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sabato 20 luglio 2013
Ai tuoi sorrisi
"F, ma questo ha studiato a Yale?"
"Mi sembra di sì. Forse, solo in Erasmus per sei mesi!"
"Ah, però! Secondo te questo mi fidanza?"
"No".
"Ultimamente vivo sempre con questa sensazione del cerchio che si chiude. Solo che non ho ancora capito cosa succede quando si è chiuso del tutto"
"Muori!".
"Pranzi con me?"
"No, vado a casa. E' il mio onomastico. I miei ci tengono!"
"Maa scusaaa, non mi avevi detto che Sant'Alessio era ieri?"
"Si, era ieri. E io non mi chiamo Alessia, infatti!".
Inizio da qui. Dalle cose sceme che ci diciamo, che lo capisci subito quando sono completamente giù/fuori fase e te ne esci con queste battute che sono un mix perfetto e letale di ironia e sarcasmo.
E te lo scrivo qui perché se questo posto esiste, se io scrivo, è (quasi) solo grazie a te che un giorno mi hai detto: "apri un blog e scrivi. Ma scrivi tanto. E scrivimi che mi piace leggerti".
E io oggi ti scrivo.
Oggi che è il giorno dopo dei tuoi 18++.
Lo faccio oggi perché siamo noi così: sempre un po' in ritardo, sempre un passo dopo.
A te che io piangevo e mi tenevi la mano.
A te che interpreti le mie smorfie e poi ne ridi un sacco.
Al tuo modo meraviglioso di entrare nella vita della gente: bussando, piano e chiedendo sempre scusa del disturbo.
Ai tuoi "grazie" perché, ormai, la gratitudine è una roba talmente rara che ti rende ancora più speciale.
Ai tuoi occhi che esprimono un mondo infinito e ogni tanto si bagnano di lacrime.
Alla tua sensibilità.
Alla tua voglia di metterti in gioco.
Ai tuoi mille interessi, i tuoi duemila impegni, alle tue tremila attività che a starti dietro mi gira la testa.
Alla te che voleva chiamare "lui" per dirgli di smetterla di farmi così male.
A te che ti travesti per Carnevale, per Halloween, per le feste e mai nella vita.
A quella foto in cui abbiamo le orecchie da "topo" che mi piace un sacco ma che nessuna delle due ha avuto il coraggio di mettere come foto profilo per non incappare in qualche battuta che non fa ridere.
All'email che ci mandiamo, che ci fanno ridere ma che sono certa non capirebbe nessuno a parte noi.
Alle nottate passate in chat perché nessuna delle due ha sonno e alle nottate passate davanti una birra e un computer a lavorare fianco a fianco.
Alle idee che ti vengono e che coinvolgono tutti.
Alla tua risata contagiosa.
Alla tua voglia di vita.
All'amore che metti nelle cose che fai.
Al meglio che sei riuscita a prendere in me, in quest'anno fatto insieme.
Ai tuoi meravigliosi 18++, perché sono certa che l'importante è non sentirli.
Le cose belle arriveranno, ne sono certa. Te le meriti tutte.
Sei portatrice sana di allegria e se il mondo non gira nel verso giusto per te, non capisco per chi dovrebbe farlo.
Ti voglio bene. Con il cuore.
domenica 5 maggio 2013
Sono un granello di sabbia
Ciao cuore mio. Come stai?
Lo so che ti faccio fare i salti, che sono faticosa anche per te.
Dico che sono forte. Che sto bene da sola. E io ti sento mentre ti ribelli alle mie parole dettate dalla testa.
Non riuscite mai ad andare d'accordo, eh.
C'è il cielo pieno di stelle stanotte. Brillano così tanto che se resti un minuto fermo, a guardare, non puoi che sentirti più leggero. L'odore è quello delle sere estive, quando qualcuno ti tiene per mano e ti dice che sei bella con quell'espressione buffa. Non c'è un'anima qui, nè il rumore di una macchina che passa. Niente. Siamo io, il cielo e questo bisogno di scrivere pensieri senza rileggerli.
Sai cosa ho imparato in questi giorni? Che la sabbia non se ne va neanche se vuoi.
