mercoledì 23 gennaio 2013

Una notte di stelle cadenti a Londra



C'è quest'odore di biscotti e di prato tagliato da poco. C'è questo cielo blu scuro, con tutte le stelle che lo illuminano. Quando vai a Londra ti dicono che il cielo non lo vedrai mai: stronzate.
C'è la luna che ci guarda dall'alto, tonda e meravigliosa. C'è la musica che arriva da lontano così come le risatine, gli schiamazzi, le canzoni urlate.
Sono seduta sul prato e guardo il cielo.
"Se vedi una stella cometa, qual è il tuo desiderio?", mi chiedi.
Ah, già, è anche il dieci Agosto. E io non lo so che cosa voglio desiderare, non so neanche se sono capace.
Ho già tutto qui, per ora. Sono a Londra, sono felice, ci sei tu che mi fai ridere e sento arrivare, dall'altra stanza, la voce della mia bionda. Che altro dovrei volere?
Mi hai detto che non ci credi, non posso essere così giovane e così senza sogni. E infatti, non crederci. E' una favola che mi racconto ogni tanto e a cui voglio credere anche io. Mi piace dire alla gente che sono realista e con i piedi ben saldati alla terra.
Poi, di notte, i sogni arrivano tutti insieme: castelli, occhi, baci appassionati, avventure che tolgono il fiato.
Ma di giorno, no, non si può credere alle stelle cadenti.
Sin da bambina mi hanno insegnato che tenere i piedi per terra era meno doloroso. Quando stai sulle punte, il soffitto sembra meno lontano così come il cielo, ma quasi subito arriva il dolore, il sangue, le ferite da curare. Un minuto più vicino al cielo e una settimana con i cerotti sull'alluce.
"Sei bellissima",  dici.
No, che non lo sono. Divento subito rossa e mi copro la faccia.
Tu lo sei, Lorenzo, e non sai che tutte le altre vorrebbero essere qui al mio posto. Oppure, lo sai benissimo ma hai scelto me perché ero la più disinteressata di tutte.
Mi hai fermato e mi hai offerto una sigaretta. Io non fumo. "Lasciamene una lo stesso, la porto alla mia amica". Mi hai guardato strano come si fa con la gente un po' scema. Non m'importa.
Quando sono rientrata in camera, con la sigaretta, mi hanno fatto il terzo grado. "Ma che ti ha detto? Ma ha sorriso? E tu?".
E io? E io niente. Non lo so che si fa in questi casi. Non sono brava ad ammiccare.
"Emme e buttati ogni tanto. E prova a darti uno slancio".
Uno slancio: mi hanno insegnato anche quello a ritmo di musica. Sette, otto e grand jete. E lo sai cos'è, un grand jete? E' un saltino che mi tiene sospesa per aria per qualche secondo, poi sono di nuovo giù, pronta e già in posizione per fare altro. Non te lo puoi godere quel salto, non puoi distrarti mentre sei per aria.
E come faccio a darmi lo slancio, se so già che dovrò tornare alla posizione di partenza dopo qualche secondo?
Mi hai detto che sei di Forlì. Io non so neanche dov'è, in geografia sono sempre andata male. Quando la professoressa mi chiedeva dell'India, dicevo che era ad est, che era colorata e faceva odore di spezie. E lei mi metteva 4 e io continuavo a pensare ai veli sulle teste delle donne indiane.
"E' facile!". Prendi il palmo della mia mano e mi disegni l'Italia. "E' qui!".
Ma io, Lorenzo, mi sono persa alla seconda linea che hai disegnato. Forlì potrebbe essere vicino Londra o a qualche km dalla Lombardia. Non fa differenza. Magari, per stasera, facciamo che Forlì si trova al centro della mia mano.
Sembri uscito da una pubblicità mentre io arrossisco per qualsiasi cosa.
Ai tuoi complimenti, rispondo con un "non esageriamo". Metto le distanze così non si fa male nessuno. Non esageriamo che diventa "non esagerare". Facciamo che io mi costruisco un piccolo muretto di mattoncini rossi fatto di parole, così continuo a ridere con te ma so che ho il cemento a proteggermi.
Non esageriamo che, nei miei occhi, vuol dire "esagera". Esagera e prendimi per mano. Facciamo che costruisci un ponte così io la smetto di trincerarmi dietro le parole.
Qualche giorno e riparto. Torno a casa mia e rubo un po' del colore dei tuoi occhi per fissarlo nella mia mente. Per tornare e dire alle amiche di questo Lorenzo, di Forlì, che è bello da morire e che mi ha fatto ridere per tutta la notte di San Lorenzo.
Niente promesse. Sappiamo entrambi che non servono. Ci dimenticheremo presto l'uno dell'altro. Poi, siamo qui, adesso, e che senso ha dire che mi penserai se non ci credi neanche tu?
Mi pensi adesso e basta. Mi stai tenendo la mano e mi stai indicando le stelle fingendo di capirne qualcosa. Stiamo inventando le costellazioni insieme, tanto chi ci ferma?
"You're beautiful, it's true". Sento tutti gli altri che la cantano. James Blunt va forte quest'estate.  "There must be an angel, with a smile on her face... I will never be with you".
Ti ho appena finito di raccontare il motivo per cui tutte le amiche mi chiamano Alice e stai ridendo. Perché abbiamo letto un libro tutte insieme e la protagonista è talmente simile a me che ogni tanto, quando devono prendermi un po' per il culo, mi chiamano così.
"Oppure perché con quegli occhi e quel sorriso, sembri uscita dal paese delle meraviglie?". Resto un secondo in silenzio. "Che paraculata", ti rispondo.
Sbuffi e ti metti a braccia conserte. "Quanto la fai difficile? Prendila per quello che è e basta. E dai!".
E' il 10 Agosto, sono a Londra, su un prato inglese, c'è lui che non è male e c'è James Blunt in sottofondo. E' così difficile? No.
Dopo quella notte, mi hai scritto un biglietto. L'ho incollato su un quaderno.
"Sei stata la scoperta più bella e più simpatica di questi giorni. Anche se la fai difficile. So che mi mancherà la tua risata. Ci ritroveremo."
E' un biglietto di frasi corte e punti. Non lascia speranze perché lo sapevi subito che non ce n'erano.
Sono passati gli anni e non ci siamo ritrovati. Io la faccio sempre difficile e tu chissà dove sei.
Ma oggi, ti ho pensato perché l'ho ascoltato ed è inevitabile associarla a quella notte di stelle cadenti e di desideri esauditi.

lunedì 14 gennaio 2013

Cucina con Emme: la carbonara


All'età di 23 anni anche detta da mia madre "IoAllaTuaEtàEroSposataeAvevoUnFiglio" ho dovuto chiamare Fratello2, il piccolo, per farmi spiegare il procedimento di una carbonara. 
"Pronto?!?"
"Si, ciao, Fratello2. Come faccio a cucinare la carbonara?"
"In che senso, come fai?" 
"In che senso? Nel senso che non la so fare e tu mi guiderai a telefono".
Risata, fragorosa. 
"Gli ingredienti ce li hai?"
"E che ne so io! Mi aspetto che me lo dica tu! Che si ci mette in una carbonara?"
Risata, ancora più forte. 
"Intanto, prendi una noce di burro!"
"Una noce quant'è grande?!? Spiegati, cristo!"
"Emme, una noce di burro. Una noce. Un po'." Momento di silenzio in cui si perdono tutte le speranze. "Vabbè fai tu"
Ne prendo poca (erroraccio a quanto pare) perché si sa che il burro è grasso e in questo momento ho bisogno di tutto meno che di cose grasse. 
"Ok, ora prendi la pancetta a cubetti e mettila nella padella dove hai precedentemente spalmato il burro"
"Ma non ce l'ho la pancetta a cubetti!!"
"Metti il guanciale!"
"Ma non ce l'ho il guanciale!"
"Il prosciutto cotto?!?"
"Naaa!" 
"Ma come cazzo la fai la carbonara, scusa?!". Abbandona ogni speranza. "Emme, metti un po' di salsiccia!"
"No, niente. Neanche quella. Ci posso mettere il tonno???"
"Il tonno? Sei seria?".

L'epilogo è stato meno triste di quanto pensate. Alla fine, ho fatto la carbonara con il prosciutto crudo. La pasta più salata mai mangiata in vita mia. 
Il problema è che non mi piace particolarmente mangiare. Sono di quelle che mangia per vivere e che se salta qualche pasto non ne fa poi una tragedia. 
Preferisco un po' di tonno con il pomodoro ad un piatto ultra elaborato.
E poi, sono il risultato di una società consumistica e borghese (bleh, schifo, bleeeh). Cresciuta a Kinder Delice e pizza, patatine fritte e gelato. 
Ho la manualità in cucina, ma anche in generale nella vita, di una scimmietta. Ma da sempre.
Da bambina era quella che si isolava a leggere mentre tutti i bambini giocavano a quadrato, che poi a me tutto quel baccano e quelle risate mi davano fastidio.
Che detto così sembro di quelle tipiche nerd asociali e senza amici. In realtà, amo il casino, la gente, ridere forte per le cose sceme e fare nottate senza un motivo.
Però, poi arriva un momento - ed era così anche da bambina -  in cui ho bisogno di restare sola. Per parlarmi, per scrivermi, per mettere insieme le idee. 
E sarà stato in questi momenti di isolamento che gli altri hanno acquisito capacità manuali pazzesche mentre io fatico ancora a mettere le formine a stella e cuoricino nei posti giusti. 


Ma so che ho grossi margini di miglioramento. Un giorno, non molto lontano, sarò meglio della Parodi e della bionda di Rai Uno messe insieme. Se ce la fanno loro e anche Barbie, c'è speranza per tutte. 


mercoledì 2 gennaio 2013

"Ribelle", One day "To Rome with love"!


Ieri sera, in preda alla noia post festività, ho fatto una maratona di film - unico sport estremo che riesco a reggere.
Sky on demand, che dio l'abbia in gloria, mi offriva centinaia di film nuovissimi che non avevo visto. Esclusi i vari Twilight, tre metri sopra il cielo, ti voglio sposare/ amare/cresimare/battezzarenostrofiglio, ho optato prima per un film semi impegnato: "To Rome with love". Regia di Woody Allen, interamente girato a Roma, con un bel pacco di attori italiani. 
Credo sia il film più brutto, più senza senso, più illogico girato a Roma. Allen tenta di scopiazzare Fellini, di farci vedere una Roma un po' "Vacanze Romane", un po' "La dolce vita" ma non ci riesce. E per una che guarderebbe film su Roma, anche in bianco e nero, anche muti, è strano dire che sono arrivata alla fine con fatica. 

                                                                                     
Sono passata, poi, al drammatico: One day. 
Nonostante all'inizio avessi qualche perplessità, alla fine mi sono trovata a piangere come una bambina inconsolabile. Non vi spoilero il film perché merita di essere visto, anche solo per amare quelle scene riprese attraverso lo specchio della stanza in cui i due si trovano. La storia è tratta dall'omonimo libro "One day" di David Nicholls che, dai commenti letti su internet, deve essere davvero bellissimo (e che sarà di sicuro il mio prossimo acquisto!).
E per le donnine: io il protagonista maschile, tale Jim Sturgess, l'ho adorato. Semplice ma affascinante, soprattutto alla fine con i capelli corti e brizzolati. Tornando al film: una storia d'amore fuori dai canoni delle solite commedie americane. Una storia sofferta, voluta e cercata. La fredda lucidità di Emma che ha sempre saputo cosa voleva e Dexter che si perde per ritrovarsi.  Niente: guardatelo! (Ma preparate i kleenex!)
Per ultimo, quando pensavo che non avrei retto a un altro film, ho scelto Ribelle - The brave. Meraviglioso capolavoro della Pixar che mi ha tenuto incollata alla tv fino alle due del mattino. 
Se pensate di essere troppo grandi per un cartone animato uscite da questo blog vi sbagliate e di grosso. 
Merida, la protagonista femminile di questa fiaba moderna, è strepitosa. Una principessa incazzata di come non se ne sono mai viste prima. 
Una principessa riccia, finalmente. E non riccia, tipo: "Ho i boccoli che cadono sulle spalle così, naturalmente" (vedi Rosaspina/Aurora ne "La bella addormentata"). Nooo, una RICCIA VERA! Una riccia che fa sentire meno cessa anche gente come me. Una riccia da "Ma stamattina li hai pettinati quei cazzo di capelli o hai usato il forcone del nonno?". 
Perché non so se avete notato le acconciature delle principesse Disney. A parte Biancaneve con quel taglio osceno, tutte le altre hanno queste chiome fluenti che NON ESISTONO. E le bambine, come me, si sentivano sempre un po' escluse. Tra l'altro, sempre togliendo Biancaneve, tutte bionde e tutte con gli occhi chiari. Questa principessa è una rossa verace, di quelle che al mio paese taccerebbero per "donna tinta" (cioè cattiva!). 
Merida è una a cui non interessa l'amore: non dorme per anni aspettando il bacio del principe e non aspetta che uno le porti una scarpetta di vetro per provare al mondo di essere una principessa. Sfida tutti e se stessa. Combatte il suo destino. 
Ho riso e sperato insieme a Merida. 
Un cartone animato nel quale esce tutta la forza delle donne e quella lotta interna tra scegliere la propria strada o fare la cosa giusta che renda felici i genitori. La madre di Merida, la regina, è un altro personaggio forte e bellissimo. Pensa di fare il bene della figlia ma arriverà anche lei, in un modo tutto particolare, a comprendere quella piccola ribelle. 
Un cartone che, forse, non farei vedere a mia figlia piccola (se ne avessi una). Un po' troppo cruento in alcune parti. Ma che consiglio dai 12 anni ai 99.  

Un po' mi rivedo in Merida. D'altronde anche lei voleva fare la principessa e poi ci ha ripensato! ;)

Ribelle, One Day "to Rome with love": sembra, tra le altre cose, il titolo del film della mia vita!!

E voi, li avete visti? Che ne pensate? 

lunedì 31 dicembre 2012

I miei auguri per il 2013!


Mi sono seduta davanti a questo foglio bianco tante volte. Avrei voluto scrivere di diverse cose. Poi, mi è mancato il tempo, la voglia, l’idea. 
Ho mille pensieri che si confondono tra loro e restano sospesi. Sono come il fumo di una sigaretta. Sento che ci sono, vedo in che direzione vanno e poi.. puff, spariti. Per sempre.

Natale è passato anche quest’anno, per fortuna aggiungerei. 
E’ stato un Natale più nelle mie corde. Fatto di famiglia, amici, risate. Ho eliminato tutta quella parte ipocrita delle feste che mi faceva sentire spaesata: le telefonate forzate, gli sms di rito copiatieincollati, i regali da sbattimento.
Chi volevo ci fosse, alla fine c’è stato. Anche solo con una telefonata, anche solo per un “come stai?”. 
Era il mio primo Natale da single dopo anni e pensavo che sarebbe stato strano e, invece, è stato sereno, liberatorio e forse perfetto così.
Finite queste feste veniamo catapultati in quel breve periodo dell’anno in cui è d’obbligo fare un bilancio. 
Per una del mio segno zodiacale è quasi un rito. Traccio una linea immaginaria e divido gli eventi: positivo, negativo, così così, da rivedere. 
E’ un lavorone! 
Questo 2012 lo archivio a malincuore, non perché sia stato l’anno migliore di tutti ma perché è stato vita pura. 
Vita che ti prende e ti dice che è ora di guardarti intorno, di sporcarti le mani e ridere con il cuore. 
Ho pianto tanto in questo 2012 e ho pensato mille volte di mettermi a dormire per svegliarmi solo tra qualche anno. Ho avuto bisogno di abbracci caldi e forti che non sempre sono arrivati, ho cercato disperatamente mani di qualcuno che mi sostenesse quando stavo per cadere, ho sentito nitidamente il cuore rompersi più volte. 
Sono stata fragile, consapevole di esserlo. Mi sono sgretolata davanti agli occhi di tanta gente e non ho finto di essere forte. Non ho preteso di essere forte per forza. 
Ho urlato. Ho scoperto che si può piangere e ridere nello stesso momento e che non sempre è positivo. Mi è mancata l’aria tante volte e ancora di più mi sono sentita soffocare. 
Però ho anche riso con il cuore. Ho abbracciato e baciato senza chiedermi se fosse giusto. Mi sono raccontata e ho ascoltato tanto. Ho scoperto che sentimenti come l’ammirazione e la stima sono più forti dell’amore. Ho sfidato i miei limiti e mi sono sentita capace di spostare montagne. Ho tenuto strette le mani di un bambino per giorni e non ho mai desiderato tanto di continuare a farlo. Ho gioito per gioie non mie e l’emozione è stata il doppio. Ho sentito di essere piena anche quando tutto attorno a me mi dava per sconfitta e finita. 
E’ stato un anno consapevole. Di scelte importanti. Difficile e bellissimo. 
Mi aspetto che il 2013 lo sia altrettanto.  Non faccio l’elenco dei buoni propositi perché sarebbe lunghissimo. 
Che sia un anno che ci ponga di fronte a bivi e a scelte importanti. 
Un anno che ci faccia sbagliare. Perché lo spazio per gli errori è importante: sbaglia chi sa osare. Sbaglia e capisce l’errore commesso solo chi è umile. Commette degli errori chi si mette in gioco e non si arrende alla prima caduta. 
Che sia un anno di emozioni che ci fanno ridere per ore o piangere e imprecare per giorni. Di quelle che destabilizzano e ci rendono fragili anche di fronte a chi non vorremmo, perché solo in quei momenti ci apriamo davvero e regaliamo la nostra vera essenza. 
Un anno di amori folli e di grandi passioni. 
Di viaggi fatti con la voglia di guardare il mondo da un altro punto di vista. 
Di grandi cambiamenti, se ne abbiamo bisogno. 
Un anno che spiazza e ci lascia senza parole, con la bocca aperta per qualche secondo. 
E questo è quello che mi auguro e che vi auguro. 
A me, soltanto a me, auguro di avere la forza di scegliere e di portare avanti i miei sogni. E poi come sempre, mi auguro un prato di violette e di fiori blu dove poter stendermi al sole e sentirmi, finalmente, a casa. 

Auguri e grazie per avermi seguito in questi mesi di blog!



lunedì 10 dicembre 2012

Anche Emme per #leaveamessage


Per una come me, che segue Ma Che Davvero da anni, era impossibile non accettare l'invito a sposare #leaveamessage.
Qualcuno l'avrà seguito anche l'anno scorso perché ha fatto numeri pazzeschi e perché i bigliettini di #leaveamessage hanno fanno un successone. 
Quest'anno tornano! Il 14 dicembre siamo pronti a lanciare buone vibrazioni al mondo? 
L'anno scorso andò così, Prima edizione, ma quest'anno vogliamo fare meglio e di più, anche per una buona causa.

In cosa consiste #leaveamessage? 
Semplice! Basta scrivere sui biglietti pensieri positivi, citazioni che ci piacciono, previsioni (ma sempre positive!) per portare il buon umore a chi li leggerà. Soprattutto, basterà lasciare i biglietti in posti in cui hanno la massima possibilità di essere trovati: a scuola, nella sala d'aspetto di un ospedale, all'ufficio, sull'autobus. L'anno scorso, qualcuno, lasciò un biglietto su un aereo, tratta Milano - Parigi. 
"Tracciarli" sarà ancora più facile se userete su twitter e instagram, l'hashtag #leaveamessage. E se ne trovate uno fate lo stesso, fotografatelo e twittatelo. Sarà bello vedere l'effetto che fanno questi messaggi positivi sulla gente.

Se l'idea vi piace e volete farle un po' di pubblicità, scaricate e stampate la locandina qui sotto e aiutateci a promuovere l'iniziativa nella vostra città. Potete appenderla a scuola, in palestra, in ufficio, nel vostro negozio o bar, insomma: ovunque possa essere letto da più persone possibili. E incoraggiate la partecipazione a #leaveamessage nel vostro gruppo! Non sarebbe divertente scoprire, il 14 mattina, tanti bigliettini misteriosi e pieni di sentimenti positivi, tra i grigi computer dell'ufficio? 
E quando arriva il 14 dicembre? 
Scaricate i bigliettini ufficiali di #leaveamessage, creati da Chiara Santamaria, oppure scrivete il vostro pensieri su dei biglietti qualunque. 
Quando avrete finito di scrivere il vostro pensiero positivo, lasciate i biglietti ovunque!
Condividete i vostri biglietti online: tramite twitter e instagram con l'hashtag #leaveamessage, tramite facebook linkando la pagina http://bit.ly/leaveamessage2012.

La novità della seconda edizione di #leaveamessage è il sostegno all' Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze. 
Quale luogo migliore, infatti, per far circolare messaggi positivi e di speranza se non un grande ospedale pediatrico?
Ma che davvero e gli altri blog aderenti all'iniziativa hanno avuto l'onore di parlare con la Fondazione Meyer che ha accettato di buon grado la proposta.
L'ospedale Meyer si è reso disponibile a pubblicizzare #leaveamessage all'interno dei suoi reparti.
Immaginate quanti biglietti ci saranno tra le corsie del Meyer? 

Inoltre vi invitiamo di cuore, se decidete di aderire a #leaveamessage, a fare una piccola donazione alla Fondazione Meyer, che si impegna affinché l'Ospedale possa aiutare sempre più bambini, sempre meglio.
E' semplicissimo, potete farlo: 
  1. Via Facebook, anche tramite Paypol
  2. dal sito dell' ospedale
  3. Acquistando un regalo di Natale solidale
Non è assolutamente una condizione per partecipare a #leaveamessage, solo un invito per dare un senso più concreto a tutta l'energia positiva e ai buoni sentimenti che vogliamo diffondere.

Quale luogo, più di un Ospedale Pediatrico, merita sorrisi e dolcezza, soprattutto sotto Natale?


Pronti? 

martedì 4 dicembre 2012

Fermi tutti.


Fermi. Fermi tutti, mi verrebbe da urlare ogni tanto.
Ma loro, chi mi ascolta, sono già fermi, immobili, bloccati. Senza speranza.
Esagero? 
Esagererei se non li vivessi ogni giorno, se non vedessi i loro occhi vuoti, se non sentissi sulla mia pelle le loro frustrazioni, le loro insoddisfazioni. Che sono anche le mie.
Fino a quando non ci vivi in una terra senza futuro non puoi capire. Pensi che giovane è bello, che tutto è divertente, che tanto il futuro aspetterà.
Ma non è vero niente. Non è vero perché questa parola, “futuro”, ce la ripetono tutti riempiendola di significati che capiscono solo loro. Ci fanno sentire piccoli e inadeguati.
Ci dicono: “Siete giovani choosy”. E noi, invece, di ribellarci, di sbattere i pugni, un po’ ci crediamo e diciamo che sì, forse, lo siamo davvero.
Forse, quelli sbagliati siamo noi.
Ma non è vero un cazzo. 
Cosa c’è di sbagliato nel sognare? Cosa nel desiderare una vita che non sia triste, monotona e che non ci piace?
Mi ricordo gli ultimi anni del liceo, quelli dove sognavamo la vita che veniva e 
ci travolgeva tutti con entusiasmo.
Mi ricordo di un Lui che mi guardava e diceva che avrei spaccato il mondo, se solo lo avessi voluto davvero. Poi quelle parole se l’è portate il vento.
Ricordo di sogni fatti di casa, di risate tra amici. 
“Poi vi sposate e noi veniamo a pranzo da voi ogni domenica!”.
La vita complice di amiche che sognano figli che saranno amici anche loro.
Eravamo dei ragazzini e il mondo ci sembrava in attesa solo di un nostro cenno. Come se non ci fossimo nient’altro che noi.
Ci dicevamo che noi, in questa terra, ci volevamo restare perché ci aveva regalato tanto.
Poi, qualcosa si rompe e lo capisci subito quando accade. Iniziano ad andarsene. Qualcuno per sempre. 
Roma, Milano, Torino, Bologna, Venezia. 
Quante lacrime ho versato davanti un gate? Quante volte ci siamo detti: “la distanza non cambierà le cose?”.
Tutte quelle parole sul restare insieme, sul vederci invecchiare, non hanno più alcun senso.
I pochi rimasti, sono pronti a prendere il volo in questi anni. Stanchi e nauseati dalla stessa città che ci ha cresciuto.
“Altri 5 minuti, solo altri 5!”. 

