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martedì 16 luglio 2013
Vivi
Ho delle foto da togliere dalle pareti ma non ce la faccio. Sono lì e mi guardano tutti i giorni, quando mi sveglio e quando mi addormento. Sono lì e non dovrebbero più esserci.
Ho dei pensieri per la testa: quelli che non lasciano spazio ai punti. Sono delle virgole continue e difficili da spiegare alla gente perché si annoierebbe, perché le mie fragilità sono mie mica loro.
Ho dei libri da leggere, me ne regalano molti e non sanno quanto bene (mi) fanno.
Ho delle storie da ascoltare, da raccontare, di cui innamorarmi, per cui emozionarmi. Come l'anziano signore che ieri mi raccontava della sua vita, del carro tirato a mano quand'era in Toscana, della bellezza di Lucca, dell'efficienza di Modena, dei nipotini a Roma.
Ho il cinismo insito in me, come una malattia che scava e scava e poi fa i buchi nello stomaco. Un cinismo che è una difesa, che rende forti ma debolissimi allo stesso tempo. Che ti svuota l'anima e neanche te ne accorgi.
Ho dei sogni che sono degli incubi e la mattina mi sveglio con l'ansia di qualcosa che non è mai successo e mai succederà. Sento la sua mancanza ma la rispedisco indietro come un boomerang perché non voglio più averti tra le mie cose e nelle mie giornate.
Ho delle domande da fare a cui nessuno da' le risposte.
Ho degli scatoloni da preparare: vita da prendere e chiudere con del nastro adesivo.
Ho una nipote che dice: "che sseei bbella".
Ho delle amiche che danno la colpa alla luna calante quando le cose mi vanno di merda.
Ho una nausea continua, anche in questo momento.
Ho molta voglia di scrivere ultimamente.
Io non lo so che cos'è quest'irrequietezza che mi porta a vedere il nero nelle cose e poi il rosa e poi il nero e poi il rosa.
E' come essere due persone in una: la prima vorrebbe abbracciare il mondo, la seconda lo vorrebbe sfanculare tutto per intero.
Mi sento incompleta e non sono sicura che partire mi completerà davvero.
Ma intanto, come fai a saperlo se non lo fai?
Io me lo chiedo spesso: come si fa a restare vivi?
Non vivi con il cuore che batte.. quello, su per giù, so come funziona.
Vivi con una testa pensante. Vivi senza farsi trascinare dai brutti pensieri. Vivi.
Come?
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mercoledì 29 maggio 2013
29 Maggio: le mani giunte e lo sguardo al cielo
Sono sparita, lo so.
Ho in bozza non so quante cose scritte e poi lasciate lì, senza una fine. Sono io così: scostante e confusa, e ultimamente, anche un po' stronza.
Solo che ho delle cose da risolvere con me. Mi faccio i monologhi ma non mi rispondo.
"Emme, porca puttana, ci vuole un po' di autostima!". Ma niente, non arriva.
Comunque, divagazione a parte.
E' il 29 Maggio.
Il 29 Maggio, l'anno scorso, decidevo di partire per l'Emilia. C'era stata una scossa così forte che mi era arrivata al cuore.
Ci sono tornata poi un paio di volte. Le emozioni sono sempre state tante e ho scritto non so quante pagine della moleskine.
In mezzo a quelle pagine, c'è la storia di quest'uomo di cui non so ancora il nome.
Era uno di quelli composti, attenti, silenziosi. Aveva 3 figli e la moglie era incinta di nuovo, ma erano senza casa.
Questo è quello che ho scritto un anno fa, quando l'ho incontrato.
"Il cielo è per metà rosa e per metà azzurro. Sono appena le cinque del mattino e fuori fa freddo. Resto stretta nella mia felpa, con il cappuccio a coprire la testa. Un paio di metri più in là, c’è un uomo seduto su una sedia, le dita intrecciate e lo sguardo al cielo, accanto un triciclo poggiato sulla tenda e un cartello blu che dice che quella è la “via della felicità”.
Sono stati i bambini a dividere e a dare i nomi a questo piccolo fazzoletto di terra che prima era solo un parcheggio o, all’occorrenza, un parco divertimenti.
Il campo dorme ancora, non ci sono risate nè gente che chiacchiera, non c’è neanche l’odore del caffè nell’aria.
Ci siamo io e lui. Io con il cappuccio in testa, lui con i pantaloni corti. Io che scrivo e cancello su un foglio, lui che guarda attento il cielo con le mani giunte.
Gli passo vicino e subito penso: “cerca di fare piano”. Mi ritrovo a camminare in punta di piedi, come se i miei passi possano davvero fare più rumore della torre faro ancora accesa.
Lui, non si scompone, resta nella stessa posizione e mi sorride. Un sorriso spontaneo, di quelli che ti si stampano sul viso e fanno le fossette alle guance, di quelli che escono così, naturali, e si vedono anche i denti.
“Buongiorno”, mi dice piano.