E alcune persone sono come la sabbia. Ci cammini sopra a piedi nudi e ti sembra la cosa più bella di sempre, ma lei - la sabbia così come alcune persone - si è già intrufolata nei posti più strani. Poi, torni a casa e cerchi di pulirti per bene, di rimuovere quella passeggiata in spiaggia. E togli granelli dai piedi, dalle unghia, dai calzini, dalle scarpe, dai risvolti dei jeans. Ma, magari, dopo qualche giorno ritroverai qualche granello dentro la borsa, tra le pagine di una Moleskine, nelle tasche di un jeans. Prenderai il granello di sabbia e sorriderai. Un sorriso che sa di memoria, di nostalgia, di delusione, di entusiasmo. È un mix strano che tu cuore mio continui a sopportare.
Quel giorno in riva al mare, con i nostri nomi scritti sulla sabbia che aspettavano solo il passaggio delle onde per essere cancellati, con il sole al tramonto, ho capito che io certa sabbia me la voglio tenere appiccicata alla pelle. E anche certe storie.
C'era il mio passato e il mio presente in quel fazzoletto di sabbia e mare. C'erano la mia pelle, le mie ossa, la mia carne e poi tu, cuore mio.
L'istinto a chiedere se saranno il mio futuro, anche se la risposta non la voglio davvero. Non ora.
Perché le cose cambiano in fretta e probabilmente domani ci saremo già dimenticati di noi. Avremo già lo sguardo rivolto verso qualcos'altro.
E i granelli di sabbia serviranno a ricordare il rumore del mare, l'odore di quel libro appena acquistato che nessuno leggerà, gli abbracci che non ci siamo dati.
Ho scelto di osare, di sbagliare, probabilmente. Sto cercando un modo per allontanarmi da tutto e da tutti e più cerco di farlo e più mi trovo legata a ciò che ho intorno.
Sono un granello di sabbia. Per quanto mi voglia fare trasportare dal vento, finirò sempre dentro la moleskine di qualcuno.
Lo so che ti faccio fare i salti, che sono faticosa anche per te.
Dico che sono forte. Che sto bene da sola. E io ti sento mentre ti ribelli alle mie parole dettate dalla testa.
Non riuscite mai ad andare d'accordo, eh.
C'è il cielo pieno di stelle stanotte. Brillano così tanto che se resti un minuto fermo, a guardare, non puoi che sentirti più leggero. L'odore è quello delle sere estive, quando qualcuno ti tiene per mano e ti dice che sei bella con quell'espressione buffa. Non c'è un'anima qui, nè il rumore di una macchina che passa. Niente. Siamo io, il cielo e questo bisogno di scrivere pensieri senza rileggerli.
Sai cosa ho imparato in questi giorni? Che la sabbia non se ne va neanche se vuoi.
E alcune persone sono come la sabbia. Ci cammini sopra a piedi nudi e ti sembra la cosa più bella di sempre, ma lei - la sabbia così come alcune persone - si è già intrufolata nei posti più strani. Poi, torni a casa e cerchi di pulirti per bene, di rimuovere quella passeggiata in spiaggia. E togli granelli dai piedi, dalle unghia, dai calzini, dalle scarpe, dai risvolti dei jeans. Ma, magari, dopo qualche giorno ritroverai qualche granello dentro la borsa, tra le pagine di una Moleskine, nelle tasche di un jeans. Prenderai il granello di sabbia e sorriderai. Un sorriso che sa di memoria, di nostalgia, di delusione, di entusiasmo. È un mix strano che tu cuore mio continui a sopportare.
Quel giorno in riva al mare, con i nostri nomi scritti sulla sabbia che aspettavano solo il passaggio delle onde per essere cancellati, con il sole al tramonto, ho capito che io certa sabbia me la voglio tenere appiccicata alla pelle. E anche certe storie.
C'era il mio passato e il mio presente in quel fazzoletto di sabbia e mare. C'erano la mia pelle, le mie ossa, la mia carne e poi tu, cuore mio.
L'istinto a chiedere se saranno il mio futuro, anche se la risposta non la voglio davvero. Non ora.
Perché le cose cambiano in fretta e probabilmente domani ci saremo già dimenticati di noi. Avremo già lo sguardo rivolto verso qualcos'altro.
E i granelli di sabbia serviranno a ricordare il rumore del mare, l'odore di quel libro appena acquistato che nessuno leggerà, gli abbracci che non ci siamo dati.
Ho scelto di osare, di sbagliare, probabilmente. Sto cercando un modo per allontanarmi da tutto e da tutti e più cerco di farlo e più mi trovo legata a ciò che ho intorno.