Fatemi sognare ancora una casa con il giardino, ditemi che un giorno saremo tutti insieme come un tempo a gioire dei nostri successi e a piangere dei dolori che verranno. 
Ditemi che un giorno avrò dei figli e che loro vi chiameranno per nome, che giocheranno insieme ai vostri figli, che andranno a fumare le prime sigarette nello stesso angolo nascosto dove lo facevamo noi.
Datemi la sicurezza di un sogno svanito, ancora per un po’.
Almeno, fatelo oggi.

Domani mi sveglierò meno nostalgica. E penserò alla mia partenza, che a questo punto non è neanche lontana.

venerdì 23 novembre 2012

Roma è Amor al contrario



Un giorno mi hanno scritto AMOR in verticale. Continuavo a guardare quella scritta senza capirne il senso. Ci provavo a trovarne uno, ma niente. Poi a un certo punto, è arrivata come un' illuminazione: "Perché mi hai scritto Roma al contrario?".  (E' successo davvero.)


Ho visto Roma di corsa. L’ho vista tra uno “sbrigati che è tardi!” e un “Dai! Perdiamo l’aereo”.
E’ stato un passaggio così veloce che mi sembra quasi di non esserci stata per niente.
Roma mi fa sempre lo stesso effetto: è adrenalina pura. 
Roma mi fa tornare bambina. Mi fa ricordare quelle sensazioni di stupore che difficilmente riusciamo ad avere nella vita di tutti i giorni. Roma è fatta di prime volte anche quando l'hai vista fino alla nausea.
Roma è quell’ odore di buono che pervade le strade. 
Sono le foglie gialle per terra in Via Veneto. 
Quella scritta “Dolce Vita” in rosso che potrebbe essere benissimo l’insegna di un  circo e invece è messa lì in quella che fu la via di Mastroianni e Fellini.
Roma è il rumore della metro, quel sali e scendi di persone. 


E’ una donna che canta lirica in Via dei Condotti, tra Armani e Jimmi Choo, con un maglione rosa pallido e un lettore cd del ’90. 
Roma è la monetina che lanci nella fontana di Trevi e il desiderio è sempre quello: “voglio tornare al più presto!”. Anche perché pochi altri desideri si avverano così facilmente.
E' lo stupore di uscire da quella via stretta, prima della Fontana di Trevi e vedertela all'improvviso lì davanti, imponente e meravigliosa. E' il rumore dell' acqua che non si ferma mai.
Sono le chiacchiere della gente seduta a Piazza di Spagna e la stanchezza che vedi sugli autobus. 
E’ quell’accento simpatico che ti fa sentire subito a casa anche se casa tua, in effetti, non è. 
Roma è storia che invece di farti sentire piccolo e solo, ti coinvolge e ti fa sentire speciale. 
Sono i passi lenti che si fanno nei vicoli così da guardare i fiori sui davanzali delle finestre e i tavoli fuori dai ristoranti, anche se è Novembre inoltrato.
Sono i negozietti con le maglie “I love Roma” che fanno tanto americanata, ma anche no. 
E’ una sposa che fa le foto in posa davanti una fontana.
Roma sono tutti i turisti che tengono sempre il naso all'insù a guardare quel cielo che è difficile trovare in qualsiasi altro posto.
Roma sono i negozietti piccoli, quell'insieme di oggettini e colori che fanno bene al cuore. 
Roma è la consapevolezza di essere bellissima e incasinata allo stesso tempo. E' una donna che se la tira perché sa di poterlo fare. Ti regala un pezzo di sè per poi farti pensare a quante altre cose ti ha tenuto nascoste. 
Non è mai abbastanza il tempo per viverla davvero, però, ogni volta mi sento sempre un po' più a casa. 
Roma mi fa battere il cuore in un modo che è difficile anche spiegare. E' come sentire di essere nel posto giusto, avere la sensazione che è lì che dovresti stare. Per sempre.
Magari. Un giorno. 


Roma è questo ma anche molto altro. Difficile spiegarla in qualche riga. Ho aggiunto un po' di foto che non sono neanche un granché. Non vogliono essere foto bellissime o professionali. 
E' ancora Roma raccontata in modo diverso che con le parole.