ho amato mai nessuna come te!"). 
Tenerezza, oscenità, dignità: amore. 
Sono nella fase della mia vita in cui non so quello che voglio davvero.
Seguo l'istinto, il cuore, la passione. 
Poi piango e mi trovo fragile come mai successo prima. 
Mi trovo in situazioni quasi assurde ma continuo imperterrita. So che mi faranno male ma non mi fermo.
C'è una vocina nella mia testa che mi dice di scappare e correre il più lontano possibile e poi c'è il cuore che batte, c'è la pancia che fa i salti, le gambe e le mani che non hanno mai voluto nient'altro che quello. 
Dare ascolto alla testa, quando il resto degli organi vanno in direzione opposta, è quasi impossibile.
Allora, resto. 
E mi regalo attimi di vita. Da ricordare, da cancellare, chi può dirlo adesso? 

Un giorno la mia testa mi urlerà che me l'aveva detto, che sono la solita stupida.
Risponderò che ne è valsa la pena. Avrò gli organi ammaccati e doloranti e chissà quando si riprenderanno. Ma ne è valsa la pena.
Ne è valsa la pena per gli odori, per i sapori, per il calore, per il mio cuore, per il tuo cuore, per il giorno dopo e per quello prima, per i tuoi occhi, per le mie mani, per il sangue che sentivo pulsare.
Perché sì. 





lunedì 25 febbraio 2013

Pensavo fosse amore, e invece..


"Quei due non parlano."
Che ne sai, tu? 
"Sono seduti lì da un'ora. Hanno ordinato un antipasto e due pizze, poi basta."
Lei ha i capelli lisci, così fini che sembrano spaghetti d'angelo. Tamburella con le dita sul tavolo. Avrà vent'anni o qualcosa in più.
"Vent'anni, capisci?"
Non tutti hanno voglia di parlare. Magari, stanno bene così. In silenzio.
Lui ha la faccia annoiata. E' incollato all'iPhone. Sta smanettando con un giochino. Lei si sposta i capelli da un lato, cosa che ovviamente passerà inosservata.
"Come fai a stare bene con una persona che non ti nota nemmeno? E' come se lei facesse parte dell'arredamento, tanto è invisibile. L'iPhone sembra essere più importante."
Dicono che si ama davvero solo quando riesci a stare in silenzio con l'altra persona, senza provare imbarazzo.
"E tu, ci credi davvero? Mi è sempre sembrata una stronzata colossale. Io ho amato con le parole: capiamoci, non con le banalità. Non è un "ti amo" a fare la differenza. Ma ricordo che era bello a fine giornata raccontarsi, così in ordine sparso senza seguire una regola."
Non tutti hanno bisogno di parlare. Anzi, quasi nessuno ha voglia di parole a fine giornata. 
"Ok, non tutti hanno bisogno di parole. Quello è un problema mio. Però, quando hai una persona con cui dividere preoccupazioni, moltiplicare emozioni, sperimentare parole nuove, è meglio, no? Per esempio: avessi qualcuno qui, adesso, potrei dirgli che ho voglia di un abbraccio, lui risponderebbe, ridendo, che non sa se ha voglia di darmelo e poi brinderemmo insieme. I bicchieri con il vino rosso si toccherebbero, io direi che non mi piace il vino rosso e lui mi racconterebbe una storia simpatica sul vino. Gli direi che ho bisogno di staccare la spina, lui direbbe "anche io", e allora cominceremmo a sognare vacanze al mare o in montagna o dove ti pare purché si stia insieme. Capisci?"
Io sì. Ma il punto è un altro: non tutti sono te. E se imparassi un po' ad apprezzare il silenzio, forse, ti andrebbe anche meglio nella vita. 
"A me il silenzio piace, chi ti ha detto il contrario? Ma è fatto per altri momenti: per la notte, per scrivere, per leggere, per fare l'amore, per guardare un tramonto su un mare. Non adesso, guardali!".
Lei mangia la pizza, lui beve un po' d'acqua. Non c'è un gesto di complicità, una mano che sfiora l'altra, un "assaggia un po' amore, senti quant'è buono". Niente. Lei mangia e picchietta sul tavolo con le dita esili, è l'unico rumore ammesso in quel tavolo.
"Io non m'innamoro più, è chiaro. Non ci casco. Ma dovessi cascarci, vorrei uno che mi racconta la sua giornata. Uno che mi stupisce con le parole. Se volessi stare in silenzio starei da sola, non ci sarebbe bisogno di avere nessuno accanto".
Invece, ti innamorerai prima o poi e magari sarà un tipo taciturno, magari sarà proprio quello che non ti aspetti o che non vuoi. Ma tranquilla, conoscendoti, sarai tu a riempire i silenzi. 
Finisco di mangiare la pizza. Guardo i miei amici che ridono per una battuta che non ho sentito. Un ultimo sguardo al tavolo vicino: lei ha lo sguardo fisso dall'altro lato della sala, lui è tornato sul cellulare.
E' davvero questo l'amore?
Mi sa che resto sola, davvero.




domenica 3 febbraio 2013

Cronistoria di una giornata felice


Chiamare le amiche di sempre e piangere a telefono.
Leggere frasi come "piangi fino a quando non hai finito le lacrime" e continuare a piangere, ma singhiozzando. Cercare di scrivere qualcosa che abbia un senso, non riuscirci e tornare a piangere. Rispondere con uno smile, che tu mi capisci o almeno spero.
Sentire il bisogno di un abbraccio, non uno a caso, quell'abbraccio.
Sentire che la mia gioia è condivisa dalle persone più importanti per me, di non essere sola, nonostante, negli ultimi mesi, ci sia un po' di vuoto intorno.
Ricordarsi che è giovedì. Leggere l'oroscopo d' Internazionale e sentirsi felici, confusi, impauriti ed emozionati. Per un oroscopo? Sì, anche per quello.
Uscire presto da casa come non facevo da anni. Stendersi su un prato e sentire il sole sulla pelle, a fine Gennaio. Parlare di un futuro che fa più paura di prima ma fa battere il cuore più forte.
Mangiare una torta con doppio strato di cioccolato e dimenticare, per una volta, l'ossessione della bilancia.
Guardare tua "nipote" che gioca con il tuo cane e pensare che queste saranno le cose che ti mancheranno di più in assoluto.
Parlare a telefono senza sapere perché il dito è andato proprio su quel nome e su quel tasto verde. Ridere e poi arrabbiarsi e poi di nuovo ridere. Pensare che prima o poi darò un nome anche a queste "emozioni".
Sentire che non sto più rincorrendo la vita: non è una corsa a chi arriva prima e taglia il traguardo.
Guardare quelle mure gialle e arancioni e pensare che, forse, non ne hai mai viste di così belle.
Cercare di imprimere nella memoria quelle scale, quel sole, quel vento, quell'odore, per portarlo con te per sempre.
Bere una birra fredda, in un pub affollato, augurandosi una "buona vita".
Raccontarmi le cose che mi hanno cambiato la vita e il punto di vista da cui la guardo: di quella volta che mi è tremata la terra da sotto i piedi, degli occhi della signora anziana seduta in libreria a Firenze, delle mani di Ale che non si cancellano neanche dopo mesi di sapone, di quel Pasolini che ha detto che non vogliamo essere giovani stanchi, di quel bambino biondo e quell'altro un po' più scuro che hanno un segreto che conoscono solo loro, di quella foto "rubata" che mi racconta talmente bene che quasi mi spaventa, di tutti quelli in arancione che mi hanno fatto capire quanto il concetto di stanchezza sia relativo, di quegli occhi profondi come un pozzo che ti fanno venir voglia di lanciare la monetina ed esprimere un desiderio.

E' un giovedì come un altro eppure è tutto così speciale che è difficile da descrivere.
A volte abbiamo solo bisogno di una spinta per capire cosa vogliamo fare, davvero, nella nostra vita. Questa volta per me, è stata una spinta di tante mani, tutte diverse.
Le ho prese e mi sono data la forza per combattere. Non voglio più rischiare di svegliarmi tra trent'anni con il rimorso di non averci provato.
Me l'hai insegnato tu, papà, cosa vuol dire passione. Mi hai insegnato che per la passione si può mettere da parte anche la razionalità. Quindi, non volermene se non sarò mai quello che sognavi.
Ho provato a essere perfetta così tante volte e quasi sempre ho fallito o esagerato.
Voglio l' amore: per le cose faccio, per me stessa, per la mia vita, per gli altri.
Voglio sapere cosa vuol dire svegliarsi la mattina con la consapevolezza di percorrere una strada che non è già stata battuta da altri. E' mia. E sarà dura, mi farà cadere chissà quante volte, mi maledirò e sarò incazzata con me stessa. Proseguirò quella strada con la fierezza che mi avete insegnato.
"Testa e collo in alto. E sorridi." mi hanno gridato per anni dentro una sala prove.
Andrò avanti per quella strada scoscesa e difficile, ringraziandomi e ringraziandovi per avermi fatto diventare quella che sono oggi.
Sto rinunciando all'agiatezza di una vita comoda ma il mio è un percorso senza ritorno, ormai. Ve l'avevo detto, volevo fare la principessa e poi ci ho ripensato.

E' un nuovo inizio. E' una nuova nascita. Io questo giovedì me lo voglio ricordare come il giorno della felicità assoluta, con le lacrime che mi rigavano il volto e mi "battezzavano" per la seconda volta.



lunedì 31 dicembre 2012

I miei auguri per il 2013!


Mi sono seduta davanti a questo foglio bianco tante volte. Avrei voluto scrivere di diverse cose. Poi, mi è mancato il tempo, la voglia, l’idea. 
Ho mille pensieri che si confondono tra loro e restano sospesi. Sono come il fumo di una sigaretta. Sento che ci sono, vedo in che direzione vanno e poi.. puff, spariti. Per sempre.

Natale è passato anche quest’anno, per fortuna aggiungerei. 
E’ stato un Natale più nelle mie corde. Fatto di famiglia, amici, risate. Ho eliminato tutta quella parte ipocrita delle feste che mi faceva sentire spaesata: le telefonate forzate, gli sms di rito copiatieincollati, i regali da sbattimento.
Chi volevo ci fosse, alla fine c’è stato. Anche solo con una telefonata, anche solo per un “come stai?”. 
Era il mio primo Natale da single dopo anni e pensavo che sarebbe stato strano e, invece, è stato sereno, liberatorio e forse perfetto così.
Finite queste feste veniamo catapultati in quel breve periodo dell’anno in cui è d’obbligo fare un bilancio. 
Per una del mio segno zodiacale è quasi un rito. Traccio una linea immaginaria e divido gli eventi: positivo, negativo, così così, da rivedere. 
E’ un lavorone! 
Questo 2012 lo archivio a malincuore, non perché sia stato l’anno migliore di tutti ma perché è stato vita pura. 
Vita che ti prende e ti dice che è ora di guardarti intorno, di sporcarti le mani e ridere con il cuore. 
Ho pianto tanto in questo 2012 e ho pensato mille volte di mettermi a dormire per svegliarmi solo tra qualche anno. Ho avuto bisogno di abbracci caldi e forti che non sempre sono arrivati, ho cercato disperatamente mani di qualcuno che mi sostenesse quando stavo per cadere, ho sentito nitidamente il cuore rompersi più volte. 
Sono stata fragile, consapevole di esserlo. Mi sono sgretolata davanti agli occhi di tanta gente e non ho finto di essere forte. Non ho preteso di essere forte per forza. 
Ho urlato. Ho scoperto che si può piangere e ridere nello stesso momento e che non sempre è positivo. Mi è mancata l’aria tante volte e ancora di più mi sono sentita soffocare. 
Però ho anche riso con il cuore. Ho abbracciato e baciato senza chiedermi se fosse giusto. Mi sono raccontata e ho ascoltato tanto. Ho scoperto che sentimenti come l’ammirazione e la stima sono più forti dell’amore. Ho sfidato i miei limiti e mi sono sentita capace di spostare montagne. Ho tenuto strette le mani di un bambino per giorni e non ho mai desiderato tanto di continuare a farlo. Ho gioito per gioie non mie e l’emozione è stata il doppio. Ho sentito di essere piena anche quando tutto attorno a me mi dava per sconfitta e finita. 
E’ stato un anno consapevole. Di scelte importanti. Difficile e bellissimo. 
Mi aspetto che il 2013 lo sia altrettanto.  Non faccio l’elenco dei buoni propositi perché sarebbe lunghissimo. 
Che sia un anno che ci ponga di fronte a bivi e a scelte importanti. 
Un anno che ci faccia sbagliare. Perché lo spazio per gli errori è importante: sbaglia chi sa osare. Sbaglia e capisce l’errore commesso solo chi è umile. Commette degli errori chi si mette in gioco e non si arrende alla prima caduta. 
Che sia un anno di emozioni che ci fanno ridere per ore o piangere e imprecare per giorni. Di quelle che destabilizzano e ci rendono fragili anche di fronte a chi non vorremmo, perché solo in quei momenti ci apriamo davvero e regaliamo la nostra vera essenza. 
Un anno di amori folli e di grandi passioni. 
Di viaggi fatti con la voglia di guardare il mondo da un altro punto di vista. 
Di grandi cambiamenti, se ne abbiamo bisogno. 
Un anno che spiazza e ci lascia senza parole, con la bocca aperta per qualche secondo. 
E questo è quello che mi auguro e che vi auguro. 
A me, soltanto a me, auguro di avere la forza di scegliere e di portare avanti i miei sogni. E poi come sempre, mi auguro un prato di violette e di fiori blu dove poter stendermi al sole e sentirmi, finalmente, a casa. 

Auguri e grazie per avermi seguito in questi mesi di blog!



mercoledì 31 ottobre 2012

Ma davvero mancano 54 giorni a Natale?


Qualcuno, oggi, mi ha ricordato che mancano 54 giorni a Natale. 
D’un tratto ho sentito quella musichina che di solito si sente nei film horror quando la povera vittima si rende conto di essere sola, con il telefono fuori uso e il tipo mascherato e con una motosega in azione al piano di sotto. 
Ta-ta-ta-tà.
“Solo 54?”, ho pensato.
E subito pensieri tristi e da sociofobica hanno affollato la mia mente. 
"Ma che davvero?". 
54 giorni e ci risiamo: i pranzi, le cene, la briscola in 5 e quella con il morto, i parenti, le zie anziane che ti vedono una volta all’anno e hanno uscite simpatiche come “E il fidanzato? Eh, eh? Dov’è? Dove l’hai lasciato?” 
[Piccolo flashback di qualche mese fa: “Emme, e dov’è il fidanzato?”
“Quale fidanzato, zia?”
“Ah, perché ne hai più di uno?”
“No, però.. ci siamo lasciati da tempo, ormai”
“Ah, peccato. Era anche un bel ragazzo” sguardotristedicompassione rivolto verso di me che sorridevo come un’ebete(grazie zia 80enne che pensi che sono un cesso e non ne troverò mai uno uguale!). /piccolo flashback off]
o “Ti vedo più rotondetta. Brava, brava! E come mai? Tu che sei sempre stata magra?” (ma vaffanculo stronza dimmerda. Anche io ti trovo con più capelli bianchi e con meno denti ma non per questo ne faccio una ragione di stato. Ok?).
54 giorni per riprendere la stronzata del “siamo tutti più buoni”, che mi verrebbe da dire: “perché proprio a Natale, perché SOLO a Natale?”. 
54 giorni (o anche molto meno!) per ritrovare i negozi tutti addobbati e che hanno come sottofondo e in loop canzoncine idiote tipo: “All I want for Christmas iiiiisss youuu” che a me ogni volta mi vengono in mente queste vestite da Babbe Natali. Tutte seeecsissime. Con le gonne ultra corte. Ma nessuno gliel’ha spiegato che è “a Natale siamo tutte più buone” e non più bone?
Che poi, più un bone un cazzo. 
54 giorni per ricominciare a contare le calorie e i kg che aumentano. Perché scusa, vuoi rinunciare al cioccolato, al pandoro con la crema al mascarpone, ai cannelloni e ai torroncini? 
Presa dal panico per tutto ciò, ho anche ricordato un tempo antico in cui il Natale mi piaceva. MI PIACEVA!!
Canticchiavo beatamente “Tu scendi dalle stelle” e ci tenevo a comprare un vestito nuovo per la notte della vigilia. Guardavo l’albero con tutti i regali sotto e il cuore si riempiva di gioia. Adoravo quell’odore tipico di quei giorni di festa che si sentiva per casa, un mix tra la vaniglia delle candele accese e l’odore dei “cardi” fritti della nonna (sembra rivoltante ma era fantastico, giuro!). Ma ero piccola. Anche scema, sì. Non conta. 
Quindi, ho deciso che l’unico modo che avevo per esorcizzare il terrore era scrivere una letterina a Babbo Natale.
Che fa così:

Caro Babbino,
io a te non ci credo e il Natale quasi lo schifo.
Però, sono brava e buona. Ok, ok.. sono un po’ acida e delle volte rispondo in un modo che neanche mia zia quando era zitella. 
Ma ho le attenuanti: sono davvero zitella e ho, ormai, una sociofobia conclamata.
La letterina non te l’ho mai scritta neanche da bambina. A 6 anni volevo “Ciccio mio” che piangeva, rideva e faceva la cacca e ho portato la mamma al negozio per prenotarlo. Sono sempre stata pragmatica. 
Ma quest’anno no! 
Intanto vorrei un fidanzato (no, non è vero. Quello che voglio in realtà lo sai. Ma sono una signorina e certe cose non posso scriverle davvero.)
Per andare più sul materiale, mi piacerebbe la Chanel Classic Flap Bag (ti dovesse sfuggire qual è, eccola:
Caro Babbino, farò la seria per qualche minuto.
Vorrei avere la voglia di studiare perché è ora che io cominci a pensare alla mia laurea oltre che a quella delle amiche.
Mi basterebbe, poi, non sentirmi così fuori posto quando mi troverò di fronte a carrelli della spesa pieni di ogni cosa, alberi di Natale riempiti da regali inutili, sorrisi falsi e ipocriti sui volti della gente. 
Mi basterebbe sapere che tutti stanno più o meno bene, che si affronta la vita con ottimismo nonostante tutti i “problemi” che si pongono di fronte a noi. 
Mi accontento di volermi bene davvero. A Natale e anche dopo. 
Poi, certo, se la Chanel e le Louboutin, lì al Polo Nord, ti avanzano, io le prendo con immensa gioia. E poi dico a tutti che esisti davvero. E che il Natale è bello. 
E magari, mi passa anche quest’ansia pre festività. Perché, se non si fosse capito, ho scritto tutto questo solo perché 54 giorni sono pochi e io non ce la posso fare.
Babbino, un’ultima cosa, dovesse finire il mondo giorno 21, come ci hanno “detto” i cugini Maya, ricorda che io ti ho sempre voluto bene.

mercoledì 10 ottobre 2012

Lettera a G.


Lo squillo di un telefono e il corso di una vita che cambia. 
Lei dice a lui di sedersi ma di non preoccuparsi. In realtà, gli vorrebbe dire di stringerla forte e aiutarla a fare uscire le parole giuste perché in quel momento tutte quelle che pensa sono troppo dolorose, banali o stupide.
Lui la guarda fiducioso. Non sa, non può sapere. Poi è tutta una corsa contro il tempo, una corsa anche contro la razionalità e contro se stessi.
Lui dice che non è possibile, “si saranno sbagliati”, lei piange in silenzio perché anche il rumore di un singhiozzo in questo momento potrebbe disturbare.
E’ un silenzio che ti entra dentro, irreale e assurdo. E’ un silenzio che contiene tutta la rabbia e tutte le parole che girano confuse nelle loro teste.
Un orologio si è fermato, qualcuno ha urlato, qualcun’ altro cammina avanti e indietro come un padre in sala d’ aspetto, solo che nessuno sta nascendo.
E’ venerdì e fuori fa freddo. Lunedì inizia l’università e una nuova vita. Stipati in un angolo ci sono i quaderni, le penne e un porta penne a forma di rana. Acquisti felici di un pomeriggio senza pretese che adesso non hanno più alcun significato. 
Lei abbraccia perché sembra essere la valvola di sfogo di tutti, anche di chi non le parla da mesi. Non è ora della rabbia e neanche di vecchie questioni irrisolti. E’ ora di stringersi forte.
Lui ha lo sguardo perso nel vuoto come quei bambolotti di porcellana che un po’ spaventano. Una frase in bocca come una nenia antica: “Non ci entra, non ci entra. E’ troppo stretto, è troppo stretto”.
Nessuno da’ peso alle parole, nessuno ci pensa in questo momento. 
L’ aria è secca, pesante. Manca il respiro. Lei ogni tanto si siede lontana e sola, osserva quella strana compagnia che forma un semicerchio. 
Lui ha lo sguardo perso, accanto una donna che fa di “no” con la testa, più in là una ragazza che è tornata bambina e si fa cullare dal padre.
Si torna sempre un po’ bambini dopo un grande dolore, no? Perché è più facile scendere a patti con la realtà.
Lei ha la testa che scotta ma nessuna intenzione di andare via da quel posto. Le tempie pulsano e il battito è accelerato ma non è niente in confronto al vuoto che ha nello stomaco e il cuore che ha cambiato sede naturale.
Tutti hanno l’impressione che qualcuno entrerà dalla porta e dirà che è tutto un gioco, uno scherzo di cattivo gusto. E’ solo l’ultima illusione a cui aggrapparsi.
Non succederà niente. Resteranno lì immobili sopraffatti dal destino, dalla rabbia, dalle lacrime e da tutto il resto. 
Lei andrà a dormire con la febbre alta, la pelle bollente e il cuore freddo. Lei continuerà a pensare che è tutto un brutto sogno, che si sveglierà domani senza febbre e con il mondo al suo posto.
Lui, invece, no. Lui ha capito che è tutto vero. Sfogherà la rabbia dando qualche pugno al muro, dirà che è ingiusto, che la vita non è giusta. Ma lo sa di già, Lui, che la vita non è come ce l’aspettiamo, che ci ruba un pezzetto della nostra felicità ogni tanto. 
La differenza tra loro è anche in questo. Lei spera, Lui sa.
Domani sarà un altro giorno. Questo sarà sempre tra i ricordi da rispolverare ogni 10.10.


“Quando hai solo 18 anni, quante cose che non sai! Quando hai solo 18 anni, forse, invece, sai già tutto, non dovresti crescer mai. Se ti scrivo solo adesso è che sono io così, è che arrivo spesso tardi, quando sono già ricordi che hanno preso casa qui. Non è vero ciò che ho detto , qua c’è tutto a dire che ci sei. Fai buon viaggio e poi , poi, riposa se puoi.”

mercoledì 3 ottobre 2012

Di fiabe e illusioni..


Ieri, guardavo mia "nipote" guardare “La Bella e la Bestia”. Rideva di una felicità commovente, mi teneva forte la mano mentre Belle insegnava alla Bestia a mangiare con un cucchiaio.
La guardavo e pensavo che le illusioni iniziano proprio lì. Quando ti dicono che troverai qualcuno e riuscirai a cambiarlo in meglio o quando ti dicono che il principe azzurro alla fine sceglierà te.
Nessuno ci ha mai detto che con molta probabilità, la Bestia dopo la trasformazione si rende conto di essere bello, ricco, potente e con una fila di donzelle dietro il castello. Nessuno si è mai premurato di farci sapere che Belle, nel frattempo, è tornata a casa del padre e che alla fine ha sposato Gastone per la disperazione. 
Le favole sono favole e resteranno sempre tali. Capita che il principe non sia così principe,  che veda e senta più principesse contemporaneamente, che alla fine scelga la strega cattiva o che semplicemente s’innamori di un’altra principessa che non sei tu.
Noi, però, alle favole vogliamo continuare a crederci. Siamo ostinate in questo. Viviamo nell’illusione che alcune attenzioni siano rivolte solo a noi: gli sguardi, le frasi carine, le piccole cose che sembrano tutto.
Poi, ci distraiamo un attimo e lui è lì, a fare le stesse cose con chissà quante altre.
Per carineria? Per educazione? Perché sono così e basta?
Comincio a pensare che loro, gli uomini, poverini non lo facciano neanche con intenzione. Dicono le cose senza sapere che tipo di reazioni esagerate avremo noi, appassionate di fiabe moderne.
Che ne so, magari, dicono un “noi” e lo buttano lì proprio perché nella frase suona bene o perché, semplicemente, è più veloce di un “io e tu”. E noi, che facciamo? Ma, naturalmente, il conclave delle amiche. 
Tipo: “Ha detto noi! Ha detto noi! Pensi, che il prossimo passo è il matrimonio?”.
No, seriamente. Avevo iniziato il post pensando di scrivere il peggio sugli uomini ma più ci penso e più credo che quelle sbagliate siano le donne.
Siamo noi le complicate, bravissime a costruire film sulle frasi, esperte a vedere cose che nella realtà neanche esistono.
Siamo noi il problema o quelli che ci hanno detto che la vita finisce sempre con un “e vissero felici e contenti”.
Niente arriva dal cielo e per grazia ricevuta. Al massimo dobbiamo lottare per averla. Non esiste il principe che ci trova svenute, con una mela accanto,  ci bacia e ci sposa (senza neanche sapere il nostro nome, tra l’altro!). 
Nelle mie favole, Biancaneve è scappata di notte dalla casa dei nani e si è fatta una nuova vita, Cenerentola s’è incazzata con la matrigna e un bel giorno le ha fatto trovare la valigia davanti la porta sventolandole davanti la faccia un bell’atto di proprietà con il suo nome sopra e Ariel ha preferito restare sirena per tutta la vita piuttosto che rinunciare alla sua voce.
I principi vengono dopo. 
Oppure non arrivano affatto: e nelle mie fiabe di oggi, nessuno piange lacrime salate per questo.


L'immagine è presa da qui: http://amymebberson.tumblr.com/ (le sue mini principesse sono bellissime, oltre che esilaranti. Ve le (stra)consiglio!).

venerdì 21 settembre 2012

La bellezza del sud vista con gli occhi del nord!

In questi giorni sto riscoprendo la bellezza della mia terra.
Tutto grazie a degli amici in vacanza. Strano, no?
La guardo come se fosse la prima volta e lei si da' a me come quei regali che aspetti tanto ad aprire e quando li scarti ti sembrano più belli di come li immaginavi.
La mia è una terra che, suo malgrado, un po' si nasconde. Però, ti sorprende con delle giornate di cielo limpido e azzurro, con il sole che ti sbatte sul viso e le montagne che diventano d'un tratto più verdi. 
Oppure, ti stupisce con un tramonto sul violetto che, in lontananza, i contorni delle case sembrano disegnati con il gessetto. 
E niente, sono giorni che respiro e odoro e vivo come una perfetta turista. Di quelle che si volta a guardare un vicolo e pensa "oooh, che meraviglia!" (mentre la parte ancora in sè, urla: "Ma deficiente, ci vivi eh! Ed è inutile che fai tutta la meravigliata che da lì ci passi 20 volte al giorno!).
E naturalmente, sto anche mangiando. Ma tanto!
Perché anche se vivo d'insalata, scatolette di tonno sott'olio e cibo degno del mc donald's appena sono arrivati gli amici nordici abbiamo tirato fuori tutto ciò che c'è di più buono della nostra tradizione culinaria. 
Cose che io mangio una volta l'anno. Cose che, di solito, sempre, mangio solo se le ha fatte mia nonna o una mia zia anziana. 
E allora, un po', ho cercato anche di far capire agli amici che certe cose non puoi mangiarle ovunque, che alcuni bar io li eviterei come la peste, che "Oh, ma veramente avete mangiato in quel posto lì? Cioè mi giro un secondo e voi andate nel posto peggiore di tutti?". E loro, i nordici, sono sempre contenti. Tutto è buonissimo, tutto è bellissimo. 
Li porti al supermercato più sfigato di tutti, con vista discarica (quasi!) e loro "maaa che beeellooo!", e tu resti immobile e incapace di capire se ti stanno prendendo per il culo o se sono seri. 
E la cosa davvero triste è che sono seri! Ricordatemi di non andare mai nelle loro zone, si sa mai.
Comunque, mentre riscopri le bellezze ecc ecc, ti rendi conto quanto gli stereotipi siano presenti in maniera quasi insopportabile.
Per esempio, uno voleva vedere "una processione, con le statue che passano dai vicoli stretti", che io a fine settembre dove te la trovo? Neanche nel paesino più remoto e inculato. 
L'altro, invece, vuole conoscere un po' di nonnine vestite di nero, con i baffi e con il rosario sempre in mano. Che un po' ridi quando pensi 'ste cose ma poi anche no. Che la madredipadre è più sveglia di me anche se c'ha quasi 80 anni, si veste colorata più di me e ha un giro di amiche che farebbe invidia a una sedicenne. Per dire.
E allora, anche se non vorrei, devo dare ragione a "qualcuno" che diceva che alcune fiction fanno male. 
Quelle che hanno come interpreti l' Arcuri e Garko fanno male ancora di più, naturalmente. 

p.s. Forse, però, sono anche loro che non sono proprio portati a scindere le fiction dalla realtà. Uno era convinto che per parlare in dialetto bastava togliere l'ultima vocale delle parole perché "l'ho sentito a Benvenuti al Sud". 
Come se io andassi a Roma e pensassi di trovare tutte le persone in stile Cesaroni con 5/6/10 figli e storie strane di promiscuità.