Sono un granello di sabbia. Per quanto mi voglia fare trasportare dal vento, finirò sempre dentro la moleskine di qualcuno.
mercoledì 13 marzo 2013
Inno alla mia vita..
Mi capita di svegliarmi felice. Non è una cosa rara ma neanche troppo frequente.
Come questa mattina che mi sono svegliata con questa in testa e che quindi fa felicità doppia (almeno per me).
Ho sognato di tornare al liceo: i compiti in classe, il debito di fisica, il prof d'italiano che mi metteva 6 in un compito che pensavo di aver fatto bene. Avevo quell'ansia del "merda, gli esami non finiscono proprio mai" ma, poi, mi sono svegliata e ho capito che avevo finito già da un pezzo.
Quindi, via l'ansia della scuola, via tutto, per realizzare che sono una persona fortunata.
A volte, basta sorridere al mondo per scorgere un po' di sole. Così ho cominciato a ridere alla finestra che mi rimandava un cielo grigio e piovoso.
Cosa c'è di meglio di una buona, sana e rilassante risata quando le cose non vanno proprio nel verso giusto?
Sono una persona fortunata e me lo voglio ricordare anche oggi.
Ho dei genitori che mi hanno insegnato il rispetto e la fiducia. Mi hanno detto di regalarmi al mondo che non è così male come lo fanno sembrare e avevano ragione.
Ho degli amici che mi sostengono, mi tengono per mano senza chiedermi perché ne ho tanto bisogno. Ho delle amiche che prenotano la torta del gusto che piace a me solo perché al cioccolato non mi piace, che mi dicono "buongiorno principessa" come fossi una cosa preziosa, che mi fanno sentire amata anche solo con un "non vedo l'ora di vederti!".
Non sempre le cose mi sembrano così chiare e riesco ad apprezzare questi piccoli momenti ma mi sforzo di farlo spesso.
Siamo sempre lì a lamentarci e mai una volta a dire: "cacchio, quanto sono fortunata".
E io oggi me lo voglio ripetere: sono fortunata.
Se adesso mi dovessi riproporre qualcosa, allora mi direi di abbracciare, baciare, ridere e amare di più.
Per piangere ci sarà sempre tempo. Per lamentarsi tutta una vita.
Ma quando capitano queste giornate che ti addolciscono l'anima, si dovrebbe uscire e urlarlo al mondo.
Amo la mia vita.
domenica 3 febbraio 2013
Cronistoria di una giornata felice
Chiamare le amiche di sempre e piangere a telefono.
Leggere frasi come "piangi fino a quando non hai finito le lacrime" e continuare a piangere, ma singhiozzando. Cercare di scrivere qualcosa che abbia un senso, non riuscirci e tornare a piangere. Rispondere con uno smile, che tu mi capisci o almeno spero.
Sentire il bisogno di un abbraccio, non uno a caso, quell'abbraccio.
Sentire che la mia gioia è condivisa dalle persone più importanti per me, di non essere sola, nonostante, negli ultimi mesi, ci sia un po' di vuoto intorno.
Ricordarsi che è giovedì. Leggere l'oroscopo d' Internazionale e sentirsi felici, confusi, impauriti ed emozionati. Per un oroscopo? Sì, anche per quello.
Uscire presto da casa come non facevo da anni. Stendersi su un prato e sentire il sole sulla pelle, a fine Gennaio. Parlare di un futuro che fa più paura di prima ma fa battere il cuore più forte.
Mangiare una torta con doppio strato di cioccolato e dimenticare, per una volta, l'ossessione della bilancia.
Guardare tua "nipote" che gioca con il tuo cane e pensare che queste saranno le cose che ti mancheranno di più in assoluto.
Parlare a telefono senza sapere perché il dito è andato proprio su quel nome e su quel tasto verde. Ridere e poi arrabbiarsi e poi di nuovo ridere. Pensare che prima o poi darò un nome anche a queste "emozioni".
Sentire che non sto più rincorrendo la vita: non è una corsa a chi arriva prima e taglia il traguardo.
Guardare quelle mure gialle e arancioni e pensare che, forse, non ne hai mai viste di così belle.
Cercare di imprimere nella memoria quelle scale, quel sole, quel vento, quell'odore, per portarlo con te per sempre.
Bere una birra fredda, in un pub affollato, augurandosi una "buona vita".
Raccontarmi le cose che mi hanno cambiato la vita e il punