venerdì 11 ottobre 2013

Wor(l)ds #2



Mi sono imbattuta in questo progetto di scrittura per caso.
E' da un po' che non riesco più a scrivere di me ma che ho voglia d'inventare storie, di descrivere colori che non ho visto o immaginare dialoghi che non ho vissuto.
Allora, ho deciso di partecipare.
Le regole non sono molte e le potete trovare qui: Zelda.
900 battute, comprese di spazi, e un kit da scrittura.
Poi, liberate la fantasia e lasciate scorrere le dita sulla tastiera.
In questo pdf trovate la raccolta delle storie di questa settimana.
Trovo che sia un progetto estremamente entusiasmante ed è bello vedere da quante angolazioni diverse si possono vedere gli stessi oggetti.

Questa è la mia. Wor(l)ds#2

Rue Beaubourg, 19” e mentre lo dicevi, arrotolavi la erre. 
Mi avevi trascinato per tutta Parigi, solo per vedere quel quadro: una donna dal collo lungo e il viso inclinato da un lato. 
Un’altra avrebbe preferito la Tour Eiffel, gli Champs Elisèe ma tu no, sei sempre stata diversa.
Indossavi un maglione sgualcito e continuavi a mettere del burro cacao sulle labbra screpolate dal freddo di quell’inverno così lungo e rigido.
Al collo avevi un medaglione di giada, te l’aveva regalato tua madre per i tuoi diciotto anni. L’unica cosa che ti è rimasta di lei. Oltre quel sorriso storto, che avevate entrambe, identico.
Seduti su quel taxi, sembravamo una strana coppia. Io con i capelli bianchi, tu che giocherellavi con il medaglione. Io con la faccia stanca e tu con la pelle di pesca. 
Poi, ti sei voltata. Il sorriso storto di tua madre, la erre arrotolata:
“Dopo mi porti da Ladurèe, Papà?”.

domenica 6 ottobre 2013

Oggetto: prenotazione volo

"Prenotazione volo" è l'oggetto dell'ultima email che ho sulla casella di posta.
L'ho aperta un po' titubante. Mi tremavano le mani, oppure il cuore. Devo ancora capirlo.
Sul mio letto ho diviso i vestiti per stagione: invernali da un lato, autunnali da un altro, estivi dentro gli scatoloni.
Poi, li ho divisi per colore: gradazioni del viola, del grigio, del blu, del nero e basta. Mi ha fatto strano vedere quanto piatta è la mia vita in quanto a colori.
Ho un volo ad ora di pranzo, arriverò giusto per il caffè del pomeriggio oppure neanche per quello. Ma che importa? Il caffè non mi piace. 
Dirò "sono arrivata, è tutto bellissimo. Sono felice". 
Poi, probabilmente piangerò perché io lo faccio sempre. 
Imparerò a camminare svelta o a prendermi il mio tempo. Imparerò a stringere il cuscino e a chiudere la porta. 
Imparerò a scandire bene il mio nome e a sorridere ogni volta che devo dire "piacere di conoscerti".
Sono un fiume in piena e sono riva del fiume allo stesso tempo. 
 Ma adesso ho i vestiti grigi con i vestiti grigi, quelli viola con i viola, neri con neri, blu con blu. Adesso ho un'email con oggetto: prenotazione volo.
Adesso, c'è poco da essere fiume e da essere riva.
C'è solo da vivere e da sperare di non piangere troppo ma neanche troppo poco.
Per dire, io in questi giorni ascolto Marco Mengoni (che neanche mi è mai piaciuto) e mi commuovo. Oppure metto il privato su spotify e scelgo le canzoni che mi scavano dentro allo stomaco e lo sezionano, in silenzio, tra maglioncini divisi per colore e fotografie da conservare chissà dove.
E vorrei, anche solo per un secondo, tornare indietro ed essere di nuovo quella bambina che aspettava davanti la finestra l'arrivo degli scatoli pieni di libri nuovi, o quella ragazzina che leggeva "Il Gattopardo" e poi lo raccontava orgogliosa alla professoressa o quell'adolescente innamorata che imparava a memoria Catullo. 
Oppure vorrei il coraggio di salutare tutti ed avere la certezza che questo posto non mi mancherà mai, che non inciamperò nei ricordi e negli odori di questa terra. Vorrei avere la certezza che i sorrisi del "piacere di conoscerti" mi riusciranno bene. 
La certezza di andare per la mia strada senza avere mai il bisogno di prendere il telefono e chiamare chi sarà vicino con il fisico ma mai abbastanza con il cuore. 
Vorrei un sacco di vorrei.
Intanto, stampo l'email con oggetto "prenotazione volo", poi si vedrà.

p.s. Manco da due mesi in questo posto. Nel frattempo tanto è cambiato.
Il blog ha spento la prima candelina e non ho scritto nulla. 
Sono talmente fiume che non sono stata capace di scrivervi. Bastava un secondo, uno sguardo, un temporale che tutto quello che volevo dirvi era già cambiato un'altra volta.
Arriveranno tempi migliori. Spero.

venerdì 16 agosto 2013

Dio, se sei bella


Dio se è bella ed è l'unica cosa sensata che riesce a pensare.
D I O S E S E I B E L L A. Ma anche se te lo dicessi, adesso, anche se lo gridassi a questa piazza vuota che senso avrebbe? 
Lei parla e parla e ogni tanto sposta i capelli a destra, come un piccolo e dolcissimo tic nervoso. 
Si raccontano storie a caso: di lei bambina che cadeva sempre dalla bici e si sbucciava le ginocchia, ma poi il disinfettante non voleva metterlo mai, di lui che a 15 anni voleva diventare un campione del calcio, di lei adolescente che ascoltava quella musica ridicola che canticchia anche adesso.
Lei ha dei capelli bellissimi: castani e un po' mossi, come tante piccole onde che le cadono sulle spalle. Però, da tutta la sera, continua a raccoglierli sulla nuca, scoprendo degli zigomi più decisi, scoprendo gli occhi belli come il mare.
Si conoscono da un po', ma da soli e così vicini non erano rimasti mai. 
Lei si rannicchia sulle gambe, in una posizione da bambina indifesa, come a dire: "se devi farmi male, fallo piano". 
Lui continua a guardarla e a pensare che non è così che deve essere, non ora, non lei. 
C'è un'altra, in un'altra città ed è a lei che ho fatto delle promesse. Chissà, cosa starà facendo l'altra in questo momento. Magari, guarda la tv sullo stesso divano su cui tante volte abbiamo fatto l'amore o, magari, è per terra su quel tappeto che abbiamo comprato all'Ikea e che a me neanche piaceva. 
L'altra è l'amore per sempre e lei, invece, cos'è? 
D I O S E S E I B E L L A. 
E non bella e basta. Sei Bella da riempirmi gli occhi, bella che vorrei sapere di te tutto quello che non ho potuto vivere con te, bella che mi fai male quando ridi, bella che se guardo ancora questi occhi finisco per baciarti e poi ti porto nell'altra stanza e usciamo domani mattina stanchi, sudati e con gli odori mischiati. 
Lui, cerca di sfiorarle una gamba ma si ferma a metà e la mano resta lì, in quell'angolo indefinito, e invece di toccare carne, afferra aria. 
La luce gialla della piazza sembra esistere solo per loro.
Lei abbracciata alle sue gambe e lui a stringere i pugni per non toccarla.
Entrambi persi in quel momento in cui si sceglie: abbasso le gambe e mi avvicino, la sfioro, lo bacio, facciamo l'amore, è solo per stanotte, è per tutta la vita.
Quella linea sottile che separa il coraggio dall'abitudine, dalla sicurezza, dal "sto facendo una cazzata". 
Lei si stringe da sola ancora più forte e se fosse possibile lo farebbe ancora di più e pensa ma tu da me che vuoi? ma tu perché sei qui stanotte? ma noi due insieme che c'entriamo? 
E sono domande che non hanno bisogno di uscire dalla sua testa, perché ci sono, le sentono entrambi senza che nessuno parli davvero.
E lui le risposte non le ha, probabilmente non le avrà mai. 
E poi, c'è quell'altra con il tappeto dell'Ikea, con la casa, le promesse, l'amore. C'è quell'altra che è un porto sicuro mentre lei è bella e poi? 
D I O S E S E I B E L L A e aiutami a dire bella.
Si farà tardi questa notte e a un certo punto uno dei due dirà che ha sonno, domani la sveglia suona presto, l'altro annuirà. Un bacio della buona notte sulle guance.
Un bacio della buona notte che è una scintilla, che è una promessa, che non è niente.
"Buona notte"
"A domani".
E in quel domani tante speranze.

Questo è quello che ho pensato dopo aver visto una foto che ha pubblicato Stazzitta
Ecco, per me quei due sono questa cosa qui.
Per voi? 

martedì 6 agosto 2013

"Lei, Lui, Firenze"


Abbiamo aspettato un po', quanto basta perché qualcuno mi chiedesse se era tornato tutto come prima, se eravamo di nuovo e ancora quella gran coppia invidiata dagli altri. Ho fatto cenno di no con la testa, mi hanno sorriso in risposta. La gente non ci capisce.
Ci siamo seduti ad un tavolo per quattro ma eravamo in due e ci stavamo larghi in quel tavolo che un po' ci avvicinava anche se non volevamo.
Mi ha chiesto se volevo del vino, ma lo sa che con il vino non ho un buon rapporto. "Vino bianco", ha detto sicuro. Vino bianco, allora sì.
Ha ordinato qualcosa da mangiare, da dividere.
Mi guardavo intorno e mi sembrava di vivere una scena già vissuta mille volte. Come un deja vu ma più reale.
"Come stai", gli chiedo.
"Stanco, come sempre". Sorride. Mi guarda.
"Raccontami di te, ti prego", con la testa da un'altra parte, con il pensiero verso qualcuno che non ricambia e che non sa quanto mi piace il vino bianco e non saprebbe nemmeno ordinare al posto mio.
"Pensi davvero che sia una buona idea, stare seduti in un bar fino alle nove di sera? 
Bere un altro Bianco Sarti guardando la gente, discutere di ferie e lavoro, fare finta di niente".

"Che vuoi che ti racconti?".
Voglio che mi racconti che ti sei innamorato di un'altra con gli occhi più belli dei miei, più intelligente di me, che parla meglio e si lamenta di meno.
Tengo un lembo di un tovagliolo e lo stringo forte.
"Voglio che mi racconti di te!"
"Sei tu quella che viaggia!".
Continuo a stringere un lembo del tovagliolo che è come un appiglio a qualcosa che non fa male. Non come le sue parole, non come il mio stomaco che non sente le farfalle. E porca miseria, perché non puoi sentirle? E' quello giusto, ci vuole tanto a capirlo?
"Magari andrò a vivere a Firenze. Ho chiesto trasferimento anche lì".
"Parlar di Firenze, di come è invecchiata dall'ultima volta che l'ho salutata".

L'anno scorso quando ho deciso che era finita ero lì, a Firenze.

Seduta dentro una libreria del centro, il thè caldo e un libro da sfogliare. Una donna anziana, con i capelli riccissimi e grigio cenere, che leggeva il suo libro ad alta voce e rideva.
Ma in un modo così bello, ma così bello, che a me sembra di sentirla anche adesso.
Io l'ho capito lì, che tra noi era finita. L'ho capito mentre avevo il telefono scarico, fuori c'era un gran freddo e lui non mi mancava neanche un po'.
L'ho capito perché il sorriso di quella donna era quello di una a cui non mancava niente e io mi sentivo talmente vuota che per riempirmi ci voleva qualcuno che ci credeva in me. E lui non ci credeva.
L'ho capito ogni volta che, in quell'anno, sono tornata a Firenze perché ho cominciato a sognare di nuovo. L'ho capito quando qualcuno mi tendeva la mano e lui mi diceva che erano solo sogni.
"Penso che sia una follia andare all'Ikea, c'è sempre una gran confusione anche di sabato sera.
Poi, lo sai mi fa tristezza guardare la gente che sogna di comprare tutto e si accontenta di niente".

Dice Firenze e mi viene da ridere forte. Ride anche lui.

E' la situazione di un film riuscito male: seduti al tavolo di un ristorante, a sorseggiare vino e a parlare di lui che parte per Firenze.
Che sempre l'anno scorso, quando tornavo e gliene parlavo con occhi sognanti finivamo per litigare, che "che avrà di così speciale 'sta Firenze?".
E io non sapevo rispondere e non so farlo neanche oggi.
"Mi guardi e sorridi, non sono cambiato dall'ultima volta che mi hai perdonato. 
Che cosa vuoi che ti dica? Con te sto bene, anche se ormai è finita."

Abbiamo finito subito il vino bianco e lui se ne già versato un secondo bicchiere. Gli butto addosso un po' delle mie preoccupazioni, parlo così senza fermarmi e senza prendere respiro.

E' la parte più razionale, più riflessiva di me.
Tra qualche anno lui sarà un medico fantastico e io chissà che cosa.
Penso che probabilmente, nonostante tutto, con lui non tornerei mai.
Ma com'è che finisce l'amore? Così, una mattina ti svegli e dici "Ok, è stato un piacere, finché è durata".
"E lo so che non basta un bicchiere per sorridere e dimenticare, le mie solite bugie, le mie sciocche fantasie. Ma stasera ho voglia di brindare a un'altra storia d'amore per noi che non ci amiamo più".

Che io non lo amo più e lo so, lo sento in ogni centimetro della mia pelle. Ma, allora, perché ho questo bisogno di abbracciarlo, di sentire i suoi capelli tra le mie dita?

E' un bene che va al di là dell'amore. E' sapere che è, e sarà per sempre, l'altra metà della mela, quella parte che mi completa. Conosco ogni piccola smorfia, mania, le ossa della clavicola che escono fuori anche adesso che c'è qualche kg in più.
Un bene che va al di là di quello che è successo in quest'anno separati, tanto che vorrei raccontargli di quanto sonno sto perdendo, dell'aria che mi manca.
Non lo faccio perché so che, probabilmente, farebbe male.
Io, davvero, non lo capisco il mio cuore che potrebbe avere l'amore e si accontenta di niente.
"Che bella Firenze, le sere d'estate, le luci del centro, le nostre risate.
Cosa vuoi che ti dica? Ti voglio bene anche se ormai è finita. 
Non sarà certo Mastroianni a cancellare di colpo sei anni e non sarà questa stupida sera a cancellare una vita intera".





Ma stasera ho voglia di brindare a un'altra storia d'amore, per noi che non ci amiamo più.

domenica 28 luglio 2013

Maria

Maria firma su un foglio e ci mette accanto il cognome del marito.
Maria si presenta alla gente con il cognome del marito.
Non è vanità: quel cognome è un cognome normale, come tanti altri. Non dice niente d'importante. Te lo perdi subito e fai fatica a ricordarlo. Ma è di suo marito, quindi è suo.
Lo porta a spasso fiera, lo mostra alla gente come fosse un gioiello prezioso, lo fa splendere al sole come si fa con le lenzuola di lino appena lavate.
Lei, Maria, quel cognome l'aveva tanto voluto e desiderato. L'aveva protetto dalle cattiverie della gente, dal tempo, dalle crisi. 
Quel cognome è il legame che la unisce a lui ancora oggi che lui non c'è più. Perché un giorno di Maggio, quando ancora il sole fa cucù con le nuvole, lui se n'è andato. Sereno, con il sorriso sul volto, e la mano di Maria che stringeva forte la sua.
E' stata la prima volta che l'ho vista piangere. Le scendevano le lacrime e singhiozzava, talmente piccola che ti veniva voglia di abbracciartela forte.
Io, Maria, da bambina la guardavo e pensavo che era bellissima e anche oggi, che ha quasi settant'anni, penso che lo è.
E pensavo che mi piaceva che si sentisse talmente di "qualcuno" da volerne portare il cognome. E pensavo che a me, invece, mi hanno insegnato che io sono mia  e che nessuno sarà mai così importante da meritarsi un pezzo di me.
La generazione di Maria  non ha paura dell'appartenenza, dell'appartenersi. 
La mia scappa dalle relazioni: è precaria nel lavoro, nella vita e nei legami.
Che io, poi, la guardo Maria ed è tutto meno che antica: ha il rossetto sulle labbra e quando esco mi raccomanda di divertirmi, ed è stata madre dolcissima e guerriera allo stesso tempo, ed è stata comprensione e scudo per quell'uomo che tanto amava.
E un po' la invidio quella donna con i capelli chiari e il sorriso grande.
Perché io non so essere di qualcuno, non mi so regalare mai abbastanza e mi terrorizza perdere un pezzo di me. Che io voglio essere "uno" prima di essere la "metà di uno".
Che io sono quella che si butta su un lavoro e magari ci perde il sonno e un paio di pasti, che si scorda di chiamare e anche come si chiama. Che io prima di trovare un altro cognome devo dimostrare di meritarmi il mio.
Ma poi la guardo, Maria con un cognome non suo e la fede ancora al dito, e penso che lei ha capito tutto e io mai niente.
E penso che, forse, prima o poi lo vorrei uno con cui dividere, un po', un pezzo di me.

sabato 20 luglio 2013

Ai tuoi sorrisi


"F, ma questo ha studiato a Yale?"
"Mi sembra di sì. Forse, solo in Erasmus per sei mesi!"
"Ah, però! Secondo te questo mi fidanza?"
"No".

"Ultimamente vivo sempre con questa sensazione del cerchio che si chiude. Solo che non ho ancora capito cosa succede quando si è chiuso del tutto"
"Muori!".

"Pranzi con me?"
"No, vado a casa. E' il mio onomastico. I miei ci tengono!"
"Maa scusaaa, non mi avevi detto che Sant'Alessio era ieri?"
"Si, era ieri. E io non mi chiamo Alessia, infatti!".

Inizio da qui. Dalle cose sceme che ci diciamo, che lo capisci subito quando sono completamente giù/fuori fase e te ne esci con queste battute che sono un mix perfetto e letale di ironia e sarcasmo.
E te lo scrivo qui perché se questo posto esiste, se io scrivo, è (quasi) solo grazie a te che un giorno mi hai detto: "apri un blog e scrivi. Ma scrivi tanto. E scrivimi che mi piace leggerti".
E io oggi ti scrivo.
Oggi che è il giorno dopo dei tuoi 18++.
Lo faccio oggi perché siamo noi così: sempre un po' in ritardo, sempre un passo dopo.
A te che io piangevo e mi tenevi la mano.
A te che interpreti le mie smorfie e poi ne ridi un sacco.
Al tuo modo meraviglioso di entrare nella vita della gente: bussando, piano e chiedendo sempre scusa del disturbo.
Ai tuoi "grazie" perché, ormai, la gratitudine è una roba talmente rara che ti rende ancora più speciale.
Ai tuoi occhi che esprimono un mondo infinito e ogni tanto si bagnano di lacrime.
Alla tua sensibilità.
Alla tua voglia di metterti in gioco.
Ai tuoi mille interessi, i tuoi duemila impegni, alle tue tremila attività che a starti dietro mi gira la testa.
Alla te che voleva chiamare "lui" per dirgli di smetterla di farmi così male.
A te che ti travesti per Carnevale, per Halloween, per le feste e mai nella vita.
A quella foto in cui abbiamo le orecchie da "topo" che mi piace un sacco ma che nessuna delle due ha avuto il coraggio di mettere come foto profilo per non incappare in qualche battuta che non fa ridere.
All'email che ci mandiamo, che ci fanno ridere ma che sono certa non capirebbe nessuno a parte noi.
Alle nottate passate in chat perché nessuna delle due ha sonno e alle nottate passate davanti una birra e un computer a lavorare fianco a fianco.
Alle idee che ti vengono e che coinvolgono tutti.
Alla tua risata contagiosa.
Alla tua voglia di vita.
All'amore che metti nelle cose che fai.
Al meglio che sei riuscita a prendere in me, in quest'anno fatto insieme.

Ai tuoi meravigliosi 18++, perché sono certa che l'importante è non sentirli.
Le cose belle arriveranno, ne sono certa. Te le meriti tutte.
Sei portatrice sana di allegria e se il mondo non gira nel verso giusto per te, non capisco per chi dovrebbe farlo.
Ti voglio bene. Con il cuore.

martedì 16 luglio 2013

Vivi


Ho delle foto da togliere dalle pareti ma non ce la faccio. Sono lì  e mi guardano tutti i giorni, quando mi sveglio e quando mi addormento. Sono lì e non dovrebbero più esserci.
Ho dei pensieri per la testa: quelli che non lasciano spazio ai punti. Sono delle virgole continue e difficili da spiegare alla gente perché si annoierebbe, perché le mie fragilità sono mie mica loro.
Ho dei libri da leggere, me ne regalano molti e non sanno quanto bene (mi) fanno.
Ho delle storie da ascoltare, da raccontare, di cui innamorarmi, per cui emozionarmi. Come l'anziano signore che ieri mi raccontava della sua vita, del carro tirato a mano quand'era in Toscana, della bellezza di Lucca, dell'efficienza di Modena, dei nipotini a Roma.
Ho il cinismo insito in me, come una malattia che scava e scava e poi fa i buchi nello stomaco. Un cinismo che è una difesa, che rende forti ma debolissimi allo stesso tempo. Che ti svuota l'anima e neanche te ne accorgi.
Ho dei sogni che sono degli incubi e la mattina mi sveglio con l'ansia di qualcosa che non è mai successo e mai succederà. Sento la sua mancanza ma la rispedisco indietro come un boomerang perché non voglio più averti tra le mie cose e nelle mie giornate.
Ho delle domande da fare a cui nessuno da' le risposte.
Ho degli scatoloni da preparare:  vita da prendere e chiudere con del nastro adesivo.
Ho una nipote che dice: "che sseei bbella".
Ho delle amiche che danno la colpa alla luna calante quando le cose mi vanno di merda.
Ho una nausea continua, anche in questo momento.
Ho molta voglia di scrivere ultimamente.

Io non lo so che cos'è quest'irrequietezza che mi porta a vedere il nero nelle cose e poi il rosa e poi il nero e poi il rosa.

E' come essere due persone in una: la prima vorrebbe abbracciare il mondo, la seconda lo vorrebbe sfanculare tutto per intero.
Mi sento incompleta e non sono sicura che partire mi completerà davvero.
Ma intanto, come fai a saperlo se non lo fai?
Io me lo chiedo spesso: come si fa a restare vivi?
Non vivi con il cuore che batte.. quello, su per giù, so come funziona.
Vivi con una testa pensante. Vivi senza farsi trascinare dai brutti pensieri. Vivi.
Come?