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mercoledì 4 febbraio 2015

Quando piove/2

Ieri, sono uscita di nuovo senza ombrello che non è senso di ribellione al clima ma solo biondezza ben nascosta da una folta chioma di capelli neri.

Mentre camminavamo vicino Porta Pia, Valerio, che è grande spunto per questo luogo di cose che succedono (a me, per lo più), ha detto:
fosse per me, quando piove, starei tutto il tempo in giro.
Roma è bella sotto la pioggia e te la godi di più. 

Poi ha aggiunto: anche perché, quando piove, non ci sono tutti quelli con le pettorine colorate che ti fermano per renderti partecipe della battaglia che stanno combattendo.

Allora, un po' ridevo e un po' cercavo di stare sotto al suo ombrello che era piccolo e per due non bastava.
Che comunque, alla fine, quelli con la pettorina colorata c'erano ugualmente e io ho capito che se ti vuoi godere Roma quando piove, è meglio comprare ombrelli più grandi.

lunedì 2 febbraio 2015

Quando piove


Ieri sera pioveva e avevo lasciato l'ombrello a casa. Avevo queste scarpe nuove che ho comprato solo perché Rita continuava a dire che sono bellissime ma hanno i tacchi che fanno un rumore insopportabile.
Stavo correndo dai ragazzi che mi aspettavano per cenare, ma poi ho fatto tardissimo e io mangiavo il club sandwich e loro il tiramisù.
Insomma, pioveva.
C'era questa bambina con un ombrello rosso che stava parlando con un'amichetta e ha detto a me mi viene sempre da cantare quando piove, il problema è che non so mai che canzone cantare.
Proprio così: a me mi viene sempre da cantare quando piove.
E mi ha fatto pensare che, invece, a me quando piove mi viene da stare davanti una finestra a guardare che piove e a fare i cuori sui vetri.
Mi viene da bere cioccolata calda sopra il letto. Magari pure con le parigine sopra le ginocchia che fa un sacco pinterest.
E quando piove e non ci sei, non è che abbia molto senso stare davanti una finestra a disegnare cuori o sopra un letto a bere cioccolata.

T'ho scritto: sono a San Pietro, c'è ancora l'albero di Natale e piove.
Tu guardavi la partita e chi ti disturba mentre sei lì che t'infervori perché pareggiano.

Mi scrivi: quando torni a casa?
Non mi chiedi nemmeno con chi sono, come si chiamano, come li conosco, perché mi vengono a prendere da casa e mi ci riportano e aspettano che io apra la seconda porta prima di rimettere in moto.
Non ho capito se è riservatezza o un modo per evitare che anche io faccia domande.
Perché, io, invece, lo vorrei sapere se c'è qualcuno che accompagni a casa e che aspetti mentre cerca le chiavi dentro la borsa.

Tanto a voi lo insegnano a scuola di calcio a dribblare anche le domande scomode a cui non volete dare risposta.
Però, mica lo so se hai mai fatto scuola di calcio. É una di quelle cose che dovrei chiederti.
Di che cosa abbiamo parlato per tutto questo tempo che ormai supera di gran lunga i 365 giorni?

Questo fine settimana che è il nostro fine settimana, mentre mi cucini qualcosa di decente, magari te lo chiedo.
E speriamo che piova, così magari a me viene da cantare* e poi guardiamo le partite insieme sorseggiando cioccolata.


*e magari canto questa qui che tanto la canto ogni volta che ti dormo vicina.

P.s. Mi faccio venire la glicemia alta da sola. Ma, insomma, mi passa. 

giovedì 29 gennaio 2015

Francesco


L'altro giorno eravamo sul treno. In ritardo.
Francesco seduto di fronte a me, il pupazzo di Francesco seduto accanto a Francesco, la mamma di Francesco posto finestrino.
Francesco ha gli occhi grandi, una fossetta sul mento, e le guance rosse rosse.
Parlavo con la mamma di Francesco e avrò detto "da quando sto a Roma" che è una cosa che dico spesso da quando sto a Roma.
Francesco che era seduto di fronte a me e accanto al suo pupazzo, mi ha guardata strana e ha detto: Maaaa, con la A allungata, maaaa tu sei andata a Roma?
E io ho risposto che sì, certo, sei stato pure a casa mia a Roma, non te lo ricordi più?
Francesco, con gli occhi ancora più grandi e la fronte corrucciata: maaaa chi va a Roma non perde la poltrona?
Allora, io e la mamma di Francesco abbiamo iniziato a ridere e non riuscivamo più a fermarci ma lui continuava a guardarci con gli occhi grandi, la fossetta sul mento, e le guance rosse rosse.
Scusate, che ridete? Si dice: chi viene a Roma perde la poltrona!

E ieri sera, che Valerio mi stava facendo guardare un film democraticamente scelto da lui, ci pensavo e sono arrivata alla conclusione che forse non ho perso nessuna poltrona solo perché non ne ho comprata mai una.




Sai, per la prima volta  ho scoperto una cosa nuova da quando vado giù, una cosa molto dolorosa.
Ho capito che quel paese non c'entrava più niente con me e né io con lui, con gli amici di una volta.
Il vero dramma dell'emigrato, lo sai qual è? Che gli manca la terra sotto ai piedi, se ne torna al paese e crede di stare bene.  
Non è vero niente. 
E allora, se ne torna in città e lì soffre di nostalgia.
-  Tre Fratelli. 
Francesco Rosi -

giovedì 3 aprile 2014

La mia rivoluzione


Io lo so perché ho paura.
Lo so perché è sempre stata qui, la paura, al centro dello stomaco.
Era lì quando dovevo scrivere la data sul quaderno, in alto, e dovevo imitare le due g di Oggi come le faceva la maestra.
E io, non lo so, ma a me sembravano due disegni strani quelle due g, così attaccate, così armoniose. Inseparabili.
E la paura era lì quando mi hanno messo le punte ai piedi per la prima volta e dovevo ballare l'assolo de La Bella addormentata e io pensavo: non sono capace, cado, mi faccio male, non sono brava, non sono brava.
E la paura era lì quando qualcuno guardava me e io pensavo: di sicuro gli piace la mia amica.
Era lì quando non ero abbastanza magra, brava, bella, intelligente, simpatica.
Era lì ed è ancora qui.
Che essere la prima non era il sogno di nessuno, ma forse sì.
"Che la principessa è brava, la principessa è furba, la principessa non piange mai che è forte lei".
Mi piaceva che gli altri, che lui, vedesse soprattutto questo di me.
La forza, il coraggio, l'essere sempre autonoma, il non fermarsi davanti a niente e nessuno.
Lui aveva questa faccia orgogliosa quando gli dicevano che la "principessa" ha preso un bel voto, è così brillante lei, è stata così brava al saggio.
E lui diceva che, per forza, "è come me".
Però, la paura di sbagliare è sempre lì e più cresco e più inciampo.
A cadere quasi ci prendo gusto e lui molte volte ha smesso di guardarmi orgoglioso, tante mi ha detto che era deluso.
"Proprio tu..".
Proprio io decidevo di mollare tutto, anche la vita perfetta che mi ero costruita.
Proprio io mi prendevo quell'autonomia tanto sputtanata.
Proprio io che oggi mi sento una rivoluzionaria (o una rivoluzionata).

E c'è qualcuno che dice che non ha senso questa paura: t'hanno messo in testa che non sei capace.
No.
Molto di più.
Sono io che mi sono messa in testa di non essere abbastanza per la gente che ho intorno (anche quando brava lo sono stata davvero).
Ma questa è la mia rivoluzione.
Questo posto lo è, Roma più di tutti, anche scattare foto diventa una rivoluzione.

E, ora, chiedimi se sono felice perché ora ti direi che sì, sono felice.
E domani, lo so, mi passa.
Tornerò a non essere abbastanza. Ma oggi sono la rivoluzione.
La mia, prima di tutto.


"Perché so che quando il mondo sarà pronto a grandi cambiamenti, tu ne sarai parte.
Oggi sei già la mia rivoluzione."

martedì 10 dicembre 2013

Ancora tu, ma non dovevamo non vederci più?


Ho iniziato questo post così tante volte che adesso non so più quello che volevo scrivere all'inizio.
Hanno messo le luci di Natale e via del Corso è di mille colori diversi. Forse, non proprio mille ma io la vedo colorata. 
Piazza Navona ha la giostra che gira fino a tardi e ci sono i cavalli e le tazze. Mi sono cantata tutto il tempo la canzone di Anastasia.
Sempre lì, mi sono fatta comprare quelle caramelle rosse lunghissime che hanno un sapore dolce e aspro insieme e mentre le mangio faccio tutte quelle facce strane perché un po' mi fanno schifo. 
Il Natale continua a non piacermi, però in queste settimane grazie ai ponti, più o meno lunghi, ho visto gente che vive più sù di qui, che sarebbe vicino Bologna.
Sono stati dei fine settimana movimentati, di treni, valigie, saluti e abbracci e famiglie (che non sono la mia). Tra nord e sud. 
Dalla mia, di famiglia, ci torno presto e non so ancora dire se mi manca oppure no. 
Al Colosseo hanno messo un albero gigante e bellissimo, solo che quando m'immaginavo questo giorno me lo immaginavo diverso e invece avevo una sciarpa che cadeva di continuo e qualcuno che ripeteva il mio nome e rideva ma non era chi avrei voluto lì, in quel momento. 
Ho fatto degli esami, li ho passati, non l'ho detto a nessuno. 
Mi sono persa sabato in una strada piena di macchine e poca gente, era quasi mattina e non sapevo come sarebbe andata a finire ma ero tranquilla e mi ripetevo che poteva andar malissimo ma anche bene. 
E' andata bene, ho ritrovato la strada di casa e poi ho trovato le ragazze ancora sveglie e quindi ci siamo messe su un letto a parlare d'amore.
Io non lo so cos'è questo bisogno improvviso d'amore che mi viene da dentro, che anche adesso che lo scrivo e ci penso mi viene quasi da piangere. 
Eppure quando, l'altro giorno, mi hanno preso per mano, ho sentito un brivido percorrermi il corpo e un rifiuto di qualsiasi gesto d'affetto che sia più di un semplice ciao, come stai.
Ma sono complicata io o tutto il resto del mondo? 
Continuo a pensare a quello che mi manca senza capire se mi manca davvero, continuo a credere nelle cose buone.
A metà Novembre avevo scritto la mia wishlist per Natale, ed era quasi divertente da leggere, ma non l'ho più pubblicata perché ho pensato che non voglio regali. Non sopporto questo scambio di niente, di gente che si rompe il cazzo a stare insieme ma lo fa perché deve.
Poi, quando ricevo i regali mi capitano due emozioni diverse: la prima, che capita quando capisco che il pensiero è bello ed è fatto perché mi vogliono bene davvero, è che mi sento inadeguata come se non lo meritassi; la seconda, che capita tutte le altre volte, è una gioia recitata come se stessi seguendo un copione, "cheee beeellooo. Ma graaaazieeeeeee". Con tutte le vocali allungate.
O il silenzio o le cantilene. Non so cosa sia peggio. 
Devo imparare ad andare avanti, a correre forte quando sento che certi pensieri mi stanno raggiungendo.
Che io, alla fine, non sono neanche così: non mi piango addosso, non perdo la testa. 

Ho voglia di cose semplici, parole antiche, rime sentite, cioccolate calde con panna, sciarpe fatte a mano, perdermi in un abbraccio, piangere per ore, schiacciare foglie, correre forte e gridare di più, dirti tutto quello che mi passa per la testa compreso il fatto che secondo me non sai che ti perdi, scrivere una storia lunga che non finisce bene, ripensarci e scrivere un finale a lieto fine.
Voglio un bollitore elettrico, un caffè americano, un bagno caldo, una doccia fredda, la pizza con la granella di pistacchio, i miei cani, un po' di sicurezza, la ghd per piastrarmi i capelli, le mani sporche di inchiostro blu, sapere i tuoi pensieri.
Ma se poi tu mi tocchi e penso che non voglio niente di tutto questo? E se invece non ci vedessimo mai più? 

"Ancora tu ma non dovevamo non vederci più?"


martedì 26 novembre 2013

25 Novembre 2013, il giorno dopo.


Le maglie rosse, le sciarpe rosse, le guance rosse ma per il vento freddo che mi ha quasi congelato le mani.
Una piazza completamente illuminata di rosso, con tutti questi fili che la attraversavano e si intrecciavano, uno sopra all'altro, passando per ogni angolo.
"Stop violence against women" dice una scritta bella in evidenza sul palazzone del governo.
Una signora dai capelli neri sta parlando al microfono e ci sono molte donne che annuiscono. "Già a scuola ci insegnano che si chiama ministro non ministra, che si dice avvocato non avvocata".
Le teste davanti a me fanno su e giù con la testa.
Io ci penso e dico che, insomma, a me se fossi "ministro" non me ne fregherebbe granché di essere chiamata "ministra". Poi questa cosa del mondo fabbricato dagli uomini per gli uomini l'aveva già detta una scrittrice che leggevo a 14 anni.
Il libro era dorato, il nome della scrittrice a stampatello maiuscolo in rosso: ORIANA FALLACI. Più o meno così. Sotto c'era scritto: LETTERE A UN BAMBINO MAI NATO.
Con lo stesso colore e lo stesso font.
In questo libro, che è stato scritto quasi trent'anni fa, questa scrittrice dice al bambino che porta in grembo, che essere femmine è difficile perché non è un mondo fatto per noi.
Ci usano per lavare le mutande dei soldati, ci usano per cucinare, ci usano per scopare ma poi se restiamo incinte ci lasciano da sole. In questo libro, lei dice: se resti incinta ti lasciano tutti da sola se non hai un marito o non sei già sposata. Ecco, non ricordo se lo dice esplicitamente ma sono sicura che il senso era quello.
Che senso ha nascere donne in un mondo in cui anche dio è un uomo con la barba?
Poi, però, sempre la stessa scrittrice e nello stesso libro, cambia opinione: voglio che tu sia femmina perché essere femmine è il regalo più grande di tutti. E anche se tu fossi un uomo voglio che insegni agli altri che le donne vanno rispettate, che non fu Eva a fare peccare Adamo, che dio probabilmente è una vecchia con i capelli bianchi.
Non lo sto rileggendo, vado a memoria, ma sono quasi certa di essere abbastanza vicina al testo.
Molte volte mi sono interrogata sullo stesso argomento. Molte volte ho pianto di fronte l'ennesima donna ammazzata per mano del marito, del compagno, dell'ex fidanzato.
Però, non ditemi femminicidio. Non me lo dite.
Chiamiamolo per quello che è: omicidio.
E no, non è neanche un omicidio "passionale". E' omicidio e basta.
Passionale è un'altra cosa. Passionale è un bacio, è un gemito, è qualcuno che si aggrappa ai tuoi fianchi mentre state facendo l'amore. Passionale è un ballo attaccati, è cucinare e smezzare le pietanze.
Io pensavo, mentre quella con i capelli neri parlava della "ministra" e del "dobbiamo essere uguali" che, io, uguale ad un uomo non sarò mai.
Non lo sarò nella mentalità, non lo sarò nel cuore, non lo sarò nella forza.
Io non voglio essere come un uomo anche se ormai ci obbligano a essere come loro.
Io voglio essere una donna e voglio gridarlo forte che non me ne faccio niente di queste pari opportunità se poi esistono le giornate rosa, le giornate contro il femminicidio, le quote rosa.
Non me ne faccio niente se mi fate firmare un foglio di licenziamento prima ancora di assumermi, non me ne faccio niente se per parlare con un uomo ed essere presa sul serio devo fare la stronza e usare le parolacce.
Io voglio essere donna e voglio che un giorno, se mai avrò una figlia, possa esserlo anche lei.
Voglio dire a mia nipote che non c'è niente di male a voler studiare, fare carriera ma allo stesso tempo volere una famiglia e dei figli.
Voglio piangere davanti i film romantici e voglio ancora sognare davanti Tiffany con una brioche in mano e voglio che questo non sia inteso come segno di debolezza.
La nostra non è debolezza, è diversità e la diversità, in una società normale, non dovrebbe essere demonizzata.
Io voglio essere diversa che pari agli uomini ci faccio stare altri uomini.
Io voglio che mi apri la portiera, che mi compri il gelato, che pensi che è bello avere una donna al tuo fianco da poter proteggere.
Già vedo alcune di voi storcere il naso. Anni e anni di lotte buttate nel cesso da una che scrive su un blog che vuole essere diversa.
Ma è la verità: io non voglio essere pari. Io voglio rispetto.
Io non voglio che serva una piazza colorata di rosso per ricordarci che un essere vivente, sia donna che uomo, non si uccide mai.
Partiamo da noi, dai nostri figli. Partiamo insegnando loro che sì, siamo meravigliosamente e irrimediabilmente diversi. Diciamo loro che non c'è niente di passionale nel possedere un'altra persona: provate a recidere un fiore e tenetelo stretto in un pugno. Non è amore.
Iniziamo dalle piazze magari, che male non fa, ma poi ricordiamoci di dirlo ai nostri figli, i nostri alunni, i nipotini.
Cerchiamo di essere l'esempio. Per noi e per loro.

giovedì 7 novembre 2013

Stacce


C'è un campo piccolo. 
Davanti al campo ci sono delle panchine.
E io sulle panchine, davanti il campo piccolo, mi siedo spesso nel pomeriggio e guardo le foglie per terra che stranamente sono di un rosso e di un giallo intenso. Schiaccio le foglie, leggo e un po' mi guardo intorno.
Le foglie fanno un rumore che è simile a un cracker che si rompe. Sono friabili. Fri abili. In ordine penso a Banderas che impasta i cracker (s'impastano, no?), alla terra friabile, al fango. E' che ho i pensieri pindarici. 
Dentro al campo si tirano la palla, ma proprio addosso, e s'insultano e ridono. "Regazzini", dicono qua. Regazzini con le Jordan ai piedi e con i pantaloncini corti.
Penso che a 883 km da qui, i "regazzini" li chiamano "carusi" e che alcuni di loro io li conosco e me lo ricordo quando stavano dentro un campo, con le Jordan e i pantaloncini corti.
E mi ricordo anche che uno di loro non lo vedo da anni e non perché non avrei voluto. E' solo che non si può. 
E mi ricordo che, sempre lui, mi diceva ché te li allisci a fare i capelli? Lo sai che riccia sei più tu? Almeno, si capisce subito come sei. E come sono? "Selvaggia". 
E mi ritrovo a schiacciare foglie che fanno crick e a sorridere di quei ragazzini che ne hanno messo uno all'angolo e gridano: "stacce".
"Stacce", è una parola che mi piace un sacco.
E se avessi avuto una macchina fotografica, non per forza ultra tecnologica, una qualsiasi, e avessi saputo fare delle foto più o meno decenti, magari li facevo vedere anche a voi i "regazzini" con le Jordan e le maglie a maniche corte a Novembre.
E voi, non potevate sentire che dicevano "stacce" ma quello ve l'avrei raccontato io.

martedì 29 ottobre 2013

Quando uno dice free kiss e un altro capisce Friskies


Sono diventata quel genere di persona che alle scale mobili continua a camminare e s'incazza se non trova libera la parte sinistra.
Ok che siete turisti, ma io no. Ho degli orari e sono sempre in ritardo e voi dovete spostarvi.
Sono diventata quel genere di persona che corre e cammina e mentre fa entrambe le cose scrive sms e parla al telefono.
Però, sono felice.
Di una felicità che non riesco a spiegare e che probabilmente non traspare neanche da questo blog.
Non so perché ma qui non mi viene mai voglia di scrivere le cose divertenti che mi capitano. Sarà che è l'unico spazio dove mi concedo ancora di essere me stessa, senza filtri e senza maschere.
Oggi era in metro e sorridevo da sola, a me stessa.
Ci pensi che ci vivi in questa città? Ti ricordi tutte le volte che l'hai sognato? Ti ricordi quand'eri bambina e dicevi che volevi vivere a Roma?
Ecco, ci sei riuscita.
Anche se a casa mi parlano napoletano, faccio ripetizioni a un bambino che non sa una parola d'italiano neanche per sbaglio (e parla napoletano), anche se quando segna il Napoli dalla strada si sente la gente urlare fortissimo, anche se molti indizi direbbero che stai in Campania, in realtà vivi a Roma. Davvero.
Mi piace ascoltare la gente e sui mezzi sono talmente tante le storie che s'intrecciano e vivono davanti i miei occhi che è difficile pure ignorarle.
Stamattina, per esempio, c'era uno a telefono che si disperava perché la moglie doveva farlo uscire proprio venerdì che "gioca aa Roma!".
Poi, Roma è folle e gigante e caotica e poetica e commovente.
E ci sto perdendo un sacco di sonno.
Ogni volta che metto il pigiama e decido di andare a dormire, allora, le coinquiline pensano bene che sarebbe il caso di uscire.
E io che faccio, resto a casa? Ma sei a Roma!
Allora, mi rivesto e ricomincia tutto da capo.
L'altra sera a Campo dei fiori, si avvicina uno che continuava a dire "Free kiss". Una delle due coinquiline mi guarda e fa: "Friskies?!? E che vor dì?".
Questo ci riguarda e se ne esce con un: "italiane? Siete sempre le più belle".
Se lo dici tu.
Sempre la stessa sera, sempre a Campo dei Fiori, un americano s'avvicina e mi prende quasi in braccio, con la sua faccia a un cm dalla mia, mi chiede un bacio.
"One kiss?"
Rispondo di no e sposto la faccia. Questo mi rimette per terra e se ne va.
Che dico: turisti in vacanza a Roma, dovete occuparmi le scale, intralciare la strada e per di più fare i molesti fino a questi livelli?
A parte tutto volevo dirvi che il cielo è sempre bello e che ancora non c'è nessuno con cui condividerlo.
E volevo dirvi che qui fa sempre caldo ma io un po' d'autunno, quello vero, lo desidero un sacco.
Però, sono felice anche se ti dicono "free kiss" e tu capisci "Friskies".
Sono felice.

mercoledì 16 ottobre 2013

Roma con amore


Io e Roma ci stiamo corteggiando in un modo un po' strano.
Tipo, io faccio la parte della stronza, di quella che la sfida di continuo e cambia direzione, metro, autobus, strade. Come a dire "mollami un po' e fammi perdere una volta".
Lei, invece, mi mostra imperterrita il lato migliore come quelli che ai primi appuntamenti ti aprono la portiera della macchina e ti dicono che sei bellissima, anche se non lo sei.
E quindi, io esco in ritardo e lei mi fa trovare l'autobus sotto casa, io giro a destra piuttosto che a sinistra e trovo lo stesso quello che cercavo.
E poi ride, cioè Roma ride. Ma tanto, eh.
E si fa un sacco di discorsi addosso: i ritardi dell'autobus, i ragazzini che non vanno a scuola e alle 12 sono tutti in giro con l' eastpack in spalla, la Roma, non ci sono più le stagioni di una volta, il capitano, la partita, la crisi, ci siamo lasciati e poi ripresi, la Polverini, Zingaretti, la pizza bianca al metro, No tav, Lampedusa, i fuori sede che sono come gli emigrati e gli emigrati che sono come i fuori sede, ci vieni in assemblea?, zio ci regala il biglietto per l'Iran, devi mangiare sano, stasera ceniamo da mia sorella.
Che io potrei stare per dei giorni in silenzio ad ascoltarla, senza dire una parola, senza annoiarmi mai, senza mai sentirmi davvero sola.
Roma mi continua a regalare storie e le vedo come piccoli doni di benvenuto.
Non c'è una cosa in questa città che non mi parli di vita che pulsa. 
Poi, in realtà non conosco moltissima gente e passo il tempo a leggere e a scrivere sulla moleskine. Non per sembrare stronza ma perché mi pare il modo migliore per impiegare i tempi morti.
Mi manca un po' la sicurezza di casa, gli abbracci degli amici, qualcuno a cui poter dire "guarda quant'è bello il cielo oggi" ma è una cosa che riesce a passare. 
E non è così complicato immaginarsi una vita qui. 
Anche da sola, anche in silenzio solo in sua compagnia e delle storie che circolano e che mi fanno sentire bene.

martedì 4 giugno 2013

Devo trovare marito entro il 2018


La cinquenne mi ha dato cinque anni di tempo per trovare marito.
Non un fidanzato, uno con cui uscire, un compagno. No! Un marito.
Perché lei tra cinque anni, avrà già la veneranda età di dieci anni e potrà fare la comunione. "E vuoi venire alla mia comunione senza un marito?".
Assolutamente! Che sia mai!
Io non lo so, che tipo di mostro abbiamo creato ma più sto con lei e più ho paura. Dicono sia uguale a me da piccola.
Stessa sicurezza, stessa testardaggine, stessa linguaccia velenosa.
Secondo me no, perché lei è avanti anni. E' avanti anche se la paragono alla me di ora.
La cinquenne ha un fidanzato ma lo divide con due amiche, dice che non vuole forzarlo a scegliere da ora, tanto lo sa già che lui è suo e lo sarà per il resto dei suoi giorni.
"Si stancherà delle altre due e tornerà da me".
E come fai a contraddirla una che "lo sa già"?  Io non lo faccio di sicuro.
Questo fidanzatino fedifrago, l'altro giorno, le ha aperto la porta e l'ha lasciata passare per prima e poi, alla fine, le ha dato un bacio sulla guancia. Paraculi già da bambini.
Lei è tornata a casa come se avesse visto la Madonna e tutti i santi: "Emme, lui mi ha baciata!".
A me è preso un colpo pensando che  questi, all'asilo, già si baciano ma poi è prevalso il senso di tenerezza.
Perché la cinquenne ha gli occhi sognanti e le guance sempre rosa. Pensa al suo futuro e non ci vede crepe, come facevo io alla sua età e ancora dopo tanti anni.
Perché in questo siamo proprio uguali: guardiamo avanti e non ci fermiamo mai all'oggi e all'ora. Non so se sia una cosa buona o giusta, so che ho preso delle batoste niente male per questo, ma è così ed è tremendamente da noi pensare a cosa faremo tre due, cinque, dieci anni.
Mi piace il fatto che sappia chiedere quello che vuole, con forza e con tenacia. Che non si faccia fermare dagli altri, che non si faccia scoraggiare dalle amichette bionde e con gli occhi azzurri che hanno nomi che sanno di miele quando lei ha un nome così mascolino ("ma finisce per A, quindi è da femmina!").
Adesso vuole trovarmi marito e i candidati, in realtà, non sono molti. Nella lista c'è il mio ex, che a lei sta tanto simpatico, un suo compagnetto di scuola, che saranno mai 18 anni di differenza d'età nel 2013, e un mio collega che piuttosto la morte.
Quando ho rifiutato tutte le proposte, mi ha detto che sono difficile e che alla fine devo "solo trovare un marito". Abbiamo stretto un patto: lei cerca mio marito e io m'impegno a sposarlo entro il 2018.
Mi pare ragionevole.
Unica clausola è che non sia come Gabriel Garko che a lei piace tanto ma a me fa pietà. M'ha detto che non capisco niente e anche questa volta l'ho presa per buona.
Alla bambina piace quel genere lì: biondi, tristi e tendenti al gay. So che un giorno cambierà idea.


domenica 28 aprile 2013

Roma, di nuovo.


I piedi penzoloni, lo sguardo alla piazza, il tramonto che fa tutto il resto.
Avete mai visto un posto più bello di Villa Borghese al tramonto? Ti affacci e guardi Piazza del Popolo. La gente che passeggia, i giochi di luce e io mi sento un'altra volta un po' bambina.
La prima volta a Roma, da sola, avevo sette anni.
Avevo lottato con i miei per andare, perché mi sentivo pronta a "prendere il volo", mentre mia madre si preoccupava ancora che non sapessi vestirmi da sola e cose così.
Invece, in una settimana ero stata bravissima. Nessun ripensamento, neanche un piantino.
L'ho detto subito che era la "mia" città, con la solita sicurezza di sempre.
"Non sai che vuol dire vivere a Roma", mi ripetevano.
Il traffico, la gente che s'incazza subito, i ritmi folli, i rapporti che non sono quelli del Sud.
"Crescendo cambierai idea", dicevano.
E invece, no. Non ho cambiato idea e la guardo ancora con lo stesso entusiasmo di quando ero bambina e l'identica voglia di farne parte ancora di più.
Sull'autobus, qualche ora dopo, c'è una signora che si lamenta. L'autobus ha ritardato e lei ha fatto una corsa dal lavoro per riuscire a prenderlo in tempo, eppure siamo imbottigliati nel traffico e la cena è ancora tutta da preparare. Sbuffa ritmicamente e a me viene da sorridere.
Più in là, incrocio il sorriso dolce di una suora. No, il giochino del "tua" non l'ho fatto.
Ho ricambiato il sorriso perché il suo era bellissimo. Ancora un passo dopo c'è un anziano, chiede a due ragazzine d'indovinare la sua età. Le ragazzine dicono "settanta" decise e lui, un po' deluso, risponde "sì, settanta". Si legge dal sorriso un po' sghembo che avrebbe preferito avessero detto che ne aveva meno.
Poi c'è uno che parla al telefono forte. "Michela", dice, "Michela, perché lo dici a me quando sai bene che dovresti chiedere ad Andrea?".
E io, me l'immagino questa Michela e questo Andrea. Non so cosa Michela dovesse chiedere ad Andrea ma sembra importante. Secondo me Michela ha il naso all'insù e Andrea.. Andrea sarà il solito paraculo.
E' stato un pomeriggio romano strano. Da abbracci ma non completi. Mi sono sdraiata su un prato e c'erano i peschi fioriti. Ero con la "mia" bambina. Quella che ancora mi chiede consigli sull'amore e io non so che dire, a parte che lei è più brava di me in milioni di cose.
"Ci pensi a quando l'anno prossimo sarai qui?". Ci penso sì.
E ho paura.
Magari, Roma finirà di piacermi. Smetterò di esserne così innamorata perché è proprio da me volere una cosa fortemente e poi non volerla più.
"Sei la solita bambina viziata", mi urlo da dentro.
E sempre da dentro, guardo il Colosseo e poi guardo chi cammina accanto a me.
E la paura aumenta perché se continui così non ne esci bene di sicuro.
Eppure, anche stavolta, Roma mi culla. Anche quando mi sembra di essere persa, di essermi persa, c'è sempre qualcosa che mi fa dire che niente è perduto.
Ritrovo sempre la via.
C'è la "zia" che mi da' un buffetto nella guancia e poi mi dice "ciao core" e le sue parole, ma anche Roma, si colora di un rosso intenso.
Probabilmente, l'anno prossimo scriverò da lì e tutto quello che oggi amo sarà solo un ricordo. La odierò. Non sopporterò il traffico, quell'odore di pizza bianca, la metro affollata ad ora di pranzo, i romani.
Capiterà, ne sono certa. E quindi, scrivo questo post da potere rileggere nei momenti peggiori per fare da promemoria al cuore.


lunedì 8 aprile 2013

Roma, da sola, help!


Sono una persona equilibrata e con il senso della misura, ormai, lo sapete.
Quindi vi avevo scritto ieri che non avevo voglia di andare a Roma ecc ecc.
Invece, ci vado per tre giorni. Da sola. Lo so, sono cose che dovrei evitare di scrivere su un blog pubblico ma tanto non ho intenzione di incontrare nessuno.
Quindi, sono sola.
Quindi, vorrei sapere da voi dove dormire e cosa fare. Da sola.
Mi date qualche idea?

martedì 12 marzo 2013

Roma



E' ancora buio. Mi guardo intorno: la casa dorme e c'è un silenzio irreale.
Chiudo la valigia con qualche difficoltà, ci litigo un po' e faccio per sedermici di sopra. Ho portato troppe cose, ne ho usate troppe poche.
Chiudo la porta e faccio più piano possibile. Esco da questa casa dopo averla abitata per una settimana e so che da domani vivrà normalmente, come se non avessi lasciato tracce.
Per strada non ci sono ancora macchine, non ci sono tram e neanche autobus. I negozi hanno le serrande abbassate e non c'è l'odore di pizza al taglio che sentivo di solito.
Mi stringo nel cappotto, c'è un vento freddo che è piacevole ma anche no.
Il rumore dei miei passi accompagna i pensieri. Mi fermo al semaforo rosso. Ci si ferma anche quando non c'è nessuno per strada, no?
Vado in metro e mi siedo a leggere mentre aspetto. Accanto a me due ragazzi si tengono per mano e continuano a baciarsi. Di solito, di fronte a scene così, m'infastidisco ma oggi va bene tutto. Amatevi che fa bene.
Lascio Roma per l'ennesima volta ma questa pesa di più.
Abbiamo riso e pianto insieme. Mi ha mostrato la parte più bella, quella meno turistica, un po' più intima.
Mi sono persa per le vie del centro come si fa quando non hai altro da fare. La gente sorride nelle vie più strette. Un sorriso dolce che ti fa sentire a casa.
Ho avuto ritmi normali, senza strafare e senza quella mania di voler vedere tutto.
Mi sono fermata un pomeriggio a mangiare cupcake, bere caffè americano e scrivere. Fuori pioveva e io mi sono sentita in pace con il mondo.
Anche la pioggia a Roma può essere speciale: diventa una città colorata di ombrelli. Qualcuno ti ferma e tenta di vendertene uno e la gente si scansa e s'infastidisce, io, invece, lo trovo meraviglioso.
E' bello vedere una città bagnata, colorata e anche un po' incazzata ai semafori.
I romani sono.. romani e non trovo un aggettivo per descriverli. T'intercettano per strada, in metro, in tram e fanno i simpatici. Fanno domande, che è strano per me abituata a farmene molte ma non a farle agli altri.
A volte, non so rispondere e resto muta e imbarazzata. Siamo abituati a farci i monologhi ma poco a rispondere alla gente.
Lascio questa città e so che mi mancherà terribilmente. Anche aspettare l'autobus che non passa, anche quel tempo un po' ballerino che un po' c'è il sole e un minuto dopo c'è il diluvio, anche quell'incertezza di non sapere cosa fare.
Il prato di Villa Ada che è meglio di Villa Borghese, il lungotevere illuminato  a festa e quel tipo strano che pensa che io stia in silenzio solo perché ho un fidanzato.
Mi mancheranno le mani di lei che più mi stringe e più ho la sensazione che la "mia" bambina è cresciuta.
Mi mancherà respirare quest'aria che mi fa stare così bene.
Ma tanto torno e la prossima volta, magari, è per sempre.



domenica 3 febbraio 2013

Cronistoria di una giornata felice


Chiamare le amiche di sempre e piangere a telefono.
Leggere frasi come "piangi fino a quando non hai finito le lacrime" e continuare a piangere, ma singhiozzando. Cercare di scrivere qualcosa che abbia un senso, non riuscirci e tornare a piangere. Rispondere con uno smile, che tu mi capisci o almeno spero.
Sentire il bisogno di un abbraccio, non uno a caso, quell'abbraccio.
Sentire che la mia gioia è condivisa dalle persone più importanti per me, di non essere sola, nonostante, negli ultimi mesi, ci sia un po' di vuoto intorno.
Ricordarsi che è giovedì. Leggere l'oroscopo d' Internazionale e sentirsi felici, confusi, impauriti ed emozionati. Per un oroscopo? Sì, anche per quello.
Uscire presto da casa come non facevo da anni. Stendersi su un prato e sentire il sole sulla pelle, a fine Gennaio. Parlare di un futuro che fa più paura di prima ma fa battere il cuore più forte.
Mangiare una torta con doppio strato di cioccolato e dimenticare, per una volta, l'ossessione della bilancia.
Guardare tua "nipote" che gioca con il tuo cane e pensare che queste saranno le cose che ti mancheranno di più in assoluto.
Parlare a telefono senza sapere perché il dito è andato proprio su quel nome e su quel tasto verde. Ridere e poi arrabbiarsi e poi di nuovo ridere. Pensare che prima o poi darò un nome anche a queste "emozioni".
Sentire che non sto più rincorrendo la vita: non è una corsa a chi arriva prima e taglia il traguardo.
Guardare quelle mure gialle e arancioni e pensare che, forse, non ne hai mai viste di così belle.
Cercare di imprimere nella memoria quelle scale, quel sole, quel vento, quell'odore, per portarlo con te per sempre.
Bere una birra fredda, in un pub affollato, augurandosi una "buona vita".
Raccontarmi le cose che mi hanno cambiato la vita e il punto di vista da cui la guardo: di quella volta che mi è tremata la terra da sotto i piedi, degli occhi della signora anziana seduta in libreria a Firenze, delle mani di Ale che non si cancellano neanche dopo mesi di sapone, di quel Pasolini che ha detto che non vogliamo essere giovani stanchi, di quel bambino biondo e quell'altro un po' più scuro che hanno un segreto che conoscono solo loro, di quella foto "rubata" che mi racconta talmente bene che quasi mi spaventa, di tutti quelli in arancione che mi hanno fatto capire quanto il concetto di stanchezza sia relativo, di quegli occhi profondi come un pozzo che ti fanno venir voglia di lanciare la monetina ed esprimere un desiderio.

E' un giovedì come un altro eppure è tutto così speciale che è difficile da descrivere.
A volte abbiamo solo bisogno di una spinta per capire cosa vogliamo fare, davvero, nella nostra vita. Questa volta per me, è stata una spinta di tante mani, tutte diverse.
Le ho prese e mi sono data la forza per combattere. Non voglio più rischiare di svegliarmi tra trent'anni con il rimorso di non averci provato.
Me l'hai insegnato tu, papà, cosa vuol dire passione. Mi hai insegnato che per la passione si può mettere da parte anche la razionalità. Quindi, non volermene se non sarò mai quello che sognavi.
Ho provato a essere perfetta così tante volte e quasi sempre ho fallito o esagerato.
Voglio l' amore: per le cose faccio, per me stessa, per la mia vita, per gli altri.
Voglio sapere cosa vuol dire svegliarsi la mattina con la consapevolezza di percorrere una strada che non è già stata battuta da altri. E' mia. E sarà dura, mi farà cadere chissà quante volte, mi maledirò e sarò incazzata con me stessa. Proseguirò quella strada con la fierezza che mi avete insegnato.
"Testa e collo in alto. E sorridi." mi hanno gridato per anni dentro una sala prove.
Andrò avanti per quella strada scoscesa e difficile, ringraziandomi e ringraziandovi per avermi fatto diventare quella che sono oggi.
Sto rinunciando all'agiatezza di una vita comoda ma il mio è un percorso senza ritorno, ormai. Ve l'avevo detto, volevo fare la principessa e poi ci ho ripensato.

E' un nuovo inizio. E' una nuova nascita. Io questo giovedì me lo voglio ricordare come il giorno della felicità assoluta, con le lacrime che mi rigavano il volto e mi "battezzavano" per la seconda volta.



mercoledì 2 gennaio 2013

"Ribelle", One day "To Rome with love"!


Ieri sera, in preda alla noia post festività, ho fatto una maratona di film - unico sport estremo che riesco a reggere.
Sky on demand, che dio l'abbia in gloria, mi offriva centinaia di film nuovissimi che non avevo visto. Esclusi i vari Twilight, tre metri sopra il cielo, ti voglio sposare/ amare/cresimare/battezzarenostrofiglio, ho optato prima per un film semi impegnato: "To Rome with love". Regia di Woody Allen, interamente girato a Roma, con un bel pacco di attori italiani. 
Credo sia il film più brutto, più senza senso, più illogico girato a Roma. Allen tenta di scopiazzare Fellini, di farci vedere una Roma un po' "Vacanze Romane", un po' "La dolce vita" ma non ci riesce. E per una che guarderebbe film su Roma, anche in bianco e nero, anche muti, è strano dire che sono arrivata alla fine con fatica. 

