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lunedì 4 maggio 2015

Ci pensi mai a nostro figlio?


Ci pensi mai a nostro figlio?
No, non fare quella faccia. Non sono impazzita, non del tutto. 
Ci pensi mai?
Alla faccia che avrebbe, alle sue mani, alla bocca, al colore dei capelli. 

Io lo immagino maschio e con il tuo naso. Però con il mio broncio. 
Se viene arrabbiato come me poi ci parli tu, poi ti direi tuo figlio ha fatto questo, tuo figlio ha fatto quello, e solo perché saprei che è troppo uguale a me.
Non voglio avere figli, non adesso, non tra un anno ma neanche fra cinque. Sono brava con i bambini degli altri, soprattutto con le femmine, ma non so se sarò mai pronta alle rinunce, all'abnegazione per un esserino minuscolo che ti crede infallibile.
Eppure quando la mattina mi sveglio e tu sei lì, accanto, che ancora dormi, penso sempre a nostro figlio.
A dove crescerà, ad esempio. 
Perché Roma proprio mai che potrei morire d'ansia nei suoi primi 13 anni di vita.
E io, invece, m'immagino con l'Inglesina al parco a prendere il sole e poi in una strada di campagna a insegnargli ad andare in bici.
Chissà quanti libri gli leggerei la sera e quante canzoni canticchierei per farlo addormentare. 
Vorrei che fosse ironico come te e risoluto ma anche un pizzico creativo ed emotivo. 
Vorrei, soprattutto, avere il coraggio di accompagnarlo sempre nel suo percorso senza forzarlo mai, senza imporgli mai i miei punti di vista, senza tracciargli una strada.
Ecco, quello che vorrei davvero per nostro figlio è la libertà. 
La libertà di essere sempre chi vuole, di essere felice, di poter provare tutte le emozioni che sente senza vergognarsi mai. 
La libertà di poter vivere un amore sbagliato, come il nostro, e di non avere tutti i dubbi che abbiamo noi, di non doverlo nascondere mai.
In fondo, che senso ha guardarti dormire, non chiudere occhio neanche per mezz'ora, guardare il sole spuntare, accompagnarti al treno e vederti partire?
Che senso ha continuare pur sapendo che, il nostro, è un rapporto a tempo.
Lo senti il ticchettio dell'orologio? 
Il brutto di leggere molto, scrivere ancora di più, guardare tanti film è che finisci per sceneggiare anche la tua vita.
Ho già scritto la scena in cui, un giorno, vieni da me e mi dici che ti sposi o che fai un figlio o che parti per qualche paese lontano di cui non ricorderei mai il nome per intero. Tipo il Turkmenistan, che ho dovuto googlare per essere certa della sua esistenza e che, comunque, non saprei collocare sul mappamondo. 
Magari tu in Turkmenistan e io di nuovo in Sicilia così un figlio non lo facciamo di sicuro e tu puoi tornare a respirare.
Eppure sarebbe bello con il tuo naso e i tuoi capelli e, forse, anche le tue spalle. Eppure mi pare un peccato sprecare tutto questo amore, gli abbracci, i baci, le carezze, le risate, gli attacchi di panico, i pianti, i messaggi, le spunte blu di whatsapp, l'abbonamento premium a spotify, la pasta al pesto di pistacchio, il mio spazzolino nel tuo bagno, il Syrah, le serie tv in inglese, i film lasciati a metà. 
Vorrei andare a Dublino quest'estate, tu a Berlino.
Magari ci incontriamo a metà strada ma, nel frattempo, dimmi: ci pensi mai a nostro figlio? 


lunedì 2 febbraio 2015

Quando piove


Ieri sera pioveva e avevo lasciato l'ombrello a casa. Avevo queste scarpe nuove che ho comprato solo perché Rita continuava a dire che sono bellissime ma hanno i tacchi che fanno un rumore insopportabile.
Stavo correndo dai ragazzi che mi aspettavano per cenare, ma poi ho fatto tardissimo e io mangiavo il club sandwich e loro il tiramisù.
Insomma, pioveva.
C'era questa bambina con un ombrello rosso che stava parlando con un'amichetta e ha detto a me mi viene sempre da cantare quando piove, il problema è che non so mai che canzone cantare.
Proprio così: a me mi viene sempre da cantare quando piove.
E mi ha fatto pensare che, invece, a me quando piove mi viene da stare davanti una finestra a guardare che piove e a fare i cuori sui vetri.
Mi viene da bere cioccolata calda sopra il letto. Magari pure con le parigine sopra le ginocchia che fa un sacco pinterest.
E quando piove e non ci sei, non è che abbia molto senso stare davanti una finestra a disegnare cuori o sopra un letto a bere cioccolata.

T'ho scritto: sono a San Pietro, c'è ancora l'albero di Natale e piove.
Tu guardavi la partita e chi ti disturba mentre sei lì che t'infervori perché pareggiano.

Mi scrivi: quando torni a casa?
Non mi chiedi nemmeno con chi sono, come si chiamano, come li conosco, perché mi vengono a prendere da casa e mi ci riportano e aspettano che io apra la seconda porta prima di rimettere in moto.
Non ho capito se è riservatezza o un modo per evitare che anche io faccia domande.
Perché, io, invece, lo vorrei sapere se c'è qualcuno che accompagni a casa e che aspetti mentre cerca le chiavi dentro la borsa.

Tanto a voi lo insegnano a scuola di calcio a dribblare anche le domande scomode a cui non volete dare risposta.
Però, mica lo so se hai mai fatto scuola di calcio. É una di quelle cose che dovrei chiederti.
Di che cosa abbiamo parlato per tutto questo tempo che ormai supera di gran lunga i 365 giorni?

Questo fine settimana che è il nostro fine settimana, mentre mi cucini qualcosa di decente, magari te lo chiedo.
E speriamo che piova, così magari a me viene da cantare* e poi guardiamo le partite insieme sorseggiando cioccolata.


*e magari canto questa qui che tanto la canto ogni volta che ti dormo vicina.

P.s. Mi faccio venire la glicemia alta da sola. Ma, insomma, mi passa. 

venerdì 16 gennaio 2015


E poi, nella vita, vorrei fare la ghost writer.

E tu, che sei nascosto tra le lenzuola blu, mi guardi con un occhio solo. 
Ma che dici, mi dici.

Mi riesce così bene fare l'invisibile.

Ma non fare la stupida, ma quando mai. E ridi. 
Mi prendi la mano, l'accarezzi. Io sono lì che ti guardo mentre mi guardi ed è tutto un gioco di occhiate che si ricambiano.

Per dormire uso una tua maglietta che mi arriva alle ginocchia e poi, alla fine, ci giro per casa come fosse un vestito. 
Ma a che ti servono le certezze, ma le vuoi davvero? continui a dirmi come se fossi in loop.
E, in effetti, che me ne faccio delle certezze se cambio idea continuamente, se non riesco neanche a sfiorarti una mano, se ogni volta che si concretizza qualcosa mi verrebbe da scappare.
Vedo lei che ti mette i mi piace sulle foto e ti scrive cose in una lingua vostra e però io non ho capito perché io sono sul tuo letto e lei no.

Vado a preparare il caffè e faccio le scale scalza. 
Non so neanche che sapore abbia il caffè che faccio per te, quanto mi fa schifo il caffè.
Ti sfioro la punta del naso e tu mi dai un bacio.

Pensavo alla sera in cui mi hai detto che non puoi rischiare con me.
E se una mattina mi sveglio e tu non ci sei più? E se una mattina ti svegli e mi dice che sei stanca di me? Come la rimetto in equilibrio la mia vita se ti do' tutto e tu te ne vai? 
Al massimo ti potrei insegnare a stare sulle punte o che ne so a fare un piquet. Se mi ricordo come si fa.

Stanotte ho sognato che mi chiamavi amore e mi sono svegliata incazzata con il mondo. 
Pensa quanto riesco a essere stronza.
E, allora, fammi spazio e abbracciami forte e restiamo per un po' così che adesso va bene, oggi va bene e domani chissà.



lunedì 24 marzo 2014

Vieni a vivere come me


"Vieni a vivere come me.
Vieni a vivere come me.
Com'è che non ti muovi? 
Com'è possibile?"

Ieri ho fatto le pulizie che era quasi l'una (di notte).
Ho cenato con la carrot cake.
Ho bevuto latte di soia. 
Ho guardato un programma ma su rivideo. Ho pianto.
Ho visto l'ultima di Grey's anatomy, sottotitolata in italiano.
Mi sono addormentata, in mutande, alle 2.

Allora, ho pensato che sarei una pessima compagna io.
Perché non cucinerei se non ho voglia e ci sarebbe sempre il cesto dei panni sporchi pieno.
Sarei una pessima madre perché non ci sarebbero verdure e per cena permetterei anche il dolce pieno di Nutella.
E la mattina non parlo.
Non ho voglia di scegliere tra la vita che sogno e quella che dovrebbe essere quella di una donnina perfetta da sposare.
Che poi, volete davvero la perfezione? Una moglie che ha il pollo in forno e la casa che splende, il colore appena fatto, il rossetto rosso?
A me la perfezione spaventa. Sono certa che prima o poi si rompe e nelle crepe ci entra lo sporco e una perfetta le crepe e lo sporco non lo reggerebbe mai.
Io, sono così: imperfetta. Piena di crepe.
E di ansie, di paure. Ho bisogno di qualcuno che mi dia certezze ma che mi lasci spazio.
Voglio addormentarmi tardi, fare il bucato di notte, sedermi per strada, ridere se mi va.
Vorrei innamorarmi di qualcuno che mette il materasso per terra e mi dice che "al mal di schiena ci pensiamo nell'aldilà", che mangeremo scatolette, che i piatti se non mi va di farli subito magari li facciamo domani insieme.
Sarei una pessima compagna ma mi piacerebbe ascoltare tante storie e non sbufferei mai, non mi stancherei di sentire le tue stanchezze, di guardarti sognare, d'incoraggiarti a osare.
E anche i miei figli, se mai ce ne saranno, saranno liberi di andare, di sbagliare, di cadere.
Mangeranno schifezze e ci sarà qualche nonna che storcerà il naso, studieranno storia se vorranno o filosofia. Scriveranno su pezzi di carta trovati per casa, come me.
Balleranno per casa, se va a loro.
Sto sognando una vita semplice, una di quelle che puoi finire quando vuoi.
Che se un giorno ti stanchi di me, puoi tornare sui tuoi passi salutandomi con tenerezza, aprendo la porta di casa e dicendo ciao ma non come fosse un addio ma solo un "sono felice di aver passato un po' di vita con te, ma adesso basta".
Non so se una vita così mi piacerà per sempre o se un giorno sognerò "la villa, due figli, un cane, la settimana bianca e il mese a mare". Non lo so.
Per ora, ho sogni piccoli come me.
Come un bicchiere di vino rosso da bere davanti un camino, un libro, due chiacchiere, un abbraccio, un po' di magia.
Un amore che non è un obbligo ma una scelta, un domani costruito ogni giorno perché si vuole in due. 


lunedì 3 marzo 2014

Nudità


Mi spoglio per un attimo dei pensieri.
Mi spoglio completamente.
Ho i piedi che sembrano due ghiaccioli e le mani fredde, ma per me non funziona mai quella cosa di "mani fredde, cuore caldo".
M'immagino un "tu" immaginario.
Uno che si chieda perché mi ostino a non usare un pigiama visto che ho la pelle d'oca un poco ovunque.
E, questo "tu", aspetta che lo raggiunga sotto le coperte anche se vorrò riscaldarmi i piedi tra le sue gambe, anche se metterò le mie mani sulla sua schiena. Un "tu" che prenderà un po' del mio freddo per farlo diventare suo.
Dormo nuda. Riesco ad addormentarmi che fuori è già giorno. Manca poco e suonerà la sveglia.
Ma "tu", quello che sto immaginando che m'accarezza i capelli, neanche ci sei. Forse, neanche esisti.
Cullami un attimo e ferma sto cuore che batte più forte che mai.
Però, se esisti, fammi un cenno così capisco che non sto aspettando invano e io continuo ad aspettarti. Buona, in silenzio, come diceva sempre la maestra: se state buoni, in silenzio, il più buono ha una sorpresa.
Facciamo che la sorpresa, se sto buona e in silenzio, sei "tu".
E dimmi che un giorno arriverai e mi sveglierai con un bacio sulla fronte e poi magari io ti dirò di restare un po' abbracciati, che non ho voglia di andare da nessuna parte e invece tu devi proprio scappare a lavoro.
Ti chiederò, sorridendo, di fare l'amore e tu mi dirai non mi tentare.
Ancora un po', ancora un altro poco.
Allora, sarò in ritardo anche io e dovrò dire che la metro era bloccata, oppure qualcosa m'inventerò.
E poi, la sera tornerò da te e a quel punto chiamerò casa un posto soltanto e casa, probabilmente, sarai tu.
E litigheremo tanto e mi dirai che sono difficile e io sbufferò.
E avrai i capelli, bè, non so.. come li avrai i capelli?
Questo letto è troppo grande senza di te, uomo immaginario che vive nella mia mente e che mi tiene per mano quando faccio i brutti sogni.
Roma, invece, è troppo piccola perché ti vedo ovunque e invece non ci sei da nessuna parte.
Allora, penso a come potrebbe essere il nostro incontro.
Come oggi ai Fori Imperiali che c'erano le bambine vestite da principessa e i bambini vestiti da poliziotti.
Allora, ti cercavo tra la folla e avrei voluto trovarti a guardare il cielo, che era azzurro e senza nuvole, per chiederti se anche tu pensi che sia bellissimo.
Con il culo che ho, invece, se t'incontro sei con la tua fidanzata storica e le stai tenendo la borsa mentre lei guarda il cielo. O, ancora peggio, stai spingendo un passeggino.
Con il culo che ho, invece, "tu" forse già esisti e io so chi sei ma so che non mi vuoi anche se mi scrivi cose bellissime che ho imparato a memoria mentre, in questo letto enorme, tento di addormentarmi.
Con il culo che ho, le cose bellissime che hai scritto a me, le hai scritte anche a qualcun'altra (e che magari è anche la tua fidanzata).
Allora, una mia amica mi ha detto che non devo imparare a memoria le cose che mi scrivi ma devo cercare di ricordare che non sei mio.
Solo che "non sei mio, non sei mio, non sei mio" non suona bene come ninna nanna.
E lei dice che un giorno arriverà qualcuno che quelle cose le scriverà a me e mi vorrà come io voglio te.
Non le credo.
Mi sono talmente abituata a smezzare la felicità che "tu", se esisti, di sicuro sei già di un'altra.

sabato 22 febbraio 2014

Nausea

Quando da piccola pensavo di avere troppe cose dentro, allora, mi mettevo con la testa dentro un cesso e vomitavo. 
Era l'unico modo per fare uscire tutto: le gioie, la rabbia, le delusioni, l'amore. 
Ho sempre pensato che era il troppo amore, a cui non volevo piegarmi, che non volevo dentro. 
Alzavo la tavoletta e giù a vomitare.

Quando da piccola vomitavo, poi piangevo. 
Era tutto così strano, così liberatorio, così una merda che ancora adesso mi sembra di sentirla addosso. 
C'erano periodi che contavo le calorie prima di mangiare, che bevevo un solo bicchiere d'acqua, che masticavo una gomma per tutto il giorno e più lo facevo e più mi disgustavo. 
Ci sono stati giorni in cui ho mangiato tutto quello che avevo a tiro, senza sentirne il sapore, senza capire se fosse dolce o salato, masticando velocemente come se io quel cibo più che gustarlo lo volessi annientare. Poi, piangevo. Poi, vomitavo il mondo. 
È durata degli anni così. Tra alti e bassi. 

Nel duemilacinque, mi pare, uscivo con quello con gli occhi azzurri. Mi piaceva. Mi piaceva in un modo un po' particolare. Perché alle mie compagne di classe, alle altre della scuola, lui piaceva perché era un "figo". A me piaceva perché ridevamo sempre, perché aveva degli occhi azzurri che dentro ci annegavi, perché mi diceva "sei una nana" e io rispondevo "sei un cretino" e lui mi diceva "e tu sei bellissima". 
Non è mai stato il mio fidanzato. Lo era delle altre ma mai il mio. Io c'ero e restavo li, silenziosa, ad aspettare che capisse che le altre lo vedevano solo bello e io, invece, lo vedevo tutto. 
Ci trovavamo la notte, sempre nei posti più strani. Lui mi baciava, io lo scansavo e alla fine cedevo. 
Tornavo a casa e vomitavo. 
Vomitavo i suoi baci, vomitavo i miei no che diventavano sì, vomitavo l'amore che avrei voluto dare a lui ma che lui non si prendeva. Pensavo che era così che andava l'amore. Penso che sia così che va l'amore.
Sul diario, nella pagina dell'otto febbraio duemilacinque, c'è una frase: quod me nutrit me destruit.
Ci credevo davvero. 
Quell'anno rifiutavo il cibo, i pantaloni taglia 38 mi cadevano, ero gialla e sempre incazzata. 
Ma io quell'otto febbraio me lo ricordo perché è venuta Lei e mi ha detto che il gioco non le piaceva, che se cadevamo, allora sarebbe stato insieme. 
Ci siamo smezzate un quadratino di cioccolato, 125 kcal, un the alla pesca, 62 kcal. 
E ci siamo tenute per mano che nessuno doveva andare in bagno e vomitare odio. 
Lei diceva che quello con gli occhi azzurri era un cretino. Che ne sa quanto sei speciale, che ne sa di quello che si perde. 
Qualcuno a rileggere direbbe che sono disturbi alimentari. Io boh, non ci giurerei.
Mi sono sempre fermata un passo prima, perché avevo una famiglia incazzata quanto me, una madre che controllava quante volte entravo al cesso, un'amica che mi teneva per mano. 
Sono svenuta varie volte e tutte quante mi sono ritrovata per terra con dello zucchero sotto la lingua. 
È tutto a posto, dicevo: ne sto uscendo, adesso rido, adesso mangio, non vomito più, sto ingrassando.
E la gente smetteva di fissarmi. 
Avevano paura delle parole, di dirmi sì sei più grassa, sì sei più magra, sai che stai bene?, secondo me dovresti fare un po' di attività. 
Non mi guardavano, non mi parlavano, non sorridevano ai miei deliri ma neanche s'incazzavano. Era più facile fingere di non vedere piuttosto che guardare bene in faccia la realtà. 
Schivavano le domande, i miei sguardi, i miei dubbi. 
Che sia mai che la bambola pensi che è ingrassata e torna con la faccia dentro al cesso e noi neanche ce ne accorgiamo. 
Invece, avrei voluto risposte, avrei voluto gente che mi trattasse male, che mi dicesse che ero una cretina perché io mi sentivo una stupida.
Dicevo: hei io sono una guerriera, non mi fanno paura le parole, mi fanno paura i sentimenti. 
Per anni è andata così anche quando ho avuto tutto. Cumulavo cibo e rabbia e amore e passioni e sogni da tenere in silenzio e paure. 
Le ho tenute sempre per me e con me. 
Ci sono cose come queste che non si possono e vogliono condividere con nessuno.
E anche adesso tremo un po' al pensiero che le leggerete.

Oggi, ho mangiato cioccolato, mozzarella, nutella, una piadina, cioccolato. 
Senza un ordine, una logica, una voglia.
Riempio un vuoto che un secondo dopo voglio svuotare.
Voglio vomitare come quando avevo 15 anni o 17 e, invece, adesso ne ho 23 e dovrei essere "grande".

Ok, è così che vanno le cose. 
L'amore è per le altre, quelle che non fanno troppe domande.
A me resta il senso di nausea come quando sei con lui che sta dormendo e sai che appena si sveglia, dovete scendere e tornare alla vita reale.
Quella dove tu non esisti.

Quella dove tu non esisti.
Vomito.



mercoledì 20 novembre 2013

D.


Attraverso la strada e non guardo mai nè a destra nè a sinistra. Non che non me l'abbiamo insegnato, anzi. 
La mano destra è quella con cui scrivi, a destra c'è la porta e anche il muro con appese le lettere dell'alfabeto, A come Ape, B come Birillo, C come Cane. A sinistra c'è la finestra e fuori dalla finestra c'è la strada e su quella strada, sempre a sinistra, c'è il papà di Paolo che di mestiere fa quello che aggiusta le macchine.
Comunque, io la strada, quando attraverso, non la guardo mai, anche se le maestre mi hanno insegnato e ancora mi ricordo. 
Quindi, finisce sempre che qualcuno mi tiri per il braccio.
Mi trattengono mentre loro controllano che si possa attraversare, poi dicono che sì, ok, si può. 
Tipo, l'altra sera è stata la mia coinquilina. Un po' prima era stato qualcun altro.
Ed è una cosa che in fondo, ma non l'ammetterò mai, mi piace. 
Mi piace pensare che, nonostante tutto, ci sia qualcuno che si preoccupi non di me ma per me.
Io penso che sia un gesto d'affetto puro. Incontaminato.
Perché le persone così mi danno lo spazio di essere fragile, di piangere un po', di essere distratta dalle luci, di pensare un po' meno.
Ultimamente cammino per strada e penso sempre che mi manca qualcuno che mi ripeta che sono brava.
Sono in equilibrio su questo filo e basta un niente perché io cada e mi faccia male. Mi guardo intorno e non c'è nessuno, eppure penso che basterebbe che ci fosse qualcuno a destra o a sinistra (che so riconoscere) a dire: "brava, continua! Un passo alla volta. Brava. Stai facendo bene, non ti fermare".
Mi sento come quelle ballerine da carillion che la gente carica, carica, carica e poi fa girare con  una musica insopportabile in sottofondo.
Con quel sorriso irritante sul volto.
Che vuol dire? Non lo so.
Non so un sacco di cose. A lezione ho scoperto che è un bene.
Mi faccio molte domande ultimamente e, di solito, le faccio a me stessa.
Mi hanno detto che restare è difficile tanto quanto andarsene. Stronzate.
Restare è comodo, è facile, è un modo per tenere a bada i sensi di colpa e accarezzare l'abitudine.
Andarsene è doloroso, straziante, liberatorio, bellissimo. In ordine, così come li ho scritti.
Lasciare a metà qualcosa non so com'è, non ne sono capace con i libri, con i film, con le serie tv, figuriamoci con le persone. Non so come facciate voi a sopportare questi rapporti intermittenti che si accendono e si spengono come le luci di Natale, che hanno già montato alla Coin vicino casa mia.
Ci sono, non ci sono, ci sono, non ci sono, ora sì, ora no, ora ti amo, ora forse non lo so.
Voi persone così siete assurde, egoiste, insopportabili.
E probabilmente, voi persone così, non capirete mai la dolcezza di qualcuno che si ferma per strada per controllare che non passino macchine o, che ne so, qualcuno che ha il doppio dei tuoi anni e potrebbe essere tuo padre, ma ti manda un sms al giorno per sapere come stai, se hai mangiato, se stai studiando.
Non capireste mai il bisogno di camminare su un filo lungo e in bilico solo per sentirsi dire brava, perché per voi sarebbe un modo per piangersi addosso e invece è solo bisogno di certezze e di presenza.
Ho molti dubbi in questo periodo, talmente tanti che ne dimentico un paio al giorno.
So quante kcal ha un Crispy Mcbacon, so che la mattina a lezione arrivo tardi anche se mi sveglio prestissimo, so che questa è la vita che voglio e so che sono felice di aver rischiato.
So che mia cugina mi ha comprato un rossetto fucsia perché secondo lei mi starebbe bene e io quando me l'ha detto mi sono sentita una bambina a cui regalano la prima trousse.
Ho dei dubbi sul PD, sul Papa, su Barbara D'Urso che con la faccia contrita intervista minorenni , sui miei punti neri, sulla gente che si sposa perché andarsene e lasciare tutto sarebbe troppo complicato, sul blu e il nero accoppiati insieme, su quelli che dicono che ti amano e poi la sera scopano un'altra, su quelli che dicevano "ti adoro" e poi ti trattano di merda.
Mi faccio molte domande, mi rispondo sorridendo, non mi piango addosso. Non piango proprio perché non mi ricordo più come si fa. C'è un bottone da qualche parte per attivare la lacrimazione?
Non dormo più.
Desidero qualcuno che rinunci al giubbotto per darlo a me perché ho freddo, che guardi le macchine che passano prima di farmi attraversare, che mi stringa forte tutte le notti che qui ci sono i tuoni che fanno tremare le finestre e io ho paura.
Desidero qualcuno che sappia esserci e che risponda alle mie domande.
Desidero che è un'altra bella parola che inizia per D.
Dubbi.
Desidero.
Dormo (speriamo).

(Sono quasi le 3. Il post non lo rileggo. Probabilmente non ha neanche senso.
Scusatemi.)

lunedì 4 novembre 2013

E non so più come si fa a trovarlo


L'altro giorno ho ritrovato Winnie Pooh, quello da collezione con il cappello e la sciarpa al collo, che io me la ricordo ancora la scena: c'erano le luci di Natale a illuminare una via del Corso bagnata, io ti guardavo e dicevo che lo volevo, mi serviva, praticamente l'hanno fatto per me. Tu ridevi.
Hai diciotto anni, dicevi. Non puoi volere ancora Winnie Pooh.
E invece sì e quindi, alla fine, finisti per comprarlo insieme al peluche di Lilly & il Vagabondo.
E bagnarci insieme sotto la pioggia di una Roma eterna e immensa. Io con il giubbotto nuovo e inzuppato e tu con il tuo Belstaff che restava asciutto e non si capiva perché.
In quei giorni, ti ho chiesto per la prima volta di andare a vivere lì.
"Ma c'è il traffico e la vita è cara" mi hai risposto.
Ho alzato le spalle e ti ho risposto che avevi ragione tu. Come sempre.
Poi, c'è stata Milano. Ti ho trascinato per Brera perché è l'unica parte della città che mi piace e ti ho portato a vedere Hayez e Caravaggio. Tu che avresti preferito confonderti tra le divise arancioni e invece dovevi accontentare me che, in quel periodo, di arancione non volevo vedere nulla.
E Milano piaceva a te. A me faceva venire l'angoscia perché mi sentivo sempre troppo piccola, troppo lenta, troppo estranea.
"Milano è efficiente", dicevi.
Milano mi fa schifo, ti rispondevo.
E quella settimana di convivenza da sperimentare. La mattina mi lasciavi sola a dormire, mi baciavi la fronte e poi andavi via. Io bevevo il cappuccino schiumato, con poco caffè che a me il caffè neanche piace e poi mi mettevo a studiare. Tu arrivavi all'una e ti mettevi ai fornelli. Cucinavi tu perché io sono incapace e a te piace mangiare bene mica le schifezze che mangio io.
Girare in mutande per casa, finire a fare l'amore sul divano, sul letto, sul tavolo, per terra.
Questa è la vita che voglio per sempre. Per sempre.
Un Natale, l'ultimo, mi hai detto "ti porto a Parigi". Parigi non mi piace, voglio andare a Londra.
Londra che ha di romantico? Niente.
Che abbiamo di romantico noi? Niente.
E sarà finita lì la favola e il perché io ancora non l'ho capito.
Le cose iniziano e finiscono, ce ne dobbiamo fare una ragione. Però, il mondo non si è fermato quando noi abbiamo finito di guardarci innamorati come in quella foto dove io ho le codine e tu mi versi la Coca Cola in un bicchiere o in quell'altra che è ancora in camera mia, che io guardo la fotocamera e tu guardi me.
Qualcuno doveva accorgersene e dircelo che non ci amavamo più.
Invece, abbiamo continuato e continuato e logorato tutto. Ci siamo messi d'impegno a distruggerci a vicenda.
Tanto che la mia pelle non riconosceva più le tue mani e pensavo "ma tu che vuoi? Ma tu, in fondo, chi sei?". E poi, piangevo dei miei stessi pensieri che erano ingiusti e cattivi che tu volevi darmi il mondo e a me non bastava più nemmeno quello.
E adesso di cosa ho bisogno? 
Adesso che con me stessa riesco anche a parlarci bene, a farci lunghe conversazioni. Adesso chi voglio? 
Qualcosa come tornare a girare nuda per casa, qualcuno che torna e mi prende un po' in giro, poi mi morde i fianchi che anche se sto dimagrendo sono sempre lì, un po' più pronunciati. 
Qualcuno che mi tenga la mano mentre dormo.
Qualcuno mentre dormo. 
E' più di un anno che ti ho lasciato e mi sono detta che non avevo più bisogno di nessuno. Falso, lo sapevo.
Mi sono raccontata la storia della donna che si basta da sola. Falso anche questo.
E' vero non credo al per sempre, non credo alle cose che durano nel tempo.
Credo negli abbracci che ti lasciano i segni nel corpo, credo nei piccoli gesti di ogni giorno come un ti penso, un mi manchi, un vieni qui che ne ho bisogno. 
Credo nelle notti passate con qualcuno che ti stringe da dietro come se tu fossi una cosa importante.
Credo in qualcuno che non è per sempre ma è per ora.
E non so più come si fa a trovarlo. 

martedì 6 agosto 2013

"Lei, Lui, Firenze"


Abbiamo aspettato un po', quanto basta perché qualcuno mi chiedesse se era tornato tutto come prima, se eravamo di nuovo e ancora quella gran coppia invidiata dagli altri. Ho fatto cenno di no con la testa, mi hanno sorriso in risposta. La gente non ci capisce.
Ci siamo seduti ad un tavolo per quattro ma eravamo in due e ci stavamo larghi in quel tavolo che un po' ci avvicinava anche se non volevamo.
Mi ha chiesto se volevo del vino, ma lo sa che con il vino non ho un buon rapporto. "Vino bianco", ha detto sicuro. Vino bianco, allora sì.
Ha ordinato qualcosa da mangiare, da dividere.
Mi guardavo intorno e mi sembrava di vivere una scena già vissuta mille volte. Come un deja vu ma più reale.
"Come stai", gli chiedo.
"Stanco, come sempre". Sorride. Mi guarda.
"Raccontami di te, ti prego", con la testa da un'altra parte, con il pensiero verso qualcuno che non ricambia e che non sa quanto mi piace il vino bianco e non saprebbe nemmeno ordinare al posto mio.
"Pensi davvero che sia una buona idea, stare seduti in un bar fino alle nove di sera? 
Bere un altro Bianco Sarti guardando la gente, discutere di ferie e lavoro, fare finta di niente".

"Che vuoi che ti racconti?".
Voglio che mi racconti che ti sei innamorato di un'altra con gli occhi più belli dei miei, più intelligente di me, che parla meglio e si lamenta di meno.
Tengo un lembo di un tovagliolo e lo stringo forte.
"Voglio che mi racconti di te!"
"Sei tu quella che viaggia!".
Continuo a stringere un lembo del tovagliolo che è come un appiglio a qualcosa che non fa male. Non come le sue parole, non come il mio stomaco che non sente le farfalle. E porca miseria, perché non puoi sentirle? E' quello giusto, ci vuole tanto a capirlo?
"Magari andrò a vivere a Firenze. Ho chiesto trasferimento anche lì".
"Parlar di Firenze, di come è invecchiata dall'ultima volta che l'ho salutata".

L'anno scorso quando ho deciso che era finita ero lì, a Firenze.

Seduta dentro una libreria del centro, il thè caldo e un libro da sfogliare. Una donna anziana, con i capelli riccissimi e grigio cenere, che leggeva il suo libro ad alta voce e rideva.
Ma in un modo così bello, ma così bello, che a me sembra di sentirla anche adesso.
Io l'ho capito lì, che tra noi era finita. L'ho capito mentre avevo il telefono scarico, fuori c'era un gran freddo e lui non mi mancava neanche un po'.
L'ho capito perché il sorriso di quella donna era quello di una a cui non mancava niente e io mi sentivo talmente vuota che per riempirmi ci voleva qualcuno che ci credeva in me. E lui non ci credeva.
L'ho capito ogni volta che, in quell'anno, sono tornata a Firenze perché ho cominciato a sognare di nuovo. L'ho capito quando qualcuno mi tendeva la mano e lui mi diceva che erano solo sogni.
"Penso che sia una follia andare all'Ikea, c'è sempre una gran confusione anche di sabato sera.
Poi, lo sai mi fa tristezza guardare la gente che sogna di comprare tutto e si accontenta di niente".

Dice Firenze e mi viene da ridere forte. Ride anche lui.

E' la situazione di un film riuscito male: seduti al tavolo di un ristorante, a sorseggiare vino e a parlare di lui che parte per Firenze.
Che sempre l'anno scorso, quando tornavo e gliene parlavo con occhi sognanti finivamo per litigare, che "che avrà di così speciale 'sta Firenze?".
E io non sapevo rispondere e non so farlo neanche oggi.
"Mi guardi e sorridi, non sono cambiato dall'ultima volta che mi hai perdonato. 
Che cosa vuoi che ti dica? Con te sto bene, anche se ormai è finita."

Abbiamo finito subito il vino bianco e lui se ne già versato un secondo bicchiere. Gli butto addosso un po' delle mie preoccupazioni, parlo così senza fermarmi e senza prendere respiro.

E' la parte più razionale, più riflessiva di me.
Tra qualche anno lui sarà un medico fantastico e io chissà che cosa.
Penso che probabilmente, nonostante tutto, con lui non tornerei mai.
Ma com'è che finisce l'amore? Così, una mattina ti svegli e dici "Ok, è stato un piacere, finché è durata".
"E lo so che non basta un bicchiere per sorridere e dimenticare, le mie solite bugie, le mie sciocche fantasie. Ma stasera ho voglia di brindare a un'altra storia d'amore per noi che non ci amiamo più".

Che io non lo amo più e lo so, lo sento in ogni centimetro della mia pelle. Ma, allora, perché ho questo bisogno di abbracciarlo, di sentire i suoi capelli tra le mie dita?

E' un bene che va al di là dell'amore. E' sapere che è, e sarà per sempre, l'altra metà della mela, quella parte che mi completa. Conosco ogni piccola smorfia, mania, le ossa della clavicola che escono fuori anche adesso che c'è qualche kg in più.
Un bene che va al di là di quello che è successo in quest'anno separati, tanto che vorrei raccontargli di quanto sonno sto perdendo, dell'aria che mi manca.
Non lo faccio perché so che, probabilmente, farebbe male.
Io, davvero, non lo capisco il mio cuore che potrebbe avere l'amore e si accontenta di niente.
"Che bella Firenze, le sere d'estate, le luci del centro, le nostre risate.
Cosa vuoi che ti dica? Ti voglio bene anche se ormai è finita. 
Non sarà certo Mastroianni a cancellare di colpo sei anni e non sarà questa stupida sera a cancellare una vita intera".





Ma stasera ho voglia di brindare a un'altra storia d'amore, per noi che non ci amiamo più.

domenica 28 luglio 2013

Maria

Maria firma su un foglio e ci mette accanto il cognome del marito.
Maria si presenta alla gente con il cognome del marito.
Non è vanità: quel cognome è un cognome normale, come tanti altri. Non dice niente d'importante. Te lo perdi subito e fai fatica a ricordarlo. Ma è di suo marito, quindi è suo.
Lo porta a spasso fiera, lo mostra alla gente come fosse un gioiello prezioso, lo fa splendere al sole come si fa con le lenzuola di lino appena lavate.
Lei, Maria, quel cognome l'aveva tanto voluto e desiderato. L'aveva protetto dalle cattiverie della gente, dal tempo, dalle crisi. 
Quel cognome è il legame che la unisce a lui ancora oggi che lui non c'è più. Perché un giorno di Maggio, quando ancora il sole fa cucù con le nuvole, lui se n'è andato. Sereno, con il sorriso sul volto, e la mano di Maria che stringeva forte la sua.
E' stata la prima volta che l'ho vista piangere. Le scendevano le lacrime e singhiozzava, talmente piccola che ti veniva voglia di abbracciartela forte.
Io, Maria, da bambina la guardavo e pensavo che era bellissima e anche oggi, che ha quasi settant'anni, penso che lo è.
E pensavo che mi piaceva che si sentisse talmente di "qualcuno" da volerne portare il cognome. E pensavo che a me, invece, mi hanno insegnato che io sono mia  e che nessuno sarà mai così importante da meritarsi un pezzo di me.
La generazione di Maria  non ha paura dell'appartenenza, dell'appartenersi. 
La mia scappa dalle relazioni: è precaria nel lavoro, nella vita e nei legami.
Che io, poi, la guardo Maria ed è tutto meno che antica: ha il rossetto sulle labbra e quando esco mi raccomanda di divertirmi, ed è stata madre dolcissima e guerriera allo stesso tempo, ed è stata comprensione e scudo per quell'uomo che tanto amava.
E un po' la invidio quella donna con i capelli chiari e il sorriso grande.
Perché io non so essere di qualcuno, non mi so regalare mai abbastanza e mi terrorizza perdere un pezzo di me. Che io voglio essere "uno" prima di essere la "metà di uno".
Che io sono quella che si butta su un lavoro e magari ci perde il sonno e un paio di pasti, che si scorda di chiamare e anche come si chiama. Che io prima di trovare un altro cognome devo dimostrare di meritarmi il mio.
Ma poi la guardo, Maria con un cognome non suo e la fede ancora al dito, e penso che lei ha capito tutto e io mai niente.
E penso che, forse, prima o poi lo vorrei uno con cui dividere, un po', un pezzo di me.

sabato 29 giugno 2013

Le favole al contrario


Non lo voglio sapere quando è amore. No. 
Voglio sapere quando non lo è.
In fondo, ho sempre fatto confusione. 
Ho pensato di essere innamorata e non lo ero, ho pensato di amare e poi forse chissà. 
Allora, ditemi quali sono i segni di un non amore e come si gestisce.
Che se io non ti amo e non ti stimo e non ti voglio, tu per me non esisti.
Nel non amore c'è libertà. La libertà di essere me stessa, di non doverti piacere per forza, di ridere quando mi va e di non sentirmi scema se tu non mi capisci.
Nel non amore, io posso dirti di lasciarmi in pace quando voglio stare sola, perché se ti amassi ti vorrei lì proprio in quei momenti. 
Nel non amore, posso chiederti di essere assolutamente sincero con me e non mi offenderei mai. Tu mi dici che con quel vestito, con quei capelli, con quegli occhiali sono un cesso e a me scivola. Se ti amassi, m'importerebbe quello che pensi di me e tutto sarebbe falsato in un fare per ricevere approvazione.
Il non amore non è poi così male come dicono. Se io non ti amo e tu non ami me, se io vivo senza di te e tu anche, non abbiamo davvero "bisogno" l'uno dell'altro. 
Che io non voglio avere bisogno di nessuno. Voglio avere bisogno di me stessa ed è una cosa su cui sto lavorando e non so se ci riesco.
Tanto, poi, anche se fosse amore finirebbe comunque, prima o poi. E allora, tanto vale, cominciamo dal non amarci. Stiamo insieme perché così non siamo soli. Stiamo insieme perché la gente che ti vede sola pensa che tu sia infelice per forza (che poi anche no, ma chi glielo spiega?).
Non amiamoci che è più facile. Non innamoriamoci che è anche meglio. 

E non lo so perché scrivo queste cose adesso, ma ci penso da ieri e a qualcuno dovevo dirlo. 

giovedì 6 giugno 2013

L'alba del giorno dopo (ma anche del giorno prima)


Questa è la seconda alba che guardo in due giorni, ergo non si dorme un cazzo qui. I motivi sono più o meno piacevoli, le dodici ore notturne che impiego pensando, un po' meno.
Escono i mostri quando pensi oppure esce la roba noiosa, quella della routine, tipo: "devi comprare questo, devi tagliare i capelli, devi studiare". Roba angosciante per una che non ha mai tempo anche se non si sa bene cosa fa nella vita.
Ultimamente scrivo. Un po' di qua e un po' di là. Mi leggo sulle bacheche facebook della gente che mi condivide, che ci mette i cuori sopra e che poi scrive che è emozionante leggermi.
Emozionante, che paroloni.
E poi c'è questo blog e voi che commentate sempre e voi sì, siete emozionanti. Perché scrivete che "sono bella da piangere" e io un po' piango davvero. Tanto dicono faccia bene.
Insomma, penso e ripenso e prendo decisioni. Poi le cambio perché le decisioni notturne, di mattina, sembrano sempre una stronzata colossale.
C'è quella foto che pensavo potesse far male e invece ho sorriso e ho pensato "cacchio che belli". Magari, ridevo per gli aperitivi a base di vodkalemon e patatine oppure perché in questi casi si ride. Però, davanti alla bellezza oggettiva che fai? Sei tu che non c'entri, loro sono belli.
Sei tu che potevi anche evitare di entrare in un vortice così. Che loro sono loro e tu, ultimamente, ti stai solo incasinando la vita.
Non che mi dispiaccia.
Mi pare almeno di viverla che prima era tutto un: università, casa, "amore come stai oggi? Com'è il tempo lì?", pranzi, cene e "amore buonanotte a domani". Che quella non è vita, piuttosto è vederla passare.
E quindi, loro sono belli e io non lo so. Mi sento Rosella quando Ashley piange la morte di Melania. E lei dice: "Ma me lo potevi dire prima che l'amavi". E ci vorrebbe una voce fuori campo che le dice: "Porca miseria Rossè, è stato sposato con lei per tutti questi anni e te lo doveva anche dire che l'amava? Pure tu, figlia mia datti una svegliata".
In fondo, Ashley secondo me era un cesso e lei aveva un marito niente male. Ma le cose si capiscono dopo, probabilmente.
Come io capirò dopo l'errore fatto. Un giorno, quando sarò vecchia e sola, penserò a Lui e farò "aaah" perché non potrò dire altro. Solo "aah". Come a dire: avrei avuto una bella casa, una bella macchina, dei bei bambine, delle belle vacanze. Sarebbe stato tutto bello. Ma tu, no. Tu vuoi la vita e allora tienitela la vita. Ne riparliamo tra trent'anni.
Invece, lui vuole ancora me che della vita dice che non se ne fa nulla. Mi porta i regali, mi manda pensieri, mi lascia sguardi che sanno d'amore. Ma il mio cuore non batte e ancora nessuno mi ha insegnato i comandi, perché se li sapessi li userei. Gli ordini al cuore non si possono dare, è un muscolo involontario ed è l'unica cosa che ricordo di biologia.
Gli ordini alla testa invece sì. E alla mia testa ho detto che via uno e via anche l'altro, che sola si può e che no, non ci penso nemmeno a tornare a testa in giù su un water.
E poi, basta. Sono le 5.21 e ancora non c'è luce ma gli uccellini stanno già cinguettando felici e io faccio colazione con un cornetto Algida o con latte e Abbracci (della Mulino Bianco).

Piccolo ripassino, per chi non avesse capito di cosa parlavo:

martedì 4 giugno 2013

Devo trovare marito entro il 2018


La cinquenne mi ha dato cinque anni di tempo per trovare marito.
Non un fidanzato, uno con cui uscire, un compagno. No! Un marito.
Perché lei tra cinque anni, avrà già la veneranda età di dieci anni e potrà fare la comunione. "E vuoi venire alla mia comunione senza un marito?".
Assolutamente! Che sia mai!
Io non lo so, che tipo di mostro abbiamo creato ma più sto con lei e più ho paura. Dicono sia uguale a me da piccola.
Stessa sicurezza, stessa testardaggine, stessa linguaccia velenosa.
Secondo me no, perché lei è avanti anni. E' avanti anche se la paragono alla me di ora.
La cinquenne ha un fidanzato ma lo divide con due amiche, dice che non vuole forzarlo a scegliere da ora, tanto lo sa già che lui è suo e lo sarà per il resto dei suoi giorni.
"Si stancherà delle altre due e tornerà da me".
E come fai a contraddirla una che "lo sa già"?  Io non lo faccio di sicuro.
Questo fidanzatino fedifrago, l'altro giorno, le ha aperto la porta e l'ha lasciata passare per prima e poi, alla fine, le ha dato un bacio sulla guancia. Paraculi già da bambini.
Lei è tornata a casa come se avesse visto la Madonna e tutti i santi: "Emme, lui mi ha baciata!".
A me è preso un colpo pensando che  questi, all'asilo, già si baciano ma poi è prevalso il senso di tenerezza.
Perché la cinquenne ha gli occhi sognanti e le guance sempre rosa. Pensa al suo futuro e non ci vede crepe, come facevo io alla sua età e ancora dopo tanti anni.
Perché in questo siamo proprio uguali: guardiamo avanti e non ci fermiamo mai all'oggi e all'ora. Non so se sia una cosa buona o giusta, so che ho preso delle batoste niente male per questo, ma è così ed è tremendamente da noi pensare a cosa faremo tre due, cinque, dieci anni.
Mi piace il fatto che sappia chiedere quello che vuole, con forza e con tenacia. Che non si faccia fermare dagli altri, che non si faccia scoraggiare dalle amichette bionde e con gli occhi azzurri che hanno nomi che sanno di miele quando lei ha un nome così mascolino ("ma finisce per A, quindi è da femmina!").
Adesso vuole trovarmi marito e i candidati, in realtà, non sono molti. Nella lista c'è il mio ex, che a lei sta tanto simpatico, un suo compagnetto di scuola, che saranno mai 18 anni di differenza d'età nel 2013, e un mio collega che piuttosto la morte.
Quando ho rifiutato tutte le proposte, mi ha detto che sono difficile e che alla fine devo "solo trovare un marito". Abbiamo stretto un patto: lei cerca mio marito e io m'impegno a sposarlo entro il 2018.
Mi pare ragionevole.
Unica clausola è che non sia come Gabriel Garko che a lei piace tanto ma a me fa pietà. M'ha detto che non capisco niente e anche questa volta l'ho presa per buona.
Alla bambina piace quel genere lì: biondi, tristi e tendenti al gay. So che un giorno cambierà idea.


mercoledì 3 aprile 2013

Sei tu, non gli altri


Lo abbraccio come non facevo da anni. Certo che, davvero, ci si perde l'abitudine a fare certe cose quando si cresce.
Ma io ho voglia di sentirlo vicino, pelle a pelle. Voglio che il mio sangue riconosca ancora il suo, che si ricordi di tutte le cose fatte insieme.
Lui è uno di quegli amici cazzoni che hai dall'adolescenza, che hai visto ubriaco mille volte e con cui hai riso delle cose più incredibili. Siamo cresciuti insieme, e anche se lontani, c'è sempre stato qualcosa di speciale a legarmi a lui e a tutto il resto del gruppo.
E' quel tipo d'amico che sai che c'è ma non hai bisogno di chiamarlo, basta incontrarsi e stringersi per tornare quelli di un tempo.
Mi tiene la mano ma ha lo sguardo storto.
"Che è successo?"
"Non so se mi va di dirtelo. Non ne vado fiero!"
"Sono io. Non devi andare fiero di quello che hai fatto quando parli con me, no? Devi dire e basta!"
E' bello così. Siamo noi. Lasciamo agli altri lo spazio per essere giusti o perfetti.
"C'era questa con cui scopavo ogni tanto"
"Sempre"
"Ok, sempre. Sei la solita precisa. Comunque, non m'interessava particolarmente. Però, mi diceva cose importanti e poi andava dal fidanzato e io m'incazzavo!"
"E quindi?"
"E quindi, ho scritto al fidanzato. Gli ho raccontato tutto e gli ho mandato le foto, le conversazioni e i dettagli di tutto."
"Merda!"
"Ecco, lo vedi! Non te lo dovevo dire!"
"Non hai capito. Merda non per quello che hai fatto. Merda perché sei fottuto, ci sei rimasto sotto e non poco"
"No"
"E allora perché?"
"Ti ricordi Trainspotting? Quando il tipo dice che non sa perché l'ha fatto? Forse, sono solo cattivo"
("allora perché l'ho fatto? Potrei dare un milione di risposte tutte false. La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò...")
"L'hai deciso tu! Mentre dici questa cosa mi stai tenendo la mano perché è troppo fredda. Hai più cuore di quanto pensi"
Mi guarda e ha gli occhi che brillano.
Mi accoccolo come una bambina perché io sento freddo e lui, invece, fa l'uomo e dice che si sta bene.
Vorrei dirgli che il tempo sistema le cose ma non ho il coraggio di farlo. Con me, per esempio, le ha peggiorata.
Come dice Ligabue in quella canzone? "Si fa presto a cantare che il tempo sistema le cose, si fa un po' meno presto a convincersi che sia così. Io non so se è proprio amore, faccio ancora confusione".
Noi non siamo ancora bravi a distinguere le due cose. Diciamo che non ci vogliamo innamorare e che all'amore non ci crediamo ma poi finiamo per fare le scenate di gelosia peggiori.
Lui che manda le foto al fidanzato di lei e io che una cosa del genere non la farei mai, e mi limito a pensarci fino ad arrovellarmi il cervello.
Io che ci penso anche adesso, anche mentre c'è un tipo simpatico che flirta con me. Questo flirta e io lo chiamo con il nome di quell'altro, che chissà dov'è in questo momento.
Strana cosa la mente umana.
"E adesso?", gli dico.
"Niente. E' finita così. Nessuno di noi avrà l'happy ending. Il fidanzato l'ha lasciata, lei è incazzata come una biscia e io, in ogni caso, non la vorrei più".
"Che senso ha avuto, allora?"
"Non lo so".

Non lo so. 3 parole e tutto un cuore ferito che ci gira intorno. Perché l'orgoglio ti fa dire che se lei ha detto cose importanti, allora, sei legittimato a sputtanarla. A farle male.
E' la legge del taglione dell'amore.
Se di amore si trattava e non di orgoglio ferito.
Per ora c'è da pensare a curare la ferita, poi un giorno si tireranno le somme.
Mi guarda con tenerezza, la stessa degli anni passati e di sempre, e mi dice "e tu, come stai?".
E io, come sto?
Sto come una che non ha capito niente, come una che si sente sempre un po' di troppo e che questa volta di troppo lo è veramente.
Non gli racconto di lui perché non saprei cosa dire, ma poi mi dice una frase e io mi sento mancare il fiato.
"Per una volta, Emme, dovresti pensare che sei tu il troppo per gli altri e non il contrario. Sei tu che sei allegria, fierezza, bellezza. Sei tu. Non gli altri".





martedì 5 marzo 2013

Nessuno (come te)

"Fiorisca il cardo di viole, poi fra le viole sceglie te. Perciò stanotte dormi qui che non esiste oscenità freghiamo la pornografia. E dammi figli e oscenità e sesso orale e dignità" (Baustelle - Nessuno)


Ascoltavo questa in loop e le lacrime non facevano che scendere. Non c'era modo per fermarle.
"Che modo stupido per piangere", pensavo. Chissà perché, poi. 
Il perché l'ho trovato in questi giorni, dopo settimane da quel pianto. 
Forse, piangi quando sai che nessuno al mondo ti dirà mai le stesse cose ("E dammi figli e verità e tenerezza e dignità. Non ho amato mai nessuna come te!"). 
Tenerezza, oscenità, dignità: amore. 
Sono nella fase della mia vita in cui non so quello che voglio davvero.
Seguo l'istinto, il cuore, la passione. 
Poi piango e mi trovo fragile come mai successo prima. 
Mi trovo in situazioni quasi assurde ma continuo imperterrita. So che mi faranno male ma non mi fermo.
C'è una vocina nella mia testa che mi dice di scappare e correre il più lontano possibile e poi c'è il cuore che batte, c'è la pancia che fa i salti, le gambe e le mani che non hanno mai voluto nient'altro che quello. 
Dare ascolto alla testa, quando il resto degli organi vanno in direzione opposta, è quasi impossibile.
Allora, resto. 
E mi regalo attimi di vita. Da ricordare, da cancellare, chi può dirlo adesso? 

Un giorno la mia testa mi urlerà che me l'aveva detto, che sono la solita stupida.
Risponderò che ne è valsa la pena. Avrò gli organi ammaccati e doloranti e chissà quando si riprenderanno. Ma ne è valsa la pena.
Ne è valsa la pena per gli odori, per i sapori, per il calore, per il mio cuore, per il tuo cuore, per il giorno dopo e per quello prima, per i tuoi occhi, per le mie mani, per il sangue che sentivo pulsare.
Perché sì. 





lunedì 25 febbraio 2013

Pensavo fosse amore, e invece..


"Quei due non parlano."
Che ne sai, tu? 
"Sono seduti lì da un'ora. Hanno ordinato un antipasto e due pizze, poi basta."
Lei ha i capelli lisci, così fini che sembrano spaghetti d'angelo. Tamburella con le dita sul tavolo. Avrà vent'anni o qualcosa in più.
"Vent'anni, capisci?"
Non tutti hanno voglia di parlare. Magari, stanno bene così. In silenzio.
Lui ha la faccia annoiata. E' incollato all'iPhone. Sta smanettando con un giochino. Lei si sposta i capelli da un lato, cosa che ovviamente passerà inosservata.
"Come fai a stare bene con una persona che non ti nota nemmeno? E' come se lei facesse parte dell'arredamento, tanto è invisibile. L'iPhone sembra essere più importante."
Dicono che si ama davvero solo quando riesci a stare in silenzio con l'altra persona, senza provare imbarazzo.
"E tu, ci credi davvero? Mi è sempre sembrata una stronzata colossale. Io ho amato con le parole: capiamoci, non con le banalità. Non è un "ti amo" a fare la differenza. Ma ricordo che era bello a fine giornata raccontarsi, così in ordine sparso senza seguire una regola."
Non tutti hanno bisogno di parlare. Anzi, quasi nessuno ha voglia di parole a fine giornata. 
"Ok, non tutti hanno bisogno di parole. Quello è un problema mio. Però, quando hai una persona con cui dividere preoccupazioni, moltiplicare emozioni, sperimentare parole nuove, è meglio, no? Per esempio: avessi qualcuno qui, adesso, potrei dirgli che ho voglia di un abbraccio, lui risponderebbe, ridendo, che non sa se ha voglia di darmelo e poi brinderemmo insieme. I bicchieri con il vino rosso si toccherebbero, io direi che non mi piace il vino rosso e lui mi racconterebbe una storia simpatica sul vino. Gli direi che ho bisogno di staccare la spina, lui direbbe "anche io", e allora cominceremmo a sognare vacanze al mare o in montagna o dove ti pare purché si stia insieme. Capisci?"
Io sì. Ma il punto è un altro: non tutti sono te. E se imparassi un po' ad apprezzare il silenzio, forse, ti andrebbe anche meglio nella vita. 
"A me il silenzio piace, chi ti ha detto il contrario? Ma è fatto per altri momenti: per la notte, per scrivere, per leggere, per fare l'amore, per guardare un tramonto su un mare. Non adesso, guardali!".
Lei mangia la pizza, lui beve un po' d'acqua. Non c'è un gesto di complicità, una mano che sfiora l'altra, un "assaggia un po' amore, senti quant'è buono". Niente. Lei mangia e picchietta sul tavolo con le dita esili, è l'unico rumore ammesso in quel tavolo.
"Io non m'innamoro più, è chiaro. Non ci casco. Ma dovessi cascarci, vorrei uno che mi racconta la sua giornata. Uno che mi stupisce con le parole. Se volessi stare in silenzio starei da sola, non ci sarebbe bisogno di avere nessuno accanto".
Invece, ti innamorerai prima o poi e magari sarà un tipo taciturno, magari sarà proprio quello che non ti aspetti o che non vuoi. Ma tranquilla, conoscendoti, sarai tu a riempire i silenzi. 
Finisco di mangiare la pizza. Guardo i miei amici che ridono per una battuta che non ho sentito. Un ultimo sguardo al tavolo vicino: lei ha lo sguardo fisso dall'altro lato della sala, lui è tornato sul cellulare.
E' davvero questo l'amore?
Mi sa che resto sola, davvero.