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lunedì 4 maggio 2015

Ci pensi mai a nostro figlio?


Ci pensi mai a nostro figlio?
No, non fare quella faccia. Non sono impazzita, non del tutto. 
Ci pensi mai?
Alla faccia che avrebbe, alle sue mani, alla bocca, al colore dei capelli. 

Io lo immagino maschio e con il tuo naso. Però con il mio broncio. 
Se viene arrabbiato come me poi ci parli tu, poi ti direi tuo figlio ha fatto questo, tuo figlio ha fatto quello, e solo perché saprei che è troppo uguale a me.
Non voglio avere figli, non adesso, non tra un anno ma neanche fra cinque. Sono brava con i bambini degli altri, soprattutto con le femmine, ma non so se sarò mai pronta alle rinunce, all'abnegazione per un esserino minuscolo che ti crede infallibile.
Eppure quando la mattina mi sveglio e tu sei lì, accanto, che ancora dormi, penso sempre a nostro figlio.
A dove crescerà, ad esempio. 
Perché Roma proprio mai che potrei morire d'ansia nei suoi primi 13 anni di vita.
E io, invece, m'immagino con l'Inglesina al parco a prendere il sole e poi in una strada di campagna a insegnargli ad andare in bici.
Chissà quanti libri gli leggerei la sera e quante canzoni canticchierei per farlo addormentare. 
Vorrei che fosse ironico come te e risoluto ma anche un pizzico creativo ed emotivo. 
Vorrei, soprattutto, avere il coraggio di accompagnarlo sempre nel suo percorso senza forzarlo mai, senza imporgli mai i miei punti di vista, senza tracciargli una strada.
Ecco, quello che vorrei davvero per nostro figlio è la libertà. 
La libertà di essere sempre chi vuole, di essere felice, di poter provare tutte le emozioni che sente senza vergognarsi mai. 
La libertà di poter vivere un amore sbagliato, come il nostro, e di non avere tutti i dubbi che abbiamo noi, di non doverlo nascondere mai.
In fondo, che senso ha guardarti dormire, non chiudere occhio neanche per mezz'ora, guardare il sole spuntare, accompagnarti al treno e vederti partire?
Che senso ha continuare pur sapendo che, il nostro, è un rapporto a tempo.
Lo senti il ticchettio dell'orologio? 
Il brutto di leggere molto, scrivere ancora di più, guardare tanti film è che finisci per sceneggiare anche la tua vita.
Ho già scritto la scena in cui, un giorno, vieni da me e mi dici che ti sposi o che fai un figlio o che parti per qualche paese lontano di cui non ricorderei mai il nome per intero. Tipo il Turkmenistan, che ho dovuto googlare per essere certa della sua esistenza e che, comunque, non saprei collocare sul mappamondo. 
Magari tu in Turkmenistan e io di nuovo in Sicilia così un figlio non lo facciamo di sicuro e tu puoi tornare a respirare.
Eppure sarebbe bello con il tuo naso e i tuoi capelli e, forse, anche le tue spalle. Eppure mi pare un peccato sprecare tutto questo amore, gli abbracci, i baci, le carezze, le risate, gli attacchi di panico, i pianti, i messaggi, le spunte blu di whatsapp, l'abbonamento premium a spotify, la pasta al pesto di pistacchio, il mio spazzolino nel tuo bagno, il Syrah, le serie tv in inglese, i film lasciati a metà. 
Vorrei andare a Dublino quest'estate, tu a Berlino.
Magari ci incontriamo a metà strada ma, nel frattempo, dimmi: ci pensi mai a nostro figlio? 


lunedì 2 febbraio 2015

Quando piove


Ieri sera pioveva e avevo lasciato l'ombrello a casa. Avevo queste scarpe nuove che ho comprato solo perché Rita continuava a dire che sono bellissime ma hanno i tacchi che fanno un rumore insopportabile.
Stavo correndo dai ragazzi che mi aspettavano per cenare, ma poi ho fatto tardissimo e io mangiavo il club sandwich e loro il tiramisù.
Insomma, pioveva.
C'era questa bambina con un ombrello rosso che stava parlando con un'amichetta e ha detto a me mi viene sempre da cantare quando piove, il problema è che non so mai che canzone cantare.
Proprio così: a me mi viene sempre da cantare quando piove.
E mi ha fatto pensare che, invece, a me quando piove mi viene da stare davanti una finestra a guardare che piove e a fare i cuori sui vetri.
Mi viene da bere cioccolata calda sopra il letto. Magari pure con le parigine sopra le ginocchia che fa un sacco pinterest.
E quando piove e non ci sei, non è che abbia molto senso stare davanti una finestra a disegnare cuori o sopra un letto a bere cioccolata.

T'ho scritto: sono a San Pietro, c'è ancora l'albero di Natale e piove.
Tu guardavi la partita e chi ti disturba mentre sei lì che t'infervori perché pareggiano.

Mi scrivi: quando torni a casa?
Non mi chiedi nemmeno con chi sono, come si chiamano, come li conosco, perché mi vengono a prendere da casa e mi ci riportano e aspettano che io apra la seconda porta prima di rimettere in moto.
Non ho capito se è riservatezza o un modo per evitare che anche io faccia domande.
Perché, io, invece, lo vorrei sapere se c'è qualcuno che accompagni a casa e che aspetti mentre cerca le chiavi dentro la borsa.

Tanto a voi lo insegnano a scuola di calcio a dribblare anche le domande scomode a cui non volete dare risposta.
Però, mica lo so se hai mai fatto scuola di calcio. É una di quelle cose che dovrei chiederti.
Di che cosa abbiamo parlato per tutto questo tempo che ormai supera di gran lunga i 365 giorni?

Questo fine settimana che è il nostro fine settimana, mentre mi cucini qualcosa di decente, magari te lo chiedo.
E speriamo che piova, così magari a me viene da cantare* e poi guardiamo le partite insieme sorseggiando cioccolata.


*e magari canto questa qui che tanto la canto ogni volta che ti dormo vicina.

P.s. Mi faccio venire la glicemia alta da sola. Ma, insomma, mi passa. 

giovedì 18 dicembre 2014

Aspetto

L'acqua che bolle. 
Aspetto che si riscaldi, la verso nella tazza, quella blu che ho comprato all'ikea appena arrivata a Roma, ci metto dentro una bustina di tè alla vaniglia. 
Aspetto. 
Mangio un biscotto.
Aspetto.
Mi siedo sul letto con le gambe incrociate.
Aspetto.
Sento che il mondo fuori può andare dalla parte che vuole, non m'interessa.
E possono dire quello che vogliono, pensare il peggio di me, pensare il meglio o non pensare affatto. 
Guardo l'acqua colorarsi di tè. La stanza odora di vaniglia e di mela verde. 
Aspetto.
Sì, non ho paura di niente. Non oggi, non ora. 
Sono qui, mi vedete? E sorrido di voi e di me, sorrido dei miei dolori e della vostra pochezza.
Mi sento innamorata e idiota.
E lui probabilmente si sente solo idiota. 
Non m'importa. 
Mi sento di non valere niente.
Mi sento di essere capace di tutto.
Mi sento.

"Perché hai compreso che non c'è posto 
per lamentarsi delle avversità 
e solo l'aria ci salverà, 
una casa in campagna, una tazza di tè, 
un letto grande e tutte le mele che vuoi."
Lo stato sociale
Io, te e Carlo Marx 

lunedì 22 settembre 2014

Cose


Non ho niente da dire, ho finito le parole. 
Mi sembra di conoscerne giusto quattro in fila e di non poterne uscire da questa cosa.
Cosa, vedete. Non riesco a definire più nulla. 
C'è stato il tempo delle domande, delle richieste, delle giustificazioni.
Adesso c'è il tempo delle parole che mancano, dei cieli che cadono, delle case senza foto, di gelati mangiati piangendo e ridendo, di telefoni che non parlano ancora ma contengono le verità. 
É un anno nuovo e io stessa, probabilmente, sto prendendo coscienza di quanto sarà terribile, fantastico e straziante insieme.
Non so quale sarà la parte che predominerà: mettendole su un bilancino le novità brutte superano di gran lunga le belle novità.
Non vuol dire un cazzo, mi ripeto.
Mi brucia lo stomaco mentre penso a tutto quello che penso. 
Sapevo che partire, lasciarmi tutto alle spalle, avrebbe reso certi contorni meno sfocati.
Mi ci sono voluti venti giorni a Roma per fare pace con le mie budella, per convincermi che se qualcosa di sbagliato c'è (e ci sarà) non è solo con me che devo prendermela.
Adesso ho un collage di immagini che ripasso ogni tanto nella mia testa.
Adesso parlo cuore a cuore con una donna che mi ha raccontato le sue fragilità e mi ha fatto vedere il suo mondo, che se me l'avessero detto sette/otto mesi fa io mica ci avrei creduto e vi avrei detto siete pazzi, io che parlo con quella dei cazzi miei?
Invece, le cose succedono così come succede che ti arriva un'email e non hai voglia di chiamare nessuno, ma l'anno scorso alla stessa notizia avresti fatto i fuochi d'artificio, e allora fai lo screen shot al telefono e solo per dire che, guarda un po', mi sta capitando anche questo.
E con certe gente non ci parli proprio più o ci parli poco e con formalità, come farebbero due appena separati che mantengono rapporti civili solo perché aspettano la sentenza da un giudice.
Non voglio essere assolta, non me ne frega un cazzo di quello che dicono.
Esco il sabato sera struccata, il giovedì pomeriggio invece metto rimmel e rossetto rosso per poi prendermi la cazziata da chi ogni giorno mi augura il buongiorno.
Come se adesso, oggi, in questo momento, mi interessi davvero di lui e dei giochi di ruolo dove un giorno sono io a volerti e il giorno dopo sei tu.
E sono stanca, ma davvero, di capire dalle cose non dette, dei cuori, delle telefonate con la voce rotta dal pianto e dalle preoccupazioni.
Voglio una tregua.
Solo quella.



lunedì 28 luglio 2014

L'unico sogno che ho



Che cosa lo scrivo a fare che mi sento persa e senza un posto nel mondo? 
C'è bisogno davvero di scriverle queste cose?

Sentirsi a casa ovunque e da nessuna parte.
Sentirsi parte di qualcosa ma di niente in particolare.

Quest'anno non ho soffiato neanche una candelina, neanche un accendino acceso.
Che io, poi, in fondo, neanche ci tengo. 
E comunque, questo conto pari un po' non lo sopporto.

L'avere aspettative è una merda e io ogni volta dico che la smetto di aspettarmi qualcosa, un invito, una sorpresa, un sorriso, e dico che non pretendo niente e, in effetti, io non pretendo niente però ho quelle aspettative che poi finiscono sempre nel cesso. 
La mia vita è fatta di pensieri piccoli per la gente che ho intorno. 
Un messaggio, un cuore, un mazzo di fiori, una sorpresa, una lettera, un abbonamento premium a spotify, un treno preso al volo, un aereo prenotato qualche giorno prima, il piccolo principe illustrato e con dedica in prima pagina.
Solo che, a quanto pare, solo la mia vita è fatta di pensieri piccoli perché gli altri, la vita degli altri, è fatta di cose che io neanche so.
E io, dagli altri, la devo smettere di aspettarmi qualcosa.
Che ne so un cuore, un invito a cena, un esci fuori che sono qua davanti casa tua.

La vita in questo periodo in cui non ho un posto del mondo e faccio la vagabonda per l'Italia, zaino in spalla e reflex da qualche parte anche perché non è mia, mi sta insegnando che non devo fare domande ma pensare che nessuno ha voglia di stupire nessuno, che ciò che è importante per me non è detto che lo sia davvero.
Ho imparato che tutto si risolve dicendo: sono fatto così o non posso farci niente.
E non le uso le virgolette, o come si chiamano, che ci ho fatto una discussione che è durata una serata su quali sono le virgolette da utilizzare quando si deve citare qualcosa.

Mi sono rotta il cazzo.
Di me stessa, soprattutto.
Del senso d'inadeguatezza, delle aspettative, delle illusioni, dei sogni e delle speranze.

Ecco, io, in questo periodo, l'unico sogno che è ho è di rinascere con gli occhi verdi.
E vaffanculo al resto.

martedì 20 maggio 2014

Àncora (ancòra)


L'odore delle melanzane fritte, dei suoi capelli ricci al cocco, del borotalco sulle canine scodinzolanti.
L'odore del negroni sbagliato, del profumo sul collo, della carne sulla brace, del vino rosso.
L'odore degli abbracci, dell'erba, della pioggia sulle strade.
L'odore del bucato fatto dalla mamma, del gel di mio fratello, del beauty pieno di trucchi di F., dei fiori davanti l'ingresso.
E poi l'odore delle strade di Roma, della pizza rossa, della vita tutta mia.
L'odore delle trecce castane di Gì, dei saponi della bionda, del bucato fatto da me.

C'è vita negli odori, c'è vita in tutti i posti che per ora chiamo casa (e sono più di uno).
C'è vita nei posti che non sono casa ma è come se lo fossero perché, poi, alla fine, è vero che basta che ci sia qualcuno che hai dentro il cuore perché tutto diventi improvvisamente e infinitamente giusto.
E la verità che io, quando mi abbracci, mi sento a casa e mi sento felice e sento che questi due anni sono serviti per farmi tornare. Più forte di prima.
Mantienimi quando tremo e non farmi vibrare troppo, mantienimi quando mi sgretolo e trova un motivo per restare, sempre.
Trovami un motivo per non farmi scappare.
Ti chiedo sempre troppo e corro, non mi fermo, sogno.
Sii la mia àncora, se ti va.
Diventa il mio posto dove tornare, diventa il mio luogo.
Ho bisogno di crederci e di scommettere su qualcosa che non riguardi solo me.
Credici anche tu, almeno un po'.


giovedì 3 aprile 2014

La mia rivoluzione


Io lo so perché ho paura.
Lo so perché è sempre stata qui, la paura, al centro dello stomaco.
Era lì quando dovevo scrivere la data sul quaderno, in alto, e dovevo imitare le due g di Oggi come le faceva la maestra.
E io, non lo so, ma a me sembravano due disegni strani quelle due g, così attaccate, così armoniose. Inseparabili.
E la paura era lì quando mi hanno messo le punte ai piedi per la prima volta e dovevo ballare l'assolo de La Bella addormentata e io pensavo: non sono capace, cado, mi faccio male, non sono brava, non sono brava.
E la paura era lì quando qualcuno guardava me e io pensavo: di sicuro gli piace la mia amica.
Era lì quando non ero abbastanza magra, brava, bella, intelligente, simpatica.
Era lì ed è ancora qui.
Che essere la prima non era il sogno di nessuno, ma forse sì.
"Che la principessa è brava, la principessa è furba, la principessa non piange mai che è forte lei".
Mi piaceva che gli altri, che lui, vedesse soprattutto questo di me.
La forza, il coraggio, l'essere sempre autonoma, il non fermarsi davanti a niente e nessuno.
Lui aveva questa faccia orgogliosa quando gli dicevano che la "principessa" ha preso un bel voto, è così brillante lei, è stata così brava al saggio.
E lui diceva che, per forza, "è come me".
Però, la paura di sbagliare è sempre lì e più cresco e più inciampo.
A cadere quasi ci prendo gusto e lui molte volte ha smesso di guardarmi orgoglioso, tante mi ha detto che era deluso.
"Proprio tu..".
Proprio io decidevo di mollare tutto, anche la vita perfetta che mi ero costruita.
Proprio io mi prendevo quell'autonomia tanto sputtanata.
Proprio io che oggi mi sento una rivoluzionaria (o una rivoluzionata).

E c'è qualcuno che dice che non ha senso questa paura: t'hanno messo in testa che non sei capace.
No.
Molto di più.
Sono io che mi sono messa in testa di non essere abbastanza per la gente che ho intorno (anche quando brava lo sono stata davvero).
Ma questa è la mia rivoluzione.
Questo posto lo è, Roma più di tutti, anche scattare foto diventa una rivoluzione.

E, ora, chiedimi se sono felice perché ora ti direi che sì, sono felice.
E domani, lo so, mi passa.
Tornerò a non essere abbastanza. Ma oggi sono la rivoluzione.
La mia, prima di tutto.


"Perché so che quando il mondo sarà pronto a grandi cambiamenti, tu ne sarai parte.
Oggi sei già la mia rivoluzione."

lunedì 24 marzo 2014

Vieni a vivere come me


"Vieni a vivere come me.
Vieni a vivere come me.
Com'è che non ti muovi? 
Com'è possibile?"

Ieri ho fatto le pulizie che era quasi l'una (di notte).
Ho cenato con la carrot cake.
Ho bevuto latte di soia. 
Ho guardato un programma ma su rivideo. Ho pianto.
Ho visto l'ultima di Grey's anatomy, sottotitolata in italiano.
Mi sono addormentata, in mutande, alle 2.

Allora, ho pensato che sarei una pessima compagna io.
Perché non cucinerei se non ho voglia e ci sarebbe sempre il cesto dei panni sporchi pieno.
Sarei una pessima madre perché non ci sarebbero verdure e per cena permetterei anche il dolce pieno di Nutella.
E la mattina non parlo.
Non ho voglia di scegliere tra la vita che sogno e quella che dovrebbe essere quella di una donnina perfetta da sposare.
Che poi, volete davvero la perfezione? Una moglie che ha il pollo in forno e la casa che splende, il colore appena fatto, il rossetto rosso?
A me la perfezione spaventa. Sono certa che prima o poi si rompe e nelle crepe ci entra lo sporco e una perfetta le crepe e lo sporco non lo reggerebbe mai.
Io, sono così: imperfetta. Piena di crepe.
E di ansie, di paure. Ho bisogno di qualcuno che mi dia certezze ma che mi lasci spazio.
Voglio addormentarmi tardi, fare il bucato di notte, sedermi per strada, ridere se mi va.
Vorrei innamorarmi di qualcuno che mette il materasso per terra e mi dice che "al mal di schiena ci pensiamo nell'aldilà", che mangeremo scatolette, che i piatti se non mi va di farli subito magari li facciamo domani insieme.
Sarei una pessima compagna ma mi piacerebbe ascoltare tante storie e non sbufferei mai, non mi stancherei di sentire le tue stanchezze, di guardarti sognare, d'incoraggiarti a osare.
E anche i miei figli, se mai ce ne saranno, saranno liberi di andare, di sbagliare, di cadere.
Mangeranno schifezze e ci sarà qualche nonna che storcerà il naso, studieranno storia se vorranno o filosofia. Scriveranno su pezzi di carta trovati per casa, come me.
Balleranno per casa, se va a loro.
Sto sognando una vita semplice, una di quelle che puoi finire quando vuoi.
Che se un giorno ti stanchi di me, puoi tornare sui tuoi passi salutandomi con tenerezza, aprendo la porta di casa e dicendo ciao ma non come fosse un addio ma solo un "sono felice di aver passato un po' di vita con te, ma adesso basta".
Non so se una vita così mi piacerà per sempre o se un giorno sognerò "la villa, due figli, un cane, la settimana bianca e il mese a mare". Non lo so.
Per ora, ho sogni piccoli come me.
Come un bicchiere di vino rosso da bere davanti un camino, un libro, due chiacchiere, un abbraccio, un po' di magia.
Un amore che non è un obbligo ma una scelta, un domani costruito ogni giorno perché si vuole in due. 


lunedì 3 marzo 2014

Nudità


Mi spoglio per un attimo dei pensieri.
Mi spoglio completamente.
Ho i piedi che sembrano due ghiaccioli e le mani fredde, ma per me non funziona mai quella cosa di "mani fredde, cuore caldo".
M'immagino un "tu" immaginario.
Uno che si chieda perché mi ostino a non usare un pigiama visto che ho la pelle d'oca un poco ovunque.
E, questo "tu", aspetta che lo raggiunga sotto le coperte anche se vorrò riscaldarmi i piedi tra le sue gambe, anche se metterò le mie mani sulla sua schiena. Un "tu" che prenderà un po' del mio freddo per farlo diventare suo.
Dormo nuda. Riesco ad addormentarmi che fuori è già giorno. Manca poco e suonerà la sveglia.
Ma "tu", quello che sto immaginando che m'accarezza i capelli, neanche ci sei. Forse, neanche esisti.
Cullami un attimo e ferma sto cuore che batte più forte che mai.
Però, se esisti, fammi un cenno così capisco che non sto aspettando invano e io continuo ad aspettarti. Buona, in silenzio, come diceva sempre la maestra: se state buoni, in silenzio, il più buono ha una sorpresa.
Facciamo che la sorpresa, se sto buona e in silenzio, sei "tu".
E dimmi che un giorno arriverai e mi sveglierai con un bacio sulla fronte e poi magari io ti dirò di restare un po' abbracciati, che non ho voglia di andare da nessuna parte e invece tu devi proprio scappare a lavoro.
Ti chiederò, sorridendo, di fare l'amore e tu mi dirai non mi tentare.
Ancora un po', ancora un altro poco.
Allora, sarò in ritardo anche io e dovrò dire che la metro era bloccata, oppure qualcosa m'inventerò.
E poi, la sera tornerò da te e a quel punto chiamerò casa un posto soltanto e casa, probabilmente, sarai tu.
E litigheremo tanto e mi dirai che sono difficile e io sbufferò.
E avrai i capelli, bè, non so.. come li avrai i capelli?
Questo letto è troppo grande senza di te, uomo immaginario che vive nella mia mente e che mi tiene per mano quando faccio i brutti sogni.
Roma, invece, è troppo piccola perché ti vedo ovunque e invece non ci sei da nessuna parte.
Allora, penso a come potrebbe essere il nostro incontro.
Come oggi ai Fori Imperiali che c'erano le bambine vestite da principessa e i bambini vestiti da poliziotti.
Allora, ti cercavo tra la folla e avrei voluto trovarti a guardare il cielo, che era azzurro e senza nuvole, per chiederti se anche tu pensi che sia bellissimo.
Con il culo che ho, invece, se t'incontro sei con la tua fidanzata storica e le stai tenendo la borsa mentre lei guarda il cielo. O, ancora peggio, stai spingendo un passeggino.
Con il culo che ho, invece, "tu" forse già esisti e io so chi sei ma so che non mi vuoi anche se mi scrivi cose bellissime che ho imparato a memoria mentre, in questo letto enorme, tento di addormentarmi.
Con il culo che ho, le cose bellissime che hai scritto a me, le hai scritte anche a qualcun'altra (e che magari è anche la tua fidanzata).
Allora, una mia amica mi ha detto che non devo imparare a memoria le cose che mi scrivi ma devo cercare di ricordare che non sei mio.
Solo che "non sei mio, non sei mio, non sei mio" non suona bene come ninna nanna.
E lei dice che un giorno arriverà qualcuno che quelle cose le scriverà a me e mi vorrà come io voglio te.
Non le credo.
Mi sono talmente abituata a smezzare la felicità che "tu", se esisti, di sicuro sei già di un'altra.

sabato 22 febbraio 2014

Nausea

Quando da piccola pensavo di avere troppe cose dentro, allora, mi mettevo con la testa dentro un cesso e vomitavo. 
Era l'unico modo per fare uscire tutto: le gioie, la rabbia, le delusioni, l'amore. 
Ho sempre pensato che era il troppo amore, a cui non volevo piegarmi, che non volevo dentro. 
Alzavo la tavoletta e giù a vomitare.

Quando da piccola vomitavo, poi piangevo. 
Era tutto così strano, così liberatorio, così una merda che ancora adesso mi sembra di sentirla addosso. 
C'erano periodi che contavo le calorie prima di mangiare, che bevevo un solo bicchiere d'acqua, che masticavo una gomma per tutto il giorno e più lo facevo e più mi disgustavo. 
Ci sono stati giorni in cui ho mangiato tutto quello che avevo a tiro, senza sentirne il sapore, senza capire se fosse dolce o salato, masticando velocemente come se io quel cibo più che gustarlo lo volessi annientare. Poi, piangevo. Poi, vomitavo il mondo. 
È durata degli anni così. Tra alti e bassi. 

Nel duemilacinque, mi pare, uscivo con quello con gli occhi azzurri. Mi piaceva. Mi piaceva in un modo un po' particolare. Perché alle mie compagne di classe, alle altre della scuola, lui piaceva perché era un "figo". A me piaceva perché ridevamo sempre, perché aveva degli occhi azzurri che dentro ci annegavi, perché mi diceva "sei una nana" e io rispondevo "sei un cretino" e lui mi diceva "e tu sei bellissima". 
Non è mai stato il mio fidanzato. Lo era delle altre ma mai il mio. Io c'ero e restavo li, silenziosa, ad aspettare che capisse che le altre lo vedevano solo bello e io, invece, lo vedevo tutto. 
Ci trovavamo la notte, sempre nei posti più strani. Lui mi baciava, io lo scansavo e alla fine cedevo. 
Tornavo a casa e vomitavo. 
Vomitavo i suoi baci, vomitavo i miei no che diventavano sì, vomitavo l'amore che avrei voluto dare a lui ma che lui non si prendeva. Pensavo che era così che andava l'amore. Penso che sia così che va l'amore.
Sul diario, nella pagina dell'otto febbraio duemilacinque, c'è una frase: quod me nutrit me destruit.
Ci credevo davvero. 
Quell'anno rifiutavo il cibo, i pantaloni taglia 38 mi cadevano, ero gialla e sempre incazzata. 
Ma io quell'otto febbraio me lo ricordo perché è venuta Lei e mi ha detto che il gioco non le piaceva, che se cadevamo, allora sarebbe stato insieme. 
Ci siamo smezzate un quadratino di cioccolato, 125 kcal, un the alla pesca, 62 kcal. 
E ci siamo tenute per mano che nessuno doveva andare in bagno e vomitare odio. 
Lei diceva che quello con gli occhi azzurri era un cretino. Che ne sa quanto sei speciale, che ne sa di quello che si perde. 
Qualcuno a rileggere direbbe che sono disturbi alimentari. Io boh, non ci giurerei.
Mi sono sempre fermata un passo prima, perché avevo una famiglia incazzata quanto me, una madre che controllava quante volte entravo al cesso, un'amica che mi teneva per mano. 
Sono svenuta varie volte e tutte quante mi sono ritrovata per terra con dello zucchero sotto la lingua. 
È tutto a posto, dicevo: ne sto uscendo, adesso rido, adesso mangio, non vomito più, sto ingrassando.
E la gente smetteva di fissarmi. 
Avevano paura delle parole, di dirmi sì sei più grassa, sì sei più magra, sai che stai bene?, secondo me dovresti fare un po' di attività. 
Non mi guardavano, non mi parlavano, non sorridevano ai miei deliri ma neanche s'incazzavano. Era più facile fingere di non vedere piuttosto che guardare bene in faccia la realtà. 
Schivavano le domande, i miei sguardi, i miei dubbi. 
Che sia mai che la bambola pensi che è ingrassata e torna con la faccia dentro al cesso e noi neanche ce ne accorgiamo. 
Invece, avrei voluto risposte, avrei voluto gente che mi trattasse male, che mi dicesse che ero una cretina perché io mi sentivo una stupida.
Dicevo: hei io sono una guerriera, non mi fanno paura le parole, mi fanno paura i sentimenti. 
Per anni è andata così anche quando ho avuto tutto. Cumulavo cibo e rabbia e amore e passioni e sogni da tenere in silenzio e paure. 
Le ho tenute sempre per me e con me. 
Ci sono cose come queste che non si possono e vogliono condividere con nessuno.
E anche adesso tremo un po' al pensiero che le leggerete.

Oggi, ho mangiato cioccolato, mozzarella, nutella, una piadina, cioccolato. 
Senza un ordine, una logica, una voglia.
Riempio un vuoto che un secondo dopo voglio svuotare.
Voglio vomitare come quando avevo 15 anni o 17 e, invece, adesso ne ho 23 e dovrei essere "grande".

Ok, è così che vanno le cose. 
L'amore è per le altre, quelle che non fanno troppe domande.
A me resta il senso di nausea come quando sei con lui che sta dormendo e sai che appena si sveglia, dovete scendere e tornare alla vita reale.
Quella dove tu non esisti.

Quella dove tu non esisti.
Vomito.



lunedì 27 gennaio 2014

Szia ti dico che è cossì


Qualche mese fa, seduta per terra su un tappetone colorato, cercavo di insegnare a mia nipote, di due anni, come si fanno i puzzle.
Noi “grandi”, quando ci sono i bambini, tendiamo sempre a voler insegnare qualcosa, qualsiasi cosa.
Sarà che abbiamo come la sensazione di tenerli per mano durante le loro prima volte, che siano le prime chiacchierate a telefono, il ciao con la manina, bere una cocacola con la cannuccia, mangiare la nutella direttamente dal barattolo, dire bye bye quando esci da una stanza o “good Morning” quando ti svegli.
Tenerli per mano quando iniziano a camminare e poi a correre. Vederli crescere e pensare che un pezzetto, piccolo, minuscolo, insignificante ce l’hai messo anche tu.
Le cose elencate sopra, per esempio, io le ho insegnato a lei.
E ho cercato di insegnarle a non piangere quando la mamma non c’è, tanto c’è la zia, addormentarsi dopo una favola inventata sul momento mentre io trattengo a mala pena le risate per quanto è scema e lei, invece, è tutta interessata, mettersi a letto e cantare “solo per te” dei Negramaro, dire “one day baby, we’ll be old” o ballare sulle note di Blurred lines con tutte le mossette.
Anche quella sera, cercavo di insegnarle il poco che so.
Prendevo i pezzetti del puzzle e li incastravo. 
Dicevo, si fa così amore. 
Lei mi guardava perplessa. 
Lei che ha imparato a dire il mio nome prima di papà. Ha imparato un sacco di altre cose prima di dire papà, se proprio devo dirla tutta.
E il mio nome lo diceva in un modo un po’ strano e poi ci usava i vezzeggiativi. Avevo sempre un nome che finiva in “uzza”, “ina” e “uccia”.
Come il suo nome che pronunciava con la S dolce che sembrava una nordica in vacanza al sud.
Come i modenesi quando dicono “pizza” ed esce “pissa” ed è dolce. Uguale.
Quella sera, che ha la S dolce, mi guardava strana.
Prendeva i pezzi del puzzle e mi diceva “no szia, si fa cossì”.
Il maiale finiva con il corpo di una mucca, la gallina si attaccava al laghetto, la fattoria non aveva il tetto però aveva un gran cielo azzurro con il sole e le nuvole mischiate.
“No, tesoro. Vedi che non è uguale alla foto?”
“Szia ti dico che è cossì”.
Irremovibile lei.
Talmente tanto convinta che a un certo punto ho smesso di insistere. Sembrava più bello fare i puzzle senza un senso, con la mucca che ha la testa di un maiale e la casa senza un tetto.
E quella sera non le ho insegnato praticamente nulla ma lei mi ha insegnato che le cose non sono sempre così ovvie, così scontate. 
Che due pezzi, magari, sembrano perfetti per stare insieme ma non è il momento per farli combaciare e probabilmente, per ora, è meglio una casa senza un tetto ma pieno di azzurro di cielo.
E questa cosa, sicuramente, avrà senso solo per me perché me l’ha insegnato lei e voi che non la conoscete non potete capire.
Però, mi sembrava bella da scrivere per non dimenticarla.
Soprattutto nei pomeriggi che fuori piove e mi pare che manchi un pezzo.
“Szia ti dico che è cossì”, mi ripeto.
E le cose vanno meglio.

domenica 19 gennaio 2014

Tu hai l'anima che io vorrei avere


C'è questa cosa che, ormai, qualsiasi cosa succeda, pensiamo: beh, poteva andare peggio. Intanto ci siamo e stiamo bene, ci possiamo parlare anche se solo a telefono o via sms o per email o su whatsapp però stiamo bene.
Non so se è riduttivo e se un po' sminuiamo la vita, ma c'è questa cosa che, ormai, ci diciamo che poteva andare peggio.
Non ce lo diciamo sempre, ma di sicuro lo pensiamo ogni secondo della nostra vita.
Almeno, io lo faccio.
Ho come la sensazione che certe cose non torneranno più, mai più come prima.
Ho la sensazione che non ci saranno più i messaggi che ci dicevamo ho bisogno, prendi tre birre e solito posto tra mezz'ora. Non ci saranno i pomeriggi sul tappetone a guardare tutti programmi spazzatura che sky ci offre.
Non sarò più la "bionda", principessa che sogna la Birkin e un viaggio lontano. Anche perché dicono che non sono proprio più la principessa bionda, che adesso sono più Zoeey Deschanel in 500 days of Summer (ma questa è un'altra storia). 
Ecco, mi pare che si è perso un pezzo del puzzle e che non lo so se riusciremo mai a ricomporlo e, in ogni caso, non mi ricordo più qual era l'immagine da comporre.
C'era un sole, un prato, una mucca, una gallina e un mulino?
C'era un laghetto? 
Chi può saperlo.
Se ci sono cose che mi mancano, potrei semplificarle in:
- la leggerezza di prendere in giro le femmine, quelle vere, che parlano di trucchi e smalti. Che abbinano gli ombretti e le borse. Noi non siamo mai state capaci e le nostre occhiaie hanno fatto un sacco di uscite in pubblico.
- le risate a parlare di fidanzati, ex, aspiranti fidanzati o presunti tali. Carrie e amiche a noi possono solo "spicciare casa" (come direbbero da questa parte di mondo in cui vivo).
- la sensazione di assoluta serenità, d'amore, tranquillità che solo con lei anche quando c'era il mondo che ci cascava addosso. 

Ecco, visto che il mondo ci è cascato addosso, pezzo per pezzo senza risparmiarci neanche un po', penso che adesso qualcosa si dovrà ricostruire.
E io penso che, insieme, come sempre è stato, anche solo un piccolo angolo di mondo riusciamo a rimetterlo in piedi.
E io, magari, torno a dormire, a fare sogni normali, a desiderare le cose che si desiderano a vent'anni (e qualcosina).

Intanto, bevo camomilla come fosse l'unico rimedio a tutto. Il prossimo passo è lo stilnox.

Questa l'avevo dedicata a lei da subito perché appena l'ho sentita, ho pensato che En&Xanax poteva essere solo nostra.
E oggi più che mai, sento che è nostra.


"Se non ti spaventerai con le mie paure, un giorno che mi dirai le tue troveremo il modo di rimuoverle. In due si può lottare come dei giganti  contro ogni dolore e su di me puoi contare per una rivoluzione.
Tu hai l'anima che io vorrei avere."

giovedì 26 dicembre 2013

So be good for goodness sake (Santa Claus is coming to town)


I primi Natali di cui ho ricordo sono chiassosi, confusi e incasinati. Perché qui, prima, si festeggiava in grande.
30, 40 persone in una stanza. La tombola, il mercante in fiera, i bambini che piangevano, che si rincorrevano, che cadevano. Erano Natali a porte aperte con cugini di primo, secondo, ottavo grado; suoceri, consuoceri, suoceri dei suoceri, cugini dei suoceri, vicini di casa dei cugini.
Tipo che annoiarsi era praticamente impossibile. 
Mi ricordo i cenoni della vigilia festeggiati a casa di una zia, con tavoli sparsi un po' per tutta la casa, mi ricordo le mille lire che mio zio mi passava sotto il tavolo quando si giocava a carte, mi ricordo gli scintillini che davano a noi bambini per festeggiare l'arrivo dell'anno nuovo.
Mi ricordo il Capodanno del 1999, che si cambiava il millennio, e io dicevo a mia cugina che 2000 era un numero troppo assurdo, allora lo scrivevo con un dito sulla carta da pareti della casa di zia. 2 0 0 0: guarda quanti zeri! Ci pensi? 2 0 0 0.
Mi ricordo che la felicità non era tanto scartare i regali, ma stare insieme e l'odore delle lasagne appena sfornate, gli antipasti su tutti i tavoli, il vestito buono delle feste, le candele alla vaniglia. 
Per tutti questi motivi non dovrei schifare così tanto il Natale eppure è un periodo che mi rende nervosa.  Perché i messaggini preconfezionati e mandati prima della mezzanotte, quelli che ti taggano su tutte le foto in tema per augurarti delle "serene feste", quelli che devono pubblicare duecento foto dell'albero per farti vedere che, sotto, ci sono i pacchetti di Tiffany e Chanel (esticcazzi!), quelli che non senti mai e poi resuscitano a Dicembre, io, tutti questi, non li sopporto.
Mi metto tristezza a vedere la gente nei supermercati, nei negozi di giocattoli, avvolta nelle pellicce fuori la porta della chiesa. 
Così da un paio di anni non mando auguri, non chiamo la gente, faccio regali solo se mi va e se c'è qualcosa che mi piace davvero, passo il Natale seduta per terra a giocare con la seienne.
Che io ho avuto feste sempre divertenti e lei no.
Ieri la guardavo mentre sistemava il succo di frutto e i biscotti per Babbo Natale. 
Anche se c'era l'annosa questione del camino che a casa sua non c'è. 
Se non scende dal camino, questo Babbo Natale da dove entra? 
Dalla finestra, ho detto io.
Sono chiuse, ha risposto lei.
E allora ha le chiavi di casa, ho detto io.
E lei si è stupita perché il porta chiavi doveva essere praticamente enorme. Miliardi di chiavi di casa. Oppure una sola, chi lo sa.
E forse questo Natale, di regali fatti con il cuore e pensieri sentiti, mi è stato un po' meno stretto. Ha vestito un po' di più la mia taglia, mi ci sono sentita quasi bene.
Guardando gli occhi della seienne mentre scartava la sua prima chitarra, cantando "tu scendi dalle stelle" con la voce più cretina che ho, ridendo con la nonna delle cose che non sa e che non so neppure io, giocando con la treenne che questa storia dei regali non ce l'ha ancora molto chiara.
Guardando un panorama bellissimo, che sembra quasi un presepe, alle 4 del mattino con gli amici con cui fai la notte di Natale (post cena con parenti, of course) ormai da anni, sempre quelli e sempre uguali.
Parlando di Andrea Pazienza, che non si fa mai abbastanza. 
E anche di quanto mi manca Roma, ma per ora abbracciatemi e non ci pensiamo (anche perché poi, quando sarò di nuovo a Roma, mi mancheranno gli abbracci e non potrò dirlo a nessuno).
E' stato un Natale dolce, come il pandoro con i cuoricini rosa e le stelline, che la seienne è impazzita quando l'ha visto.
E' stato un Natale non chiassoso ma di famiglia, d'amore, di calore, con poche luci e nastrini e ornamenti ma con l'essenziale.
E' stato perfetto.
E' stato il Natale che io penso sia Natale, che non è festeggiare l'arrivo di un bambino salvatore sulla terra ma festeggiare l'amore, gli affetti, curarsi le ferite dell'anima con abbracci interminabili e sessioni spietate di cibo al cioccolato.
E forse non sono più così tanto un grinch.

E sempre forse, questa potremmo chiamarla felicità. 
Lo so, lo dico spesso e poi torno a scrivere cose tristi ma è vero, sono felice. A giorni alterni.



lunedì 23 dicembre 2013

Troppo poco


Quando qualcuno ti ha dato tanto, tanto che non riesci a quantificarlo, come fai a lasciarlo andare?
Come si chiude la scatola con tutti i ricordi dentro, per riporla in qualche soffitta, e poi dimenticarla per sempre?
Non so come si fa. 
Io che gli amici sono gli stessi da dieci, ma anche quindici anni. Io che il mio ex lo sento almeno una volta a settimana e ho ancora le sue foto appese alle pareti della mia stanza.
Io, sì proprio io, che non so lasciare andare nessuno se penso che ne valga la pena. 
Io che mi sono anche stufata di scrivere io perché vorrei scrivere un po' di noi, di te, di qualcuno che non sia io.
Quantifichiamo insieme il dolore, la delusione, la rabbia che dobbiamo accumulare per dire basta? 1, 2, 10, 100?
Lo so che è Natale e siete tutti estremamente felici, presi dai pacchetti con i biglietti scritti a mano, le luci degli alberi, lo zenzero, la cannella, l'odore di fritto per casa ma io invece, a me, mi pare di vivere in una bolla di sapone.
A me, invece, mi sembra di essere sempre fuori posto e troppo pensante o troppo poco pensante, troppo truccata o troppo poco truccata, troppo vestita o troppo poco vestita.
Troppo nervosa, troppo ansiosa, troppo acida, troppo cinica.
Poi, ieri in mezzo a della gente, che conosco da una vita, non ero niente di tutto questo.
Poi, oggi ho visto una foto e nella foto c'era uno che sorrideva con un sorriso dolce e io quel sorriso, proprio quello, l'ho visto un paio di volte ma la prima volta l'ho visto (per davvero) l'anno scorso in questi giorni. E per quel sorriso, proprio quello, ho pensato di essere troppo poco. 
Che troppo poco è un controsenso bello e buono. O sei troppo o sei poco, no?
Comunque sia, nonostante le arrabbiature e le delusioni, ho guardato la foto e ho sentito il calore allo stomaco e al cuore e ho pensato che per quanto lui possa deludermi e farmi arrabbiare, resta sempre lui e io non ce la farò mai a cancellarlo completamente.
Mi verrebbero da dire molte cose, mi verrebbe da scrivere una lettera con una bic blu, piena di sbavature e cancellature. 
Si perde sempre qualcosa e io in questo gioco delle scelte ho perso un pezzo di me, forse quello più spensierato. 

Che poi per perdere avrei dovuto giocare o quanto meno combattere e io non sto facendo nessuna delle due cose. Mi sono ritirata subito, mettendo giù le armi e innalzando barricate.
E chissà se si può anche perdere poco, perdere solo un po'.

venerdì 22 novembre 2013

Ti volevo dire


Anche se un po' mi manchi, anche se io ci vedevo del buono in questa cosa, anche se tu mi sapevi di buono: di cornetto alla crema con lo zucchero a velo, di pomeriggi sdraiati su un prato, di librerie piene di pagine ingiallite, di sogni e di orizzonti.
Tu eri il buono di questa cosa. Ti ho idealizzato? Può darsi.
Mi sai ancora di buono. Anche quando mi viene da crollare, da franare come la terra quando piove tanto. Ecco anche in quei momenti penso che sai di buono come l'acqua fresca dopo tanto sole o come la pioggia dopo la siccità estiva.
Io, probabilmente, con te ho sbagliato tutto e ti ho fatto vedere il peggio. Io, probabilmente, non so di buono come te perché ogni tanto tremo come la mia terra, ogni tanto mi lascio andare alle scosse, ogni tanto anzi spessissimo sono preda delle mie insicurezze.
Però, forse, ne sto uscendo.

mercoledì 20 novembre 2013

D.


Attraverso la strada e non guardo mai nè a destra nè a sinistra. Non che non me l'abbiamo insegnato, anzi. 
La mano destra è quella con cui scrivi, a destra c'è la porta e anche il muro con appese le lettere dell'alfabeto, A come Ape, B come Birillo, C come Cane. A sinistra c'è la finestra e fuori dalla finestra c'è la strada e su quella strada, sempre a sinistra, c'è il papà di Paolo che di mestiere fa quello che aggiusta le macchine.
Comunque, io la strada, quando attraverso, non la guardo mai, anche se le maestre mi hanno insegnato e ancora mi ricordo. 
Quindi, finisce sempre che qualcuno mi tiri per il braccio.
Mi trattengono mentre loro controllano che si possa attraversare, poi dicono che sì, ok, si può. 
Tipo, l'altra sera è stata la mia coinquilina. Un po' prima era stato qualcun altro.
Ed è una cosa che in fondo, ma non l'ammetterò mai, mi piace. 
Mi piace pensare che, nonostante tutto, ci sia qualcuno che si preoccupi non di me ma per me.
Io penso che sia un gesto d'affetto puro. Incontaminato.
Perché le persone così mi danno lo spazio di essere fragile, di piangere un po', di essere distratta dalle luci, di pensare un po' meno.
Ultimamente cammino per strada e penso sempre che mi manca qualcuno che mi ripeta che sono brava.
Sono in equilibrio su questo filo e basta un niente perché io cada e mi faccia male. Mi guardo intorno e non c'è nessuno, eppure penso che basterebbe che ci fosse qualcuno a destra o a sinistra (che so riconoscere) a dire: "brava, continua! Un passo alla volta. Brava. Stai facendo bene, non ti fermare".
Mi sento come quelle ballerine da carillion che la gente carica, carica, carica e poi fa girare con  una musica insopportabile in sottofondo.
Con quel sorriso irritante sul volto.
Che vuol dire? Non lo so.
Non so un sacco di cose. A lezione ho scoperto che è un bene.
Mi faccio molte domande ultimamente e, di solito, le faccio a me stessa.
Mi hanno detto che restare è difficile tanto quanto andarsene. Stronzate.
Restare è comodo, è facile, è un modo per tenere a bada i sensi di colpa e accarezzare l'abitudine.
Andarsene è doloroso, straziante, liberatorio, bellissimo. In ordine, così come li ho scritti.
Lasciare a metà qualcosa non so com'è, non ne sono capace con i libri, con i film, con le serie tv, figuriamoci con le persone. Non so come facciate voi a sopportare questi rapporti intermittenti che si accendono e si spengono come le luci di Natale, che hanno già montato alla Coin vicino casa mia.
Ci sono, non ci sono, ci sono, non ci sono, ora sì, ora no, ora ti amo, ora forse non lo so.
Voi persone così siete assurde, egoiste, insopportabili.
E probabilmente, voi persone così, non capirete mai la dolcezza di qualcuno che si ferma per strada per controllare che non passino macchine o, che ne so, qualcuno che ha il doppio dei tuoi anni e potrebbe essere tuo padre, ma ti manda un sms al giorno per sapere come stai, se hai mangiato, se stai studiando.
Non capireste mai il bisogno di camminare su un filo lungo e in bilico solo per sentirsi dire brava, perché per voi sarebbe un modo per piangersi addosso e invece è solo bisogno di certezze e di presenza.
Ho molti dubbi in questo periodo, talmente tanti che ne dimentico un paio al giorno.
So quante kcal ha un Crispy Mcbacon, so che la mattina a lezione arrivo tardi anche se mi sveglio prestissimo, so che questa è la vita che voglio e so che sono felice di aver rischiato.
So che mia cugina mi ha comprato un rossetto fucsia perché secondo lei mi starebbe bene e io quando me l'ha detto mi sono sentita una bambina a cui regalano la prima trousse.
Ho dei dubbi sul PD, sul Papa, su Barbara D'Urso che con la faccia contrita intervista minorenni , sui miei punti neri, sulla gente che si sposa perché andarsene e lasciare tutto sarebbe troppo complicato, sul blu e il nero accoppiati insieme, su quelli che dicono che ti amano e poi la sera scopano un'altra, su quelli che dicevano "ti adoro" e poi ti trattano di merda.
Mi faccio molte domande, mi rispondo sorridendo, non mi piango addosso. Non piango proprio perché non mi ricordo più come si fa. C'è un bottone da qualche parte per attivare la lacrimazione?
Non dormo più.
Desidero qualcuno che rinunci al giubbotto per darlo a me perché ho freddo, che guardi le macchine che passano prima di farmi attraversare, che mi stringa forte tutte le notti che qui ci sono i tuoni che fanno tremare le finestre e io ho paura.
Desidero qualcuno che sappia esserci e che risponda alle mie domande.
Desidero che è un'altra bella parola che inizia per D.
Dubbi.
Desidero.
Dormo (speriamo).

(Sono quasi le 3. Il post non lo rileggo. Probabilmente non ha neanche senso.
Scusatemi.)

lunedì 4 novembre 2013

E non so più come si fa a trovarlo


L'altro giorno ho ritrovato Winnie Pooh, quello da collezione con il cappello e la sciarpa al collo, che io me la ricordo ancora la scena: c'erano le luci di Natale a illuminare una via del Corso bagnata, io ti guardavo e dicevo che lo volevo, mi serviva, praticamente l'hanno fatto per me. Tu ridevi.
Hai diciotto anni, dicevi. Non puoi volere ancora Winnie Pooh.
E invece sì e quindi, alla fine, finisti per comprarlo insieme al peluche di Lilly & il Vagabondo.
E bagnarci insieme sotto la pioggia di una Roma eterna e immensa. Io con il giubbotto nuovo e inzuppato e tu con il tuo Belstaff che restava asciutto e non si capiva perché.
In quei giorni, ti ho chiesto per la prima volta di andare a vivere lì.
"Ma c'è il traffico e la vita è cara" mi hai risposto.
Ho alzato le spalle e ti ho risposto che avevi ragione tu. Come sempre.
Poi, c'è stata Milano. Ti ho trascinato per Brera perché è l'unica parte della città che mi piace e ti ho portato a vedere Hayez e Caravaggio. Tu che avresti preferito confonderti tra le divise arancioni e invece dovevi accontentare me che, in quel periodo, di arancione non volevo vedere nulla.
E Milano piaceva a te. A me faceva venire l'angoscia perché mi sentivo sempre troppo piccola, troppo lenta, troppo estranea.
"Milano è efficiente", dicevi.
Milano mi fa schifo, ti rispondevo.
E quella settimana di convivenza da sperimentare. La mattina mi lasciavi sola a dormire, mi baciavi la fronte e poi andavi via. Io bevevo il cappuccino schiumato, con poco caffè che a me il caffè neanche piace e poi mi mettevo a studiare. Tu arrivavi all'una e ti mettevi ai fornelli. Cucinavi tu perché io sono incapace e a te piace mangiare bene mica le schifezze che mangio io.
Girare in mutande per casa, finire a fare l'amore sul divano, sul letto, sul tavolo, per terra.
Questa è la vita che voglio per sempre. Per sempre.
Un Natale, l'ultimo, mi hai detto "ti porto a Parigi". Parigi non mi piace, voglio andare a Londra.
Londra che ha di romantico? Niente.
Che abbiamo di romantico noi? Niente.
E sarà finita lì la favola e il perché io ancora non l'ho capito.
Le cose iniziano e finiscono, ce ne dobbiamo fare una ragione. Però, il mondo non si è fermato quando noi abbiamo finito di guardarci innamorati come in quella foto dove io ho le codine e tu mi versi la Coca Cola in un bicchiere o in quell'altra che è ancora in camera mia, che io guardo la fotocamera e tu guardi me.
Qualcuno doveva accorgersene e dircelo che non ci amavamo più.
Invece, abbiamo continuato e continuato e logorato tutto. Ci siamo messi d'impegno a distruggerci a vicenda.
Tanto che la mia pelle non riconosceva più le tue mani e pensavo "ma tu che vuoi? Ma tu, in fondo, chi sei?". E poi, piangevo dei miei stessi pensieri che erano ingiusti e cattivi che tu volevi darmi il mondo e a me non bastava più nemmeno quello.
E adesso di cosa ho bisogno? 
Adesso che con me stessa riesco anche a parlarci bene, a farci lunghe conversazioni. Adesso chi voglio? 
Qualcosa come tornare a girare nuda per casa, qualcuno che torna e mi prende un po' in giro, poi mi morde i fianchi che anche se sto dimagrendo sono sempre lì, un po' più pronunciati. 
Qualcuno che mi tenga la mano mentre dormo.
Qualcuno mentre dormo. 
E' più di un anno che ti ho lasciato e mi sono detta che non avevo più bisogno di nessuno. Falso, lo sapevo.
Mi sono raccontata la storia della donna che si basta da sola. Falso anche questo.
E' vero non credo al per sempre, non credo alle cose che durano nel tempo.
Credo negli abbracci che ti lasciano i segni nel corpo, credo nei piccoli gesti di ogni giorno come un ti penso, un mi manchi, un vieni qui che ne ho bisogno. 
Credo nelle notti passate con qualcuno che ti stringe da dietro come se tu fossi una cosa importante.
Credo in qualcuno che non è per sempre ma è per ora.
E non so più come si fa a trovarlo. 

martedì 29 ottobre 2013

Quando uno dice free kiss e un altro capisce Friskies


Sono diventata quel genere di persona che alle scale mobili continua a camminare e s'incazza se non trova libera la parte sinistra.
Ok che siete turisti, ma io no. Ho degli orari e sono sempre in ritardo e voi dovete spostarvi.
Sono diventata quel genere di persona che corre e cammina e mentre fa entrambe le cose scrive sms e parla al telefono.
Però, sono felice.
Di una felicità che non riesco a spiegare e che probabilmente non traspare neanche da questo blog.
Non so perché ma qui non mi viene mai voglia di scrivere le cose divertenti che mi capitano. Sarà che è l'unico spazio dove mi concedo ancora di essere me stessa, senza filtri e senza maschere.
Oggi era in metro e sorridevo da sola, a me stessa.
Ci pensi che ci vivi in questa città? Ti ricordi tutte le volte che l'hai sognato? Ti ricordi quand'eri bambina e dicevi che volevi vivere a Roma?
Ecco, ci sei riuscita.
Anche se a casa mi parlano napoletano, faccio ripetizioni a un bambino che non sa una parola d'italiano neanche per sbaglio (e parla napoletano), anche se quando segna il Napoli dalla strada si sente la gente urlare fortissimo, anche se molti indizi direbbero che stai in Campania, in realtà vivi a Roma. Davvero.
Mi piace ascoltare la gente e sui mezzi sono talmente tante le storie che s'intrecciano e vivono davanti i miei occhi che è difficile pure ignorarle.
Stamattina, per esempio, c'era uno a telefono che si disperava perché la moglie doveva farlo uscire proprio venerdì che "gioca aa Roma!".
Poi, Roma è folle e gigante e caotica e poetica e commovente.
E ci sto perdendo un sacco di sonno.
Ogni volta che metto il pigiama e decido di andare a dormire, allora, le coinquiline pensano bene che sarebbe il caso di uscire.
E io che faccio, resto a casa? Ma sei a Roma!
Allora, mi rivesto e ricomincia tutto da capo.
L'altra sera a Campo dei fiori, si avvicina uno che continuava a dire "Free kiss". Una delle due coinquiline mi guarda e fa: "Friskies?!? E che vor dì?".
Questo ci riguarda e se ne esce con un: "italiane? Siete sempre le più belle".
Se lo dici tu.
Sempre la stessa sera, sempre a Campo dei Fiori, un americano s'avvicina e mi prende quasi in braccio, con la sua faccia a un cm dalla mia, mi chiede un bacio.
"One kiss?"
Rispondo di no e sposto la faccia. Questo mi rimette per terra e se ne va.
Che dico: turisti in vacanza a Roma, dovete occuparmi le scale, intralciare la strada e per di più fare i molesti fino a questi livelli?
A parte tutto volevo dirvi che il cielo è sempre bello e che ancora non c'è nessuno con cui condividerlo.
E volevo dirvi che qui fa sempre caldo ma io un po' d'autunno, quello vero, lo desidero un sacco.
Però, sono felice anche se ti dicono "free kiss" e tu capisci "Friskies".
Sono felice.

mercoledì 16 ottobre 2013

Roma con amore


Io e Roma ci stiamo corteggiando in un modo un po' strano.
Tipo, io faccio la parte della stronza, di quella che la sfida di continuo e cambia direzione, metro, autobus, strade. Come a dire "mollami un po' e fammi perdere una volta".
Lei, invece, mi mostra imperterrita il lato migliore come quelli che ai primi appuntamenti ti aprono la portiera della macchina e ti dicono che sei bellissima, anche se non lo sei.
E quindi, io esco in ritardo e lei mi fa trovare l'autobus sotto casa, io giro a destra piuttosto che a sinistra e trovo lo stesso quello che cercavo.
E poi ride, cioè Roma ride. Ma tanto, eh.
E si fa un sacco di discorsi addosso: i ritardi dell'autobus, i ragazzini che non vanno a scuola e alle 12 sono tutti in giro con l' eastpack in spalla, la Roma, non ci sono più le stagioni di una volta, il capitano, la partita, la crisi, ci siamo lasciati e poi ripresi, la Polverini, Zingaretti, la pizza bianca al metro, No tav, Lampedusa, i fuori sede che sono come gli emigrati e gli emigrati che sono come i fuori sede, ci vieni in assemblea?, zio ci regala il biglietto per l'Iran, devi mangiare sano, stasera ceniamo da mia sorella.
Che io potrei stare per dei giorni in silenzio ad ascoltarla, senza dire una parola, senza annoiarmi mai, senza mai sentirmi davvero sola.
Roma mi continua a regalare storie e le vedo come piccoli doni di benvenuto.
Non c'è una cosa in questa città che non mi parli di vita che pulsa. 
Poi, in realtà non conosco moltissima gente e passo il tempo a leggere e a scrivere sulla moleskine. Non per sembrare stronza ma perché mi pare il modo migliore per impiegare i tempi morti.
Mi manca un po' la sicurezza di casa, gli abbracci degli amici, qualcuno a cui poter dire "guarda quant'è bello il cielo oggi" ma è una cosa che riesce a passare. 
E non è così complicato immaginarsi una vita qui. 
Anche da sola, anche in silenzio solo in sua compagnia e delle storie che circolano e che mi fanno sentire bene.

venerdì 16 agosto 2013

Dio, se sei bella


Dio se è bella ed è l'unica cosa sensata che riesce a pensare.
D I O S E S E I B E L L A. Ma anche se te lo dicessi, adesso, anche se lo gridassi a questa piazza vuota che senso avrebbe? 
Lei parla e parla e ogni tanto sposta i capelli a destra, come un piccolo e dolcissimo tic nervoso. 
Si raccontano storie a caso: di lei bambina che cadeva sempre dalla bici e si sbucciava le ginocchia, ma poi il disinfettante non voleva metterlo mai, di lui che a 15 anni voleva diventare un campione del calcio, di lei adolescente che ascoltava quella musica ridicola che canticchia anche adesso.
Lei ha dei capelli bellissimi: castani e un po' mossi, come tante piccole onde che le cadono sulle spalle. Però, da tutta la sera, continua a raccoglierli sulla nuca, scoprendo degli zigomi più decisi, scoprendo gli occhi belli come il mare.
Si conoscono da un po', ma da soli e così vicini non erano rimasti mai. 
Lei si rannicchia sulle gambe, in una posizione da bambina indifesa, come a dire: "se devi farmi male, fallo piano". 
Lui continua a guardarla e a pensare che non è così che deve essere, non ora, non lei. 
C'è un'altra, in un'altra città ed è a lei che ho fatto delle promesse. Chissà, cosa starà facendo l'altra in questo momento. Magari, guarda la tv sullo stesso divano su cui tante volte abbiamo fatto l'amore o, magari, è per terra su quel tappeto che abbiamo comprato all'Ikea e che a me neanche piaceva. 
L'altra è l'amore per sempre e lei, invece, cos'è? 
D I O S E S E I B E L L A. 
E non bella e basta. Sei Bella da riempirmi gli occhi, bella che vorrei sapere di te tutto quello che non ho potuto vivere con te, bella che mi fai male quando ridi, bella che se guardo ancora questi occhi finisco per baciarti e poi ti porto nell'altra stanza e usciamo domani mattina stanchi, sudati e con gli odori mischiati. 
Lui, cerca di sfiorarle una gamba ma si ferma a metà e la mano resta lì, in quell'angolo indefinito, e invece di toccare carne, afferra aria. 
La luce gialla della piazza sembra esistere solo per loro.
Lei abbracciata alle sue gambe e lui a stringere i pugni per non toccarla.
Entrambi persi in quel momento in cui si sceglie: abbasso le gambe e mi avvicino, la sfioro, lo bacio, facciamo l'amore, è solo per stanotte, è per tutta la vita.
Quella linea sottile che separa il coraggio dall'abitudine, dalla sicurezza, dal "sto facendo una cazzata". 
Lei si stringe da sola ancora più forte e se fosse possibile lo farebbe ancora di più e pensa ma tu da me che vuoi? ma tu perché sei qui stanotte? ma noi due insieme che c'entriamo? 
E sono domande che non hanno bisogno di uscire dalla sua testa, perché ci sono, le sentono entrambi senza che nessuno parli davvero.
E lui le risposte non le ha, probabilmente non le avrà mai. 
E poi, c'è quell'altra con il tappeto dell'Ikea, con la casa, le promesse, l'amore. C'è quell'altra che è un porto sicuro mentre lei è bella e poi? 
D I O S E S E I B E L L A e aiutami a dire bella.
Si farà tardi questa notte e a un certo punto uno dei due dirà che ha sonno, domani la sveglia suona presto, l'altro annuirà. Un bacio della buona notte sulle guance.
Un bacio della buona notte che è una scintilla, che è una promessa, che non è niente.
"Buona notte"
"A domani".
E in quel domani tante speranze.

Questo è quello che ho pensato dopo aver visto una foto che ha pubblicato Stazzitta
Ecco, per me quei due sono questa cosa qui.
Per voi?