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sabato 1 agosto 2015

Ci sono giorni in cui penso che non è vero, che tutto questo dolore non l'abbiamo mai provato, che tu sei ancora con noi.
Invece, l'altro giorno, mentre mi accompagnavano a casa ed era notte profonda, ho realizzato che non ci sei più.
Come quando pensi a qualcosa e d'un tratto, nel momento più inaspettato, scopri la verità. 
Una verità che ti lacera dentro, qualcosa di così doloroso che vorresti strapparti la testa dal collo.
Ed è strano perché tutti i pianti, le veglie funebri, il tuo corpo senza vita non mi erano bastati.
Ho nutrito il sospetto che prima o poi ti avrei rivisto rientrare in casa con i jeans troppo bassi e una maglia colorata.
Ho nutrito la speranza che ci avresti detto che siamo delle "zanne", dopo l'ennesima uscita. 
Ho immaginato che saresti stato felice di vederci così tutti insieme, a mangiare una pizza e a ridere delle cose incredibili che solo nella nostra famiglia possono accadere. 
Eri troppo giovane per morire. Dovevi ancora vedermi laureare, finalmente come volevi tu a Roma. Dovevi esserci il primo giorno di lavoro di tua figlia. Dovevi usare gli occhiali da sole  nuovi quando eri a mare, comprare l'anguria per tutti, giocare per terra con le costruzioni dei tuoi nipoti. 
Dovevi ancora vedere tanti film, mangiare tutte quelle pietanze che cucinano le tue sorelle, arrabbiarti con noi perché non studiamo abbastanza, commuoverti perché, sì, siamo tutti un po' cretini ma ci vogliamo troppo bene.
Quelli che credono nella vita dopo la morte, io, li ammiro molto.
A me, invece, io, ho la sensazione che dopo la morte ci sia solo la morte e più ci penso e meno riesco a convincermi che, prima o poi, avrò reazioni più serene nei confronti di chi lascia questa terra.
Adesso che non ci sei più mi sembra di aver perso un po' di punti cardine.
Non so più quanto è alta la gente, che prima si divideva tra quella alta quanto te e quella più bassa di te - più alta di te, mai, era impossibile.
Adesso mi sento un po' persa, pietrificata dalla paura che una malattia qualsiasi se ne porti via un altro. 
E forse è che quando se ne va un pilastro è poi troppo difficile tenere tutto in equilibrio.
 

giovedì 29 gennaio 2015

Francesco


L'altro giorno eravamo sul treno. In ritardo.
Francesco seduto di fronte a me, il pupazzo di Francesco seduto accanto a Francesco, la mamma di Francesco posto finestrino.
Francesco ha gli occhi grandi, una fossetta sul mento, e le guance rosse rosse.
Parlavo con la mamma di Francesco e avrò detto "da quando sto a Roma" che è una cosa che dico spesso da quando sto a Roma.
Francesco che era seduto di fronte a me e accanto al suo pupazzo, mi ha guardata strana e ha detto: Maaaa, con la A allungata, maaaa tu sei andata a Roma?
E io ho risposto che sì, certo, sei stato pure a casa mia a Roma, non te lo ricordi più?
Francesco, con gli occhi ancora più grandi e la fronte corrucciata: maaaa chi va a Roma non perde la poltrona?
Allora, io e la mamma di Francesco abbiamo iniziato a ridere e non riuscivamo più a fermarci ma lui continuava a guardarci con gli occhi grandi, la fossetta sul mento, e le guance rosse rosse.
Scusate, che ridete? Si dice: chi viene a Roma perde la poltrona!

E ieri sera, che Valerio mi stava facendo guardare un film democraticamente scelto da lui, ci pensavo e sono arrivata alla conclusione che forse non ho perso nessuna poltrona solo perché non ne ho comprata mai una.




Sai, per la prima volta  ho scoperto una cosa nuova da quando vado giù, una cosa molto dolorosa.
Ho capito che quel paese non c'entrava più niente con me e né io con lui, con gli amici di una volta.
Il vero dramma dell'emigrato, lo sai qual è? Che gli manca la terra sotto ai piedi, se ne torna al paese e crede di stare bene.  
Non è vero niente. 
E allora, se ne torna in città e lì soffre di nostalgia.
-  Tre Fratelli. 
Francesco Rosi -

giovedì 8 gennaio 2015

Capodanno



A capodanno, in un momento di ubriachezza felice, che io ero seduta sul bidet, Lei si guardava allo specchio e mi diceva: sei felice? L'anno scorso, a quest'ora, a capodanno, l'anno scorso, eravamo appena rientrate dal funerale e abbiamo bevuto amaro fino alle 6 di mattina pur di non piangere. Quest'anno, questo capodanno, ora, sei felice? 
E io continuo a rispondere di sì, anche se casa non aveva una lucina di natale, anche se non c'era un albero, anche se mia nonna quella cosa continua a chiamarla "u mali tintu, ca pregamu u signuruzzu ca ni facissi a grazia".
Non lo so se il signuruzzu ci fa la grazia, so che ho scoperto che essere grandi o piccoli è solo molto relativo. 
Io, per esempio, forse sono anche grande ormai ma certe domande non riesco mai a farle e certe risposte mi spaventano come quando ero bambina.


lunedì 16 giugno 2014

Azzurri

Gli occhi azzurri.
Azzurri come se fosse il primo cielo di primavera, come se fosse l'infinito.
Gli occhi azzurri come se fossero di una ragazzina che muove i primi passi nella vita, con i primi amori e i primi sorrisi. E invece no.
Sono le sue mani rugose a ricordarmi che solo quegli occhi azzurri sono rimasti giovani, è il letto d'ospedale, è la camicia da notte messa al contrario, è il fatto che per parlarmi ci mette un po' perché anche una frase richiede uno sforzo.
Mi tiene la mano e me la stringe, mi guarda fissa negli occhi.
"Si sempri bedda".
Grazie, le dico.
Ride come rideva sempre, prima di quel letto, di quella camicia da notte al contrario. Prima che succedesse tutto quello che è successo.
E io sono di nuovo piccola, una ragazzina in un vestito bianco e nero, con i capelli appena piastrati e la sto guardando come adesso.
Lei, però, è davanti la cucina e asciuga i piatti con una pezza. Mi guarda, ride: "Cchi ssì bedda".
Una scena che si ripete, in condizioni diverse.
Suo marito, dal lato opposto al mio, le accarezza l'altra mano, la bacia.
"Hai visto chi è venuto a trovarti?".
Ho visto, dice lei. Falla sede accanto a me, aggiunge.
Parliamo di come sta, di come vanno le cose, di quando tornerà ad alzarsi.
Sono stanca, mi dice.
Lui, suo marito, continua ad accarezzarle la mano. Dorme al suo fianco da 59 anni, anche adesso che non possono dormire nello stesso letto.
Dorme sul divano e la notte, se lei non riesce a dormire, la passano a parlare.
Anche del futuro.
Di come festeggeranno i 60 anni di matrimonio, per esempio. Del diamante che arriverà in regalo, del catering, del vestito.
"Non è che mi vuoi lasciare da solo?" gli dice lui.
Lei ride e dice solo che è stanca.
"Ma come mi alzo?".
Non ti preoccupare, gli dice lui, penso a tutto io.
"Devi solo metterti un poco in forze".
E lei, ci prova a mettersi in forza e ci prova a lottare, a mangiare, ad alzarsi.
Il suo corpo, però, è troppo stanco.
E io non lo so come si lotta contro un corpo stanco.
Anche se hai gli occhi giovani.


lunedì 27 gennaio 2014

Szia ti dico che è cossì


Qualche mese fa, seduta per terra su un tappetone colorato, cercavo di insegnare a mia nipote, di due anni, come si fanno i puzzle.
Noi “grandi”, quando ci sono i bambini, tendiamo sempre a voler insegnare qualcosa, qualsiasi cosa.
Sarà che abbiamo come la sensazione di tenerli per mano durante le loro prima volte, che siano le prime chiacchierate a telefono, il ciao con la manina, bere una cocacola con la cannuccia, mangiare la nutella direttamente dal barattolo, dire bye bye quando esci da una stanza o “good Morning” quando ti svegli.
Tenerli per mano quando iniziano a camminare e poi a correre. Vederli crescere e pensare che un pezzetto, piccolo, minuscolo, insignificante ce l’hai messo anche tu.
Le cose elencate sopra, per esempio, io le ho insegnato a lei.
E ho cercato di insegnarle a non piangere quando la mamma non c’è, tanto c’è la zia, addormentarsi dopo una favola inventata sul momento mentre io trattengo a mala pena le risate per quanto è scema e lei, invece, è tutta interessata, mettersi a letto e cantare “solo per te” dei Negramaro, dire “one day baby, we’ll be old” o ballare sulle note di Blurred lines con tutte le mossette.
Anche quella sera, cercavo di insegnarle il poco che so.
Prendevo i pezzetti del puzzle e li incastravo. 
Dicevo, si fa così amore. 
Lei mi guardava perplessa. 
Lei che ha imparato a dire il mio nome prima di papà. Ha imparato un sacco di altre cose prima di dire papà, se proprio devo dirla tutta.
E il mio nome lo diceva in un modo un po’ strano e poi ci usava i vezzeggiativi. Avevo sempre un nome che finiva in “uzza”, “ina” e “uccia”.
Come il suo nome che pronunciava con la S dolce che sembrava una nordica in vacanza al sud.
Come i modenesi quando dicono “pizza” ed esce “pissa” ed è dolce. Uguale.
Quella sera, che ha la S dolce, mi guardava strana.
Prendeva i pezzi del puzzle e mi diceva “no szia, si fa cossì”.
Il maiale finiva con il corpo di una mucca, la gallina si attaccava al laghetto, la fattoria non aveva il tetto però aveva un gran cielo azzurro con il sole e le nuvole mischiate.
“No, tesoro. Vedi che non è uguale alla foto?”
“Szia ti dico che è cossì”.
Irremovibile lei.
Talmente tanto convinta che a un certo punto ho smesso di insistere. Sembrava più bello fare i puzzle senza un senso, con la mucca che ha la testa di un maiale e la casa senza un tetto.
E quella sera non le ho insegnato praticamente nulla ma lei mi ha insegnato che le cose non sono sempre così ovvie, così scontate. 
Che due pezzi, magari, sembrano perfetti per stare insieme ma non è il momento per farli combaciare e probabilmente, per ora, è meglio una casa senza un tetto ma pieno di azzurro di cielo.
E questa cosa, sicuramente, avrà senso solo per me perché me l’ha insegnato lei e voi che non la conoscete non potete capire.
Però, mi sembrava bella da scrivere per non dimenticarla.
Soprattutto nei pomeriggi che fuori piove e mi pare che manchi un pezzo.
“Szia ti dico che è cossì”, mi ripeto.
E le cose vanno meglio.

giovedì 26 dicembre 2013

So be good for goodness sake (Santa Claus is coming to town)


I primi Natali di cui ho ricordo sono chiassosi, confusi e incasinati. Perché qui, prima, si festeggiava in grande.
30, 40 persone in una stanza. La tombola, il mercante in fiera, i bambini che piangevano, che si rincorrevano, che cadevano. Erano Natali a porte aperte con cugini di primo, secondo, ottavo grado; suoceri, consuoceri, suoceri dei suoceri, cugini dei suoceri, vicini di casa dei cugini.
Tipo che annoiarsi era praticamente impossibile. 
Mi ricordo i cenoni della vigilia festeggiati a casa di una zia, con tavoli sparsi un po' per tutta la casa, mi ricordo le mille lire che mio zio mi passava sotto il tavolo quando si giocava a carte, mi ricordo gli scintillini che davano a noi bambini per festeggiare l'arrivo dell'anno nuovo.
Mi ricordo il Capodanno del 1999, che si cambiava il millennio, e io dicevo a mia cugina che 2000 era un numero troppo assurdo, allora lo scrivevo con un dito sulla carta da pareti della casa di zia. 2 0 0 0: guarda quanti zeri! Ci pensi? 2 0 0 0.
Mi ricordo che la felicità non era tanto scartare i regali, ma stare insieme e l'odore delle lasagne appena sfornate, gli antipasti su tutti i tavoli, il vestito buono delle feste, le candele alla vaniglia. 
Per tutti questi motivi non dovrei schifare così tanto il Natale eppure è un periodo che mi rende nervosa.  Perché i messaggini preconfezionati e mandati prima della mezzanotte, quelli che ti taggano su tutte le foto in tema per augurarti delle "serene feste", quelli che devono pubblicare duecento foto dell'albero per farti vedere che, sotto, ci sono i pacchetti di Tiffany e Chanel (esticcazzi!), quelli che non senti mai e poi resuscitano a Dicembre, io, tutti questi, non li sopporto.
Mi metto tristezza a vedere la gente nei supermercati, nei negozi di giocattoli, avvolta nelle pellicce fuori la porta della chiesa. 
Così da un paio di anni non mando auguri, non chiamo la gente, faccio regali solo se mi va e se c'è qualcosa che mi piace davvero, passo il Natale seduta per terra a giocare con la seienne.
Che io ho avuto feste sempre divertenti e lei no.
Ieri la guardavo mentre sistemava il succo di frutto e i biscotti per Babbo Natale. 
Anche se c'era l'annosa questione del camino che a casa sua non c'è. 
Se non scende dal camino, questo Babbo Natale da dove entra? 
Dalla finestra, ho detto io.
Sono chiuse, ha risposto lei.
E allora ha le chiavi di casa, ho detto io.
E lei si è stupita perché il porta chiavi doveva essere praticamente enorme. Miliardi di chiavi di casa. Oppure una sola, chi lo sa.
E forse questo Natale, di regali fatti con il cuore e pensieri sentiti, mi è stato un po' meno stretto. Ha vestito un po' di più la mia taglia, mi ci sono sentita quasi bene.
Guardando gli occhi della seienne mentre scartava la sua prima chitarra, cantando "tu scendi dalle stelle" con la voce più cretina che ho, ridendo con la nonna delle cose che non sa e che non so neppure io, giocando con la treenne che questa storia dei regali non ce l'ha ancora molto chiara.
Guardando un panorama bellissimo, che sembra quasi un presepe, alle 4 del mattino con gli amici con cui fai la notte di Natale (post cena con parenti, of course) ormai da anni, sempre quelli e sempre uguali.
Parlando di Andrea Pazienza, che non si fa mai abbastanza. 
E anche di quanto mi manca Roma, ma per ora abbracciatemi e non ci pensiamo (anche perché poi, quando sarò di nuovo a Roma, mi mancheranno gli abbracci e non potrò dirlo a nessuno).
E' stato un Natale dolce, come il pandoro con i cuoricini rosa e le stelline, che la seienne è impazzita quando l'ha visto.
E' stato un Natale non chiassoso ma di famiglia, d'amore, di calore, con poche luci e nastrini e ornamenti ma con l'essenziale.
E' stato perfetto.
E' stato il Natale che io penso sia Natale, che non è festeggiare l'arrivo di un bambino salvatore sulla terra ma festeggiare l'amore, gli affetti, curarsi le ferite dell'anima con abbracci interminabili e sessioni spietate di cibo al cioccolato.
E forse non sono più così tanto un grinch.

E sempre forse, questa potremmo chiamarla felicità. 
Lo so, lo dico spesso e poi torno a scrivere cose tristi ma è vero, sono felice. A giorni alterni.



domenica 28 luglio 2013

Maria

Maria firma su un foglio e ci mette accanto il cognome del marito.
Maria si presenta alla gente con il cognome del marito.
Non è vanità: quel cognome è un cognome normale, come tanti altri. Non dice niente d'importante. Te lo perdi subito e fai fatica a ricordarlo. Ma è di suo marito, quindi è suo.
Lo porta a spasso fiera, lo mostra alla gente come fosse un gioiello prezioso, lo fa splendere al sole come si fa con le lenzuola di lino appena lavate.
Lei, Maria, quel cognome l'aveva tanto voluto e desiderato. L'aveva protetto dalle cattiverie della gente, dal tempo, dalle crisi. 
Quel cognome è il legame che la unisce a lui ancora oggi che lui non c'è più. Perché un giorno di Maggio, quando ancora il sole fa cucù con le nuvole, lui se n'è andato. Sereno, con il sorriso sul volto, e la mano di Maria che stringeva forte la sua.
E' stata la prima volta che l'ho vista piangere. Le scendevano le lacrime e singhiozzava, talmente piccola che ti veniva voglia di abbracciartela forte.
Io, Maria, da bambina la guardavo e pensavo che era bellissima e anche oggi, che ha quasi settant'anni, penso che lo è.
E pensavo che mi piaceva che si sentisse talmente di "qualcuno" da volerne portare il cognome. E pensavo che a me, invece, mi hanno insegnato che io sono mia  e che nessuno sarà mai così importante da meritarsi un pezzo di me.
La generazione di Maria  non ha paura dell'appartenenza, dell'appartenersi. 
La mia scappa dalle relazioni: è precaria nel lavoro, nella vita e nei legami.
Che io, poi, la guardo Maria ed è tutto meno che antica: ha il rossetto sulle labbra e quando esco mi raccomanda di divertirmi, ed è stata madre dolcissima e guerriera allo stesso tempo, ed è stata comprensione e scudo per quell'uomo che tanto amava.
E un po' la invidio quella donna con i capelli chiari e il sorriso grande.
Perché io non so essere di qualcuno, non mi so regalare mai abbastanza e mi terrorizza perdere un pezzo di me. Che io voglio essere "uno" prima di essere la "metà di uno".
Che io sono quella che si butta su un lavoro e magari ci perde il sonno e un paio di pasti, che si scorda di chiamare e anche come si chiama. Che io prima di trovare un altro cognome devo dimostrare di meritarmi il mio.
Ma poi la guardo, Maria con un cognome non suo e la fede ancora al dito, e penso che lei ha capito tutto e io mai niente.
E penso che, forse, prima o poi lo vorrei uno con cui dividere, un po', un pezzo di me.

martedì 25 giugno 2013

"Sento il mare dentro una conchiglia: Estate!"


Il libro delle vacanze che mi facevo comprare appena suonava l'ultima campanella dell'anno.
Il panino al latte che solo a Catania, che solo mia nonna sapeva come riempirlo di nutella fino a farmi sporcare gli angoli della bocca, quando tornavo stanca e stremata dal lido.
La doccia con l'acqua fredda, congelata.
I gavettoni che partivano per scherzo e poi finivano come in una guerra: gli appostamenti dietro le siepi, le secchiate d'acqua che ti coglievano di sorpresa e ti lasciavano bagnata e sorridente.
La colazione delle 9 con la granita e la brioche fatte in casa oppure con il latte e cacao che "da casa non esci se prima non mangi!".
I compleanni aspettati, desiderati, voluti. 
La torta con il gelato, le candeline da soffiare, un sogno da fare avverare ogni anno diverso.
I vestiti leggeri, quelli sopra al ginocchio.
I balli di gruppo da ballare fino a quando non vengono le bolle ai piedi e poi sforzarsi di non piangere quando le bolle arrivano e fanno un male cane.
Le belle di notte fucsia e gialle davanti la finestra di casa.
I "cristalli" preziosi da cercare in spiaggia con cugine e fratelli per vedere chi ne trova di più e chi ha il tesoro più grande.
Il pane caldo del nonno a metà mattina, con sale e olio e basta che sembrava la cosa più buona del mondo.
La notte di San Lorenzo per guardare le stelle e sperare di vederne cadere una e alla fine, accontentarsi di quella più luminosa che sembra essere nel cielo solo per te.
L'odore delle zagare.
La Pepsi da mezzo litro, ghiacciata, da sorseggiare alle 12 mentre si passeggia in un viale assolato.
Le dita a grinze dopo che sei stata in acqua per ore. Le dita a grinze e la bocca viola.
Stare fino a tardi sul dondolo con una birra e un paio di amici.
Le grigliate serali.
Quella voglia di vita che, non si sa perché, arriva solo d'estate tutta insieme. Perché d'estate c'è il sole, perché siamo tutti più felici, più innamorati, più.. 