“Buongiorno”, rispondo.
Ogni mattina, allo stesso orario per otto giorni, gli ho camminato accanto in punta di piedi. Io con il cappuccio in testa, lui con le mani giunte. Per otto giorni, tra la “Via della felicità” e la “Via del sole” abbiamo condiviso l’alba, i sorrisi e la dolcezza di augurarci giornate buone, tutti i giorni.
Tutte le volte, ho pensato di fermarmi e chiedergli cosa c’era di tanto interessante nel cielo. Tutte le volte ho preferito quel sorriso e quelle poche parole sussurrate."
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domenica 5 maggio 2013
Sono un granello di sabbia
Ciao cuore mio. Come stai?
Lo so che ti faccio fare i salti, che sono faticosa anche per te.
Dico che sono forte. Che sto bene da sola. E io ti sento mentre ti ribelli alle mie parole dettate dalla testa.
Non riuscite mai ad andare d'accordo, eh.
C'è il cielo pieno di stelle stanotte. Brillano così tanto che se resti un minuto fermo, a guardare, non puoi che sentirti più leggero. L'odore è quello delle sere estive, quando qualcuno ti tiene per mano e ti dice che sei bella con quell'espressione buffa. Non c'è un'anima qui, nè il rumore di una macchina che passa. Niente. Siamo io, il cielo e questo bisogno di scrivere pensieri senza rileggerli.
Sai cosa ho imparato in questi giorni? Che la sabbia non se ne va neanche se vuoi.
E alcune persone sono come la sabbia. Ci cammini sopra a piedi nudi e ti sembra la cosa più bella di sempre, ma lei - la sabbia così come alcune persone - si è già intrufolata nei posti più strani. Poi, torni a casa e cerchi di pulirti per bene, di rimuovere quella passeggiata in spiaggia. E togli granelli dai piedi, dalle unghia, dai calzini, dalle scarpe, dai risvolti dei jeans. Ma, magari, dopo qualche giorno ritroverai qualche granello dentro la borsa, tra le pagine di una Moleskine, nelle tasche di un jeans. Prenderai il granello di sabbia e sorriderai. Un sorriso che sa di memoria, di nostalgia, di delusione, di entusiasmo. È un mix strano che tu cuore mio continui a sopportare.
Quel giorno in riva al mare, con i nostri nomi scritti sulla sabbia che aspettavano solo il passaggio delle onde per essere cancellati, con il sole al tramonto, ho capito che io certa sabbia me la voglio tenere appiccicata alla pelle. E anche certe storie.
C'era il mio passato e il mio presente in quel fazzoletto di sabbia e mare. C'erano la mia pelle, le mie ossa, la mia carne e poi tu, cuore mio.
L'istinto a chiedere se saranno il mio futuro, anche se la risposta non la voglio davvero. Non ora.
Perché le cose cambiano in fretta e probabilmente domani ci saremo già dimenticati di noi. Avremo già lo sguardo rivolto verso qualcos'altro.
E i granelli di sabbia serviranno a ricordare il rumore del mare, l'odore di quel libro appena acquistato che nessuno leggerà, gli abbracci che non ci siamo dati.
Ho scelto di osare, di sbagliare, probabilmente. Sto cercando un modo per allontanarmi da tutto e da tutti e più cerco di farlo e più mi trovo legata a ciò che ho intorno.
Sono un granello di sabbia. Per quanto mi voglia fare trasportare dal vento, finirò sempre dentro la moleskine di qualcuno.
Lo so che ti faccio fare i salti, che sono faticosa anche per te.
Dico che sono forte. Che sto bene da sola. E io ti sento mentre ti ribelli alle mie parole dettate dalla testa.
Non riuscite mai ad andare d'accordo, eh.
C'è il cielo pieno di stelle stanotte. Brillano così tanto che se resti un minuto fermo, a guardare, non puoi che sentirti più leggero. L'odore è quello delle sere estive, quando qualcuno ti tiene per mano e ti dice che sei bella con quell'espressione buffa. Non c'è un'anima qui, nè il rumore di una macchina che passa. Niente. Siamo io, il cielo e questo bisogno di scrivere pensieri senza rileggerli.
Sai cosa ho imparato in questi giorni? Che la sabbia non se ne va neanche se vuoi.
E alcune persone sono come la sabbia. Ci cammini sopra a piedi nudi e ti sembra la cosa più bella di sempre, ma lei - la sabbia così come alcune persone - si è già intrufolata nei posti più strani. Poi, torni a casa e cerchi di pulirti per bene, di rimuovere quella passeggiata in spiaggia. E togli granelli dai piedi, dalle unghia, dai calzini, dalle scarpe, dai risvolti dei jeans. Ma, magari, dopo qualche giorno ritroverai qualche granello dentro la borsa, tra le pagine di una Moleskine, nelle tasche di un jeans. Prenderai il granello di sabbia e sorriderai. Un sorriso che sa di memoria, di nostalgia, di delusione, di entusiasmo. È un mix strano che tu cuore mio continui a sopportare.