                                                                                     
Sono passata, poi, al drammatico: One day. 
Nonostante all'inizio avessi qualche perplessità, alla fine mi sono trovata a piangere come una bambina inconsolabile. Non vi spoilero il film perché merita di essere visto, anche solo per amare quelle scene riprese attraverso lo specchio della stanza in cui i due si trovano. La storia è tratta dall'omonimo libro "One day" di David Nicholls che, dai commenti letti su internet, deve essere davvero bellissimo (e che sarà di sicuro il mio prossimo acquisto!).
E per le donnine: io il protagonista maschile, tale Jim Sturgess, l'ho adorato. Semplice ma affascinante, soprattutto alla fine con i capelli corti e brizzolati. Tornando al film: una storia d'amore fuori dai canoni delle solite commedie americane. Una storia sofferta, voluta e cercata. La fredda lucidità di Emma che ha sempre saputo cosa voleva e Dexter che si perde per ritrovarsi.  Niente: guardatelo! (Ma preparate i kleenex!)
Per ultimo, quando pensavo che non avrei retto a un altro film, ho scelto Ribelle - The brave. Meraviglioso capolavoro della Pixar che mi ha tenuto incollata alla tv fino alle due del mattino. 
Se pensate di essere troppo grandi per un cartone animato uscite da questo blog vi sbagliate e di grosso. 
Merida, la protagonista femminile di questa fiaba moderna, è strepitosa. Una principessa incazzata di come non se ne sono mai viste prima. 
Una principessa riccia, finalmente. E non riccia, tipo: "Ho i boccoli che cadono sulle spalle così, naturalmente" (vedi Rosaspina/Aurora ne "La bella addormentata"). Nooo, una RICCIA VERA! Una riccia che fa sentire meno cessa anche gente come me. Una riccia da "Ma stamattina li hai pettinati quei cazzo di capelli o hai usato il forcone del nonno?". 
Perché non so se avete notato le acconciature delle principesse Disney. A parte Biancaneve con quel taglio osceno, tutte le altre hanno queste chiome fluenti che NON ESISTONO. E le bambine, come me, si sentivano sempre un po' escluse. Tra l'altro, sempre togliendo Biancaneve, tutte bionde e tutte con gli occhi chiari. Questa principessa è una rossa verace, di quelle che al mio paese taccerebbero per "donna tinta" (cioè cattiva!). 
Merida è una a cui non interessa l'amore: non dorme per anni aspettando il bacio del principe e non aspetta che uno le porti una scarpetta di vetro per provare al mondo di essere una principessa. Sfida tutti e se stessa. Combatte il suo destino. 
Ho riso e sperato insieme a Merida. 
Un cartone animato nel quale esce tutta la forza delle donne e quella lotta interna tra scegliere la propria strada o fare la cosa giusta che renda felici i genitori. La madre di Merida, la regina, è un altro personaggio forte e bellissimo. Pensa di fare il bene della figlia ma arriverà anche lei, in un modo tutto particolare, a comprendere quella piccola ribelle. 
Un cartone che, forse, non farei vedere a mia figlia piccola (se ne avessi una). Un po' troppo cruento in alcune parti. Ma che consiglio dai 12 anni ai 99.  

Un po' mi rivedo in Merida. D'altronde anche lei voleva fare la principessa e poi ci ha ripensato! ;)

Ribelle, One Day "to Rome with love": sembra, tra le altre cose, il titolo del film della mia vita!!

E voi, li avete visti? Che ne pensate? 

venerdì 23 novembre 2012

Roma è Amor al contrario



Un giorno mi hanno scritto AMOR in verticale. Continuavo a guardare quella scritta senza capirne il senso. Ci provavo a trovarne uno, ma niente. Poi a un certo punto, è arrivata come un' illuminazione: "Perché mi hai scritto Roma al contrario?".  (E' successo davvero.)


Ho visto Roma di corsa. L’ho vista tra uno “sbrigati che è tardi!” e un “Dai! Perdiamo l’aereo”.
E’ stato un passaggio così veloce che mi sembra quasi di non esserci stata per niente.
Roma mi fa sempre lo stesso effetto: è adrenalina pura. 
Roma mi fa tornare bambina. Mi fa ricordare quelle sensazioni di stupore che difficilmente riusciamo ad avere nella vita di tutti i giorni. Roma è fatta di prime volte anche quando l'hai vista fino alla nausea.
Roma è quell’ odore di buono che pervade le strade. 
Sono le foglie gialle per terra in Via Veneto. 
Quella scritta “Dolce Vita” in rosso che potrebbe essere benissimo l’insegna di un  circo e invece è messa lì in quella che fu la via di Mastroianni e Fellini.
Roma è il rumore della metro, quel sali e scendi di persone. 


E’ una donna che canta lirica in Via dei Condotti, tra Armani e Jimmi Choo, con un maglione rosa pallido e un lettore cd del ’90. 
Roma è la monetina che lanci nella fontana di Trevi e il desiderio è sempre quello: “voglio tornare al più presto!”. Anche perché pochi altri desideri si avverano così facilmente.
E' lo stupore di uscire da quella via stretta, prima della Fontana di Trevi e vedertela all'improvviso lì davanti, imponente e meravigliosa. E' il rumore dell' acqua che non si ferma mai.
Sono le chiacchiere della gente seduta a Piazza di Spagna e la stanchezza che vedi sugli autobus. 
E’ quell’accento simpatico che ti fa sentire subito a casa anche se casa tua, in effetti, non è. 
Roma è storia che invece di farti sentire piccolo e solo, ti coinvolge e ti fa sentire speciale. 
Sono i passi lenti che si fanno nei vicoli così da guardare i fiori sui davanzali delle finestre e i tavoli fuori dai ristoranti, anche se è Novembre inoltrato.
Sono i negozietti con le maglie “I love Roma” che fanno tanto americanata, ma anche no. 
E’ una sposa che fa le foto in posa davanti una fontana.
Roma sono tutti i turisti che tengono sempre il naso all'insù a guardare quel cielo che è difficile trovare in qualsiasi altro posto.
Roma sono i negozietti piccoli, quell'insieme di oggettini e colori che fanno bene al cuore. 
Roma è la consapevolezza di essere bellissima e incasinata allo stesso tempo. E' una donna che se la tira perché sa di poterlo fare. Ti regala un pezzo di sè per poi farti pensare a quante altre cose ti ha tenuto nascoste. 
Non è mai abbastanza il tempo per viverla davvero, però, ogni volta mi sento sempre un po' più a casa. 
Roma mi fa battere il cuore in un modo che è difficile anche spiegare. E' come sentire di essere nel posto giusto, avere la sensazione che è lì che dovresti stare. Per sempre.
Magari. Un giorno. 


Roma è questo ma anche molto altro. Difficile spiegarla in qualche riga. Ho aggiunto un po' di foto che non sono neanche un granché. Non vogliono essere foto bellissime o professionali. 
E' ancora Roma raccontata in modo diverso che con le parole.