Da bambina amavo questi tre mesi di libertà, di dormite infinite, di gelati e giochi con le mie cugine. Poi, più cresci e meno ci fai caso.
Sono mesi come altri, solo più caldi, fastidiosi e psicotici. 
La corsa alla vacanza a tutti i costi che, poi, di rilassante non ha assolutamente nulla e l'ossessione della dieta.
Ho cominciato a preferire, con il tempo, mesi più anonimi come Ottobre e Marzo perché mi sembra che ci sia una maggiore possibilità di rilassarsi e ascoltarsi. 
Ma Giugno e Luglio mantengono quella bellezza che solo loro riescono a darci, quella voglia di stare insieme e stretti e abbracciati fino a tardi che la mattina la sveglia suona lo stesso ma nessuno sembra preoccuparsene davvero.
Avrei dovuto fare un post con le dieci cose che amo dell'estate, come mi aveva "suggerito" Giulia (che io adoro!), ma non mi riusciva e allora ho scritto di getto tutti i ricordi più belli delle mie estati.
Questo è il risultato. 
E i vostri ricordi più belli?



giovedì 13 giugno 2013

"Ti ricordi che sei femmina, vero?"


Non ho esattamente voglia di cose allegre nè di scriverne. Scriverei cose senza senso, senza punti, senza pause. Mi trovo a scrivere lettere a Lui, a me, alla me di domani, a quella di ieri.
Ma che palle!
Non ho aperto un blog per farlo diventare il muro del (mio) pianto.
Quindi, punto e a capo.

Questa mattina dopo una notte d'inferno (l'ennesima, ormai), mi sveglio e inizia la solita giungla casalinga.
Io che la mattina non parlo, mugugno come vi ho già ampiamente detto qualche post fa, io che ho una famiglia di gente che si sveglia e non fa altro che vomitare frasi.
"Buongiorno, come stai? Dammi un bacio" -  mia madre.
"Io vado. Ci vediamo dopo. Ma quello l'hai fatto? E il cane dov'è?" - mio padre.
Mentre Fratello1 canta dalla sua stanza e Fratello2 s'incazza perché lui è come me.
"Ma ieri che hai fatto? Sei tornata tardi? Hai mangiato? Cosa? Com'era? E oggi che fai? E dopo?" - mia madre.
Io rispondo per monosillabi: "Sì. No. Forse" o al massimo con suoni onomatopeici "Ehm, Uhm, mmm, Eh". Lei capisce, prende e va' via.
Tranne stamattina.
"Emme, truccati un po'. Sembri una morta!"
"No!"
"Almeno i capelli te li sei fatti?"
"Uhm"
"La maglietta non si può guardare. Stirala!"
"Mamma, sono già in ritardo. Tanto appena  mi siedo in macchina, si fanno le pieghe un'altra volta!"
"Ti ricordi che sei femmina, vero?"
"Ogni tanto"
"Io alla tua età..". Sospira.
Finisco la frase per farla felice, "Avevi già un figlio di un anno. Ciao Ma'!". Rido.
Lei non si scoraggia neanche di fronte a questo: "I tuoi fratelli non uscirebbero mai con una maglietta non stirata. Loro stanno delle ore davanti allo specchio!". Lei pregusta la vittoria.
"Quindi?", le rispondo annoiata.
"Quindi.. quindi..", spaesata, "quindi, dove ho sbagliato con voi?".
Non rispondo. Tanto non ce n'è davvero bisogno.
Chiudo la porta di casa che lei continua a parlare. Sul vialetto, mi placca il nonno.
"Levimi 'na curiosità, ma chissi capiddi fatti su?", che per i non siciliani vuol dire: Toglimi un dubbio, ma ti sei pettinata i capelli?
E io non lo so. Mi guardo allo specchietto della macchina.
Ho i boccoli/ricci/capelli mossi che, alla fine, potremmo semplicemente definire capelli alla cazzo, ho questa faccia bianca cadavere che non prende sole da anni, le occhiaie, la guancia fatta ancora di cuscino, la maglietta spiegazzata e penso che hanno ragione loro.
Poi, guardo l'orario: merda, sono in ritardo come sempre.
Pensa, se la mattina dovessi fare tutto quello che dice lei a che ora arriverei.