Quel giorno in riva al mare, con i nostri nomi scritti sulla sabbia che aspettavano solo il passaggio delle onde per essere cancellati, con il sole al tramonto, ho capito che io certa sabbia me la voglio tenere appiccicata alla pelle. E anche certe storie.
C'era il mio passato e il mio presente in quel fazzoletto di sabbia e mare. C'erano la mia pelle, le mie ossa, la mia carne e poi tu, cuore mio.
L'istinto a chiedere se saranno il mio futuro, anche se la risposta non la voglio davvero. Non ora.
Perché le cose cambiano in fretta e probabilmente domani ci saremo già dimenticati di noi. Avremo già lo sguardo rivolto verso qualcos'altro.
E i granelli di sabbia serviranno a ricordare il rumore del mare, l'odore di quel libro appena acquistato che nessuno leggerà, gli abbracci che non ci siamo dati.
Ho scelto di osare, di sbagliare, probabilmente. Sto cercando un modo per allontanarmi da tutto e da tutti e più cerco di farlo e più mi trovo legata a ciò che ho intorno.
Sono un granello di sabbia. Per quanto mi voglia fare trasportare dal vento, finirò sempre dentro la moleskine di qualcuno.
domenica 28 aprile 2013
Roma, di nuovo.
I piedi penzoloni, lo sguardo alla piazza, il tramonto che fa tutto il resto.
Avete mai visto un posto più bello di Villa Borghese al tramonto? Ti affacci e guardi Piazza del Popolo. La gente che passeggia, i giochi di luce e io mi sento un'altra volta un po' bambina.
La prima volta a Roma, da sola, avevo sette anni.
Avevo lottato con i miei per andare, perché mi sentivo pronta a "prendere il volo", mentre mia madre si preoccupava ancora che non sapessi vestirmi da sola e cose così.
Invece, in una settimana ero stata bravissima. Nessun ripensamento, neanche un piantino.
L'ho detto subito che era la "mia" città, con la solita sicurezza di sempre.
"Non sai che vuol dire vivere a Roma", mi ripetevano.
Il traffico, la gente che s'incazza subito, i ritmi folli, i rapporti che non sono quelli del Sud.
"Crescendo cambierai idea", dicevano.
E invece, no. Non ho cambiato idea e la guardo ancora con lo stesso entusiasmo di quando ero bambina e l'identica voglia di farne parte ancora di più.
Sull'autobus, qualche ora dopo, c'è una signora che si lamenta. L'autobus ha ritardato e lei ha fatto una corsa dal lavoro per riuscire a prenderlo in tempo, eppure siamo imbottigliati nel traffico e la cena è ancora tutta da preparare. Sbuffa ritmicamente e a me viene da sorridere.
Più in là, incrocio il sorriso dolce di una suora. No, il giochino del "tua" non l'ho fatto.
Ho ricambiato il sorriso perché il suo era bellissimo. Ancora un passo dopo c'è un anziano, chiede a due ragazzine d'indovinare la sua età. Le ragazzine dicono "settanta" decise e lui, un po' deluso, risponde "sì, settanta". Si legge dal sorriso un po' sghembo che avrebbe preferito avessero detto che ne aveva meno.
Poi c'è uno che parla al telefono forte. "Michela", dice, "Michela, perché lo dici a me quando sai bene che dovresti chiedere ad Andrea?".
E io, me l'immagino questa Michela e questo Andrea. Non so cosa Michela dovesse chiedere ad Andrea ma sembra importante. Secondo me Michela ha il naso all'insù e Andrea.. Andrea sarà il solito paraculo.
E' stato un pomeriggio romano strano. Da abbracci ma non completi. Mi sono sdraiata su un prato e c'erano i peschi fioriti. Ero con la "mia" bambina. Quella che ancora mi chiede consigli sull'amore e io non so che dire, a parte che lei è più brava di me in milioni di cose.
"Ci pensi a quando l'anno prossimo sarai qui?". Ci penso sì.
E ho paura.
Magari, Roma finirà di piacermi. Smetterò di esserne così innamorata perché è proprio da me volere una cosa fortemente e poi non volerla più.
"Sei la solita bambina viziata", mi urlo da dentro.
E sempre da dentro, guardo il Colosseo e poi guardo chi cammina accanto a me.
E la paura aumenta perché se continui così non ne esci bene di sicuro.
Eppure, anche stavolta, Roma mi culla. Anche quando mi sembra di essere persa, di essermi persa, c'è sempre qualcosa che mi fa dire che niente è perduto.
Ritrovo sempre la via.
C'è la "zia" che mi da' un buffetto nella guancia e poi mi dice "ciao core" e le sue parole, ma anche Roma, si colora di un rosso intenso.
Probabilmente, l'anno prossimo scriverò da lì e tutto quello che oggi amo sarà solo un ricordo. La odierò. Non sopporterò il traffico, quell'odore di pizza bianca, la metro affollata ad ora di pranzo, i romani.
Capiterà, ne sono certa. E quindi, scrivo questo post da potere rileggere nei momenti peggiori per fare da promemoria al cuore.
martedì 12 marzo 2013
Roma
E' ancora buio. Mi guardo intorno: la casa dorme e c'è un silenzio irreale.
Chiudo la valigia con qualche difficoltà, ci litigo un po' e faccio per sedermici di sopra. Ho portato troppe cose, ne ho usate troppe poche.
Chiudo la porta e faccio più piano possibile. Esco da questa casa dopo averla abitata per una settimana e so che da domani vivrà normalmente, come se non avessi lasciato tracce.
Per strada non ci sono ancora macchine, non ci sono tram e neanche autobus. I negozi hanno le serrande abbassate e non c'è l'odore di pizza al taglio che sentivo di solito.
Mi stringo nel cappotto, c'è un vento freddo che è piacevole ma anche no.
Il rumore dei miei passi accompagna i pensieri. Mi fermo al semaforo rosso. Ci si ferma anche quando non c'è nessuno per strada, no?
Vado in metro e mi siedo a leggere mentre aspetto. Accanto a me due ragazzi si tengono per mano e continuano a baciarsi. Di solito, di fronte a scene così, m'infastidisco ma oggi va bene tutto. Amatevi che fa bene.
Lascio Roma per l'ennesima volta ma questa pesa di più.
Abbiamo riso e pianto insieme. Mi ha mostrato la parte più bella, quella meno turistica, un po' più intima.
Mi sono persa per le vie del centro come si fa quando non hai altro da fare. La gente sorride nelle vie più strette. Un sorriso dolce che ti fa sentire a casa.
Ho avuto ritmi normali, senza strafare e senza quella mania di voler vedere tutto.
Mi sono fermata un pomeriggio a mangiare cupcake, bere caffè americano e scrivere. Fuori pioveva e io mi sono sentita in pace con il mondo.
Anche la pioggia a Roma può essere speciale: diventa una città colorata di ombrelli. Qualcuno ti ferma e tenta di vendertene uno e la gente si scansa e s'infastidisce, io, invece, lo trovo meraviglioso.
E' bello vedere una città bagnata, colorata e anche un po' incazzata ai semafori.
I romani sono.. romani e non trovo un aggettivo per descriverli. T'intercettano per strada, in metro, in tram e fanno i simpatici. Fanno domande, che è strano per me abituata a farmene molte ma non a farle agli altri.
A volte, non so rispondere e resto muta e imbarazzata. Siamo abituati a farci i monologhi ma poco a rispondere alla gente.
Lascio questa città e so che mi mancherà terribilmente. Anche aspettare l'autobus che non passa, anche quel tempo un po' ballerino che un po' c'è il sole e un minuto dopo c'è il diluvio, anche quell'incertezza di non sapere cosa fare.
Il prato di Villa Ada che è meglio di Villa Borghese, il lungotevere illuminato a festa e quel tipo strano che pensa che io stia in silenzio solo perché ho un fidanzato.
Mi mancheranno le mani di lei che più mi stringe e più ho la sensazione che la "mia" bambina è cresciuta.
Mi mancherà respirare quest'aria che mi fa stare così bene.
Ma tanto torno e la prossima volta, magari, è per sempre.
martedì 5 marzo 2013
Nessuno (come te)
"Fiorisca il cardo di viole, poi fra le viole sceglie te. Perciò stanotte dormi qui che non esiste oscenità freghiamo la pornografia. E dammi figli e oscenità e sesso orale e dignità" (Baustelle - Nessuno)
Ascoltavo questa in loop e le lacrime non facevano che scendere. Non c'era modo per fermarle.
"Che modo stupido per piangere", pensavo. Chissà perché, poi.
Il perché l'ho trovato in questi giorni, dopo settimane da quel pianto.
Forse, piangi quando sai che nessuno al mondo ti dirà mai le stesse cose ("E dammi figli e verità e tenerezza e dignità. Non ho amato mai nessuna come te!").
Tenerezza, oscenità, dignità: amore.
Sono nella fase della mia vita in cui non so quello che voglio davvero.
Seguo l'istinto, il cuore, la passione.
Poi piango e mi trovo fragile come mai successo prima.
Mi trovo in situazioni quasi assurde ma continuo imperterrita. So che mi faranno male ma non mi fermo.
C'è una vocina nella mia testa che mi dice di scappare e correre il più lontano possibile e poi c'è il cuore che batte, c'è la pancia che fa i salti, le gambe e le mani che non hanno mai voluto nient'altro che quello.
Dare ascolto alla testa, quando il resto degli organi vanno in direzione opposta, è quasi impossibile.
Allora, resto.
E mi regalo attimi di vita. Da ricordare, da cancellare, chi può dirlo adesso?
Un giorno la mia testa mi urlerà che me l'aveva detto, che sono la solita stupida.
Risponderò che ne è valsa la pena. Avrò gli organi ammaccati e doloranti e chissà quando si riprenderanno. Ma ne è valsa la pena.
Ne è valsa la pena per gli odori, per i sapori, per il calore, per il mio cuore, per il tuo cuore, per il giorno dopo e per quello prima, per i tuoi occhi, per le mie mani, per il sangue che sentivo pulsare.
Perché sì.
mercoledì 23 gennaio 2013
Una notte di stelle cadenti a Londra
C'è quest'odore di biscotti e di prato tagliato da poco. C'è questo cielo blu scuro, con tutte le stelle che lo illuminano. Quando vai a Londra ti dicono che il cielo non lo vedrai mai: stronzate.
C'è la luna che ci guarda dall'alto, tonda e meravigliosa. C'è la musica che arriva da lontano così come le risatine, gli schiamazzi, le canzoni urlate.
Sono seduta sul prato e guardo il cielo.
"Se vedi una stella cometa, qual è il tuo desiderio?", mi chiedi.
Ah, già, è anche il dieci Agosto. E io non lo so che cosa voglio desiderare, non so neanche se sono capace.
Ho già tutto qui, per ora. Sono a Londra, sono felice, ci sei tu che mi fai ridere e sento arrivare, dall'altra stanza, la voce della mia bionda. Che altro dovrei volere?
Mi hai detto che non ci credi, non posso essere così giovane e così senza sogni. E infatti, non crederci. E' una favola che mi racconto ogni tanto e a cui voglio credere anche io. Mi piace dire alla gente che sono realista e con i piedi ben saldati alla terra.
Poi, di notte, i sogni arrivano tutti insieme: castelli, occhi, baci appassionati, avventure che tolgono il fiato.
Ma di giorno, no, non si può credere alle stelle cadenti.
Sin da bambina mi hanno insegnato che tenere i piedi per terra era meno doloroso. Quando stai sulle punte, il soffitto sembra meno lontano così come il cielo, ma quasi subito arriva il dolore, il sangue, le ferite da curare. Un minuto più vicino al cielo e una settimana con i cerotti sull'alluce.
"Sei bellissima", dici.
No, che non lo sono. Divento subito rossa e mi copro la faccia.
Tu lo sei, Lorenzo, e non sai che tutte le altre vorrebbero essere qui al mio posto. Oppure, lo sai benissimo ma hai scelto me perché ero la più disinteressata di tutte.
Mi hai fermato e mi hai offerto una sigaretta. Io non fumo. "Lasciamene una lo stesso, la porto alla mia amica". Mi hai guardato strano come si fa con la gente un po' scema. Non m'importa.
Quando sono rientrata in camera, con la sigaretta, mi hanno fatto il terzo grado. "Ma che ti ha detto? Ma ha sorriso? E tu?".
E io? E io niente. Non lo so che si fa in questi casi. Non sono brava ad ammiccare.
"Emme e buttati ogni tanto. E prova a darti uno slancio".
Uno slancio: mi hanno insegnato anche quello a ritmo di musica. Sette, otto e grand jete. E lo sai cos'è, un grand jete? E' un saltino che mi tiene sospesa per aria per qualche secondo, poi sono di nuovo giù, pronta e già in posizione per fare altro. Non te lo puoi godere quel salto, non puoi distrarti mentre sei per aria.
E come faccio a darmi lo slancio, se so già che dovrò tornare alla posizione di partenza dopo qualche secondo?
Mi hai detto che sei di Forlì. Io non so neanche dov'è, in geografia sono sempre andata male. Quando la professoressa mi chiedeva dell'India, dicevo che era ad est, che era colorata e faceva odore di spezie. E lei mi metteva 4 e io continuavo a pensare ai veli sulle teste delle donne indiane.
"E' facile!". Prendi il palmo della mia mano e mi disegni l'Italia. "E' qui!".
Ma io, Lorenzo, mi sono persa alla seconda linea che hai disegnato. Forlì potrebbe essere vicino Londra o a qualche km dalla Lombardia. Non fa differenza. Magari, per stasera, facciamo che Forlì si trova al centro della mia mano.
Sembri uscito da una pubblicità mentre io arrossisco per qualsiasi cosa.
Ai tuoi complimenti, rispondo con un "non esageriamo". Metto le distanze così non si fa male nessuno. Non esageriamo che diventa "non esagerare". Facciamo che io mi costruisco un piccolo muretto di mattoncini rossi fatto di parole, così continuo a ridere con te ma so che ho il cemento a proteggermi.
Non esageriamo che, nei miei occhi, vuol dire "esagera". Esagera e prendimi per mano. Facciamo che costruisci un ponte così io la smetto di trincerarmi dietro le parole.
Qualche giorno e riparto. Torno a casa mia e rubo un po' del colore dei tuoi occhi per fissarlo nella mia mente. Per tornare e dire alle amiche di questo Lorenzo, di Forlì, che è bello da morire e che mi ha fatto ridere per tutta la notte di San Lorenzo.
Niente promesse. Sappiamo entrambi che non servono. Ci dimenticheremo presto l'uno dell'altro. Poi, siamo qui, adesso, e che senso ha dire che mi penserai se non ci credi neanche tu?
Mi pensi adesso e basta. Mi stai tenendo la mano e mi stai indicando le stelle fingendo di capirne qualcosa. Stiamo inventando le costellazioni insieme, tanto chi ci ferma?
"You're beautiful, it's true". Sento tutti gli altri che la cantano. James Blunt va forte quest'estate. "There must be an angel, with a smile on her face... I will never be with you".
Ti ho appena finito di raccontare il motivo per cui tutte le amiche mi chiamano Alice e stai ridendo. Perché abbiamo letto un libro tutte insieme e la protagonista è talmente simile a me che ogni tanto, quando devono prendermi un po' per il culo, mi chiamano così.
"Oppure perché con quegli occhi e quel sorriso, sembri uscita dal paese delle meraviglie?". Resto un secondo in silenzio. "Che paraculata", ti rispondo.
Sbuffi e ti metti a braccia conserte. "Quanto la fai difficile? Prendila per quello che è e basta. E dai!".
E' il 10 Agosto, sono a Londra, su un prato inglese, c'è lui che non è male e c'è James Blunt in sottofondo. E' così difficile? No.
Dopo quella notte, mi hai scritto un biglietto. L'ho incollato su un quaderno.
"Sei stata la scoperta più bella e più simpatica di questi giorni. Anche se la fai difficile. So che mi mancherà la tua risata. Ci ritroveremo."
E' un biglietto di frasi corte e punti. Non lascia speranze perché lo sapevi subito che non ce n'erano.
Sono passati gli anni e non ci siamo ritrovati. Io la faccio sempre difficile e tu chissà dove sei.
Ma oggi, ti ho pensato perché l'ho ascoltato ed è inevitabile associarla a quella notte di stelle cadenti e di desideri esauditi.
martedì 4 dicembre 2012
Fermi tutti.
Fermi. Fermi tutti, mi verrebbe da urlare ogni tanto.
Ma loro, chi mi ascolta, sono già fermi, immobili, bloccati. Senza speranza.
Esagero?
Esagererei se non li vivessi ogni giorno, se non vedessi i loro occhi vuoti, se non sentissi sulla mia pelle le loro frustrazioni, le loro insoddisfazioni. Che sono anche le mie.
Fino a quando non ci vivi in una terra senza futuro non puoi capire. Pensi che giovane è bello, che tutto è divertente, che tanto il futuro aspetterà.
Ma non è vero niente. Non è vero perché questa parola, “futuro”, ce la ripetono tutti riempiendola di significati che capiscono solo loro. Ci fanno sentire piccoli e inadeguati.
Ci dicono: “Siete giovani choosy”. E noi, invece, di ribellarci, di sbattere i pugni, un po’ ci crediamo e diciamo che sì, forse, lo siamo davvero.
Forse, quelli sbagliati siamo noi.
Ma non è vero un cazzo.
Cosa c’è di sbagliato nel sognare? Cosa nel desiderare una vita che non sia triste, monotona e che non ci piace?
Mi ricordo gli ultimi anni del liceo, quelli dove sognavamo la vita che veniva e
ci travolgeva tutti con entusiasmo.
Mi ricordo di un Lui che mi guardava e diceva che avrei spaccato il mondo, se solo lo avessi voluto davvero. Poi quelle parole se l’è portate il vento.
Ricordo di sogni fatti di casa, di risate tra amici.
“Poi vi sposate e noi veniamo a pranzo da voi ogni domenica!”.
La vita complice di amiche che sognano figli che saranno amici anche loro.
Eravamo dei ragazzini e il mondo ci sembrava in attesa solo di un nostro cenno. Come se non ci fossimo nient’altro che noi.
Ci dicevamo che noi, in questa terra, ci volevamo restare perché ci aveva regalato tanto.
Poi, qualcosa si rompe e lo capisci subito quando accade. Iniziano ad andarsene. Qualcuno per sempre.
Roma, Milano, Torino, Bologna, Venezia.
Quante lacrime ho versato davanti un gate? Quante volte ci siamo detti: “la distanza non cambierà le cose?”.
Tutte quelle parole sul restare insieme, sul vederci invecchiare, non hanno più alcun senso.
I pochi rimasti, sono pronti a prendere il volo in questi anni. Stanchi e nauseati dalla stessa città che ci ha cresciuto.
“Altri 5 minuti, solo altri 5!”.
Fatemi sognare ancora una casa con il giardino, ditemi che un giorno saremo tutti insieme come un tempo a gioire dei nostri successi e a piangere dei dolori che verranno.
Ditemi che un giorno avrò dei figli e che loro vi chiameranno per nome, che giocheranno insieme ai vostri figli, che andranno a fumare le prime sigarette nello stesso angolo nascosto dove lo facevamo noi.
Datemi la sicurezza di un sogno svanito, ancora per un po’.
Almeno, fatelo oggi.
Domani mi sveglierò meno nostalgica. E penserò alla mia partenza, che a questo punto non è neanche lontana.
venerdì 23 novembre 2012
Roma è Amor al contrario
E’ stato un passaggio così veloce che mi sembra quasi di non esserci stata per niente.
Roma mi fa sempre lo stesso effetto: è adrenalina pura.
Roma mi fa tornare bambina. Mi fa ricordare quelle sensazioni di stupore che difficilmente riusciamo ad avere nella vita di tutti i giorni. Roma è fatta di prime volte anche quando l'hai vista fino alla nausea.
Roma è quell’ odore di buono che pervade le strade.
Sono le foglie gialle per terra in Via Veneto.
Quella scritta “Dolce Vita” in rosso che potrebbe essere benissimo l’insegna di un circo e invece è messa lì in quella che fu la via di Mastroianni e Fellini.
Roma è il rumore della metro, quel sali e scendi di persone.
Quella scritta “Dolce Vita” in rosso che potrebbe essere benissimo l’insegna di un circo e invece è messa lì in quella che fu la via di Mastroianni e Fellini.
Roma è il rumore della metro, quel sali e scendi di persone.
E’ una donna che canta lirica in Via dei Condotti, tra Armani e Jimmi Choo, con un maglione rosa pallido e un lettore cd del ’90.
Roma è la monetina che lanci nella fontana di Trevi e il desiderio è sempre quello: “voglio tornare al più presto!”. Anche perché pochi altri desideri si avverano così facilmente.
E' lo stupore di uscire da quella via stretta, prima della Fontana di Trevi e vedertela all'improvviso lì davanti, imponente e meravigliosa. E' il rumore dell' acqua che non si ferma mai.
E' lo stupore di uscire da quella via stretta, prima della Fontana di Trevi e vedertela all'improvviso lì davanti, imponente e meravigliosa. E' il rumore dell' acqua che non si ferma mai.
E’ quell’accento simpatico che ti fa sentire subito a casa anche se casa tua, in effetti, non è.
Roma è storia che invece di farti sentire piccolo e solo, ti coinvolge e ti fa sentire speciale.
Sono i passi lenti che si fanno nei vicoli così da guardare i fiori sui davanzali delle finestre e i tavoli fuori dai ristoranti, anche se è Novembre inoltrato.
Sono i negozietti con le maglie “I love Roma” che fanno tanto americanata, ma anche no.
E’ una sposa che fa le foto in posa davanti una fontana.
Roma sono tutti i turisti che tengono sempre il naso all'insù a guardare quel cielo che è difficile trovare in qualsiasi altro posto.
Roma sono i negozietti piccoli, quell'insieme di oggettini e colori che fanno bene al cuore.
Roma è la consapevolezza di essere bellissima e incasinata allo stesso tempo. E' una donna che se la tira perché sa di poterlo fare. Ti regala un pezzo di sè per poi farti pensare a quante altre cose ti ha tenuto nascoste.
Non è mai abbastanza il tempo per viverla davvero, però, ogni volta mi sento sempre un po' più a casa.
Roma sono tutti i turisti che tengono sempre il naso all'insù a guardare quel cielo che è difficile trovare in qualsiasi altro posto.
Roma sono i negozietti piccoli, quell'insieme di oggettini e colori che fanno bene al cuore.
Roma è la consapevolezza di essere bellissima e incasinata allo stesso tempo. E' una donna che se la tira perché sa di poterlo fare. Ti regala un pezzo di sè per poi farti pensare a quante altre cose ti ha tenuto nascoste.
Non è mai abbastanza il tempo per viverla davvero, però, ogni volta mi sento sempre un po' più a casa.
Roma mi fa battere il cuore in un modo che è difficile anche spiegare. E' come sentire di essere nel posto giusto, avere la sensazione che è lì che dovresti stare. Per sempre.
Magari. Un giorno.
Roma è questo ma anche molto altro. Difficile spiegarla in qualche riga. Ho aggiunto un po' di foto che non sono neanche un granché. Non vogliono essere foto bellissime o professionali.
E' ancora Roma raccontata in modo diverso che con le parole.
Magari. Un giorno.
Roma è questo ma anche molto altro. Difficile spiegarla in qualche riga. Ho aggiunto un po' di foto che non sono neanche un granché. Non vogliono essere foto bellissime o professionali.
E' ancora Roma raccontata in modo diverso che con le parole.
sabato 10 novembre 2012
Un sabato sera alcolico e d'incontri
Ho incontrato la mia compagna di classe secchiona delle medie.
Sticazzi, direte voi.
No, invece, ha dell’incredibile. Almeno per me.
Era sabato sera notte e stavo facendo discorsi impegnati sul cinema italiano con un amico.
Dopo una birra e un sex on the beach cominciate a parlarmi di Sorrentino and friends e.. Gigi Marzullo con tutti i critici cinematografici della domenica notte, su Rai Uno, lèvatevi proprio.
Niente lì, con il cocktail in mano, biascicavo frasi senza un vero senso logico: “Ma sì, Bellocchio sarà Bellocchio ma secondo me anche Ciprì! E vogliamo parlare dei fratelli Taviani? Parliamone!”.
A un certo punto, con la coda dell’occhio vedo passare una ragazza.
Magrina. Capelli neri e faccia cadaverica.
“Ma io quella la conosco!”, ho pensato. Naturalmente, faccio finta di niente e continuo a ridere di una battuta che non ho capito ma che non ho interesse a capire.
Ma la magrina si avvicina e con fare naturale mi dice “Ooooh Emme! Ma tu qui?”.
A quel punto è tutto più chiaro: la secca la conosco e anche bene dato che ci ho passato 3 anni, quasi seduta accanto.
“Oh! Secca! Ciao! Ma sì, sai ci vivo qui! E tu?”
“Eh, anche io. Faccio poca vita sociale ma sono viva. Che bello vederti!”.
La guardo meglio. Ha sempre la stessa faccia. Uguale. Più magra però, che alle medie aveva i fianchi come la Marini (e non è un complimento!).
“E allora, Secca, ti sei laureata? Ora che fai?”
“No, non mi sono più laureata. Ho lasciato l’università. Ma, ora lavoro”.
Cambio espressione mentre nella mia testa ci sono dei russi che ballano quel ballo che forse è polacco (se non avete capito qual è, non è colpa mia).
La Secca non si è laureata. Risata di sottofondo.
Colei che studiava, alle scuole MEDIE, dalle 15 alle 21 senza interruzione alcuna. Colei che non ha mai preso un voto più basso del 9.
Quella che s’incazzava perché io prendevo gli stessi suoi voti ma studiando un quarto, frequentando il corso di danza e di recitazione e facendo il triplo di attività.
Colei che diventava verde acido ogni volta che i professori esaltavano il mio essere così brillante. “Emme può fare tutto nella vita” diceva la prof d’italiano, mentre di lei sforzava un “la Secca è brava!”.
Ha lasciato l’università. Risata di sottofondo.
“Ah! Quindi, niente più laurea. E adesso che fai?”
“Ma niente. Mi sono convertita, lo sapevi?”
“Convertita?” (Emme comincia a sentire l’effetto dell’acool)
“Nomediunareligioneavostropiacere. Poi, ho lasciato l’università perché voglio andare a servire il Signore in Africa. Voglio fare la missionaria.”
(Emme trattiene ogni battuta oscena, idiota e fuoriluogo che il suo stato alcolico le suggerisce.)
“Bello. La missionaria in Africa. Bello. Bello”.
A quel punto avevo finito le parole. Non perché non apprezzi la scelta, che anzi condivido e ammiro, ma ricordo una Secca diversa.
Perché la Secca è quella che non è venuta in gita di terza media, quella attesissima da tutti noi come fosse la prima fuga da Alcatraz, perché non poteva stare lontana di casa per 6 giorni. Va bene, eravamo alle medie ma negli anni non era molto migliorata.
Al liceo non usciva di casa quando non aveva niente di nuovo da mettere, tipo che ti dava un appuntamento e quando non arrivava sapevi già che non aveva trovato, nel suo armadio fornitissimo, nulla che le piacesse.
La gente si sveglia una mattina, si converte e decide di andare in Africa. Ok.
“E quando parti, Secca?”
“Penso presto”.
“Bello. Non sai quanto mi piacerebbe!”.
A quel punto mi guarda in un modo che al solo pensarci mi fa venire i brividi anche adesso che lo scrivo.
Tipo quelle santine inquietanti che ogni tanto si porta dietro mia nonna. Quelle che ti guardano con quello sguardo buono, buono e tu pensi “che vuoi da me, eh?”.
“Lo so, Emme. Ho sempre pensato che avresti fatto una scelta del genere prima o poi. E’ proprio da te!”.
Da me?! Da me che, fino all’ultima volta che mi hai visto, mettevano un “principessa” prima del nome?
Da lì mi sono convinta che in qualche modo ha “sentito” il mio cambiamento. E da lì ho capito che dovevo smetterla di bere per quella sera.
Alla fine mi ha lasciato il numero. Mi ha detto di tenerci in contatto.
Anche per l’ Africa. Soprattutto per quella.
Ero tutta contenta, anche se era finito il Sex on the Beach.
Ci siamo salutate pensando che, magari, in futuro ci vedremo in Africa o chissà in quale parte del mondo.
Quando se n’è andata, ho preso il telefono per salvare il numero.
Un secondo dopo, l’idillio era finito. “Merda, invece di salvare, ho cliccato su elimina numero”.
Addio Secca. Addio Africa.
“Addio monti sorgenti dall’ acque, cime ineguali..”
Addio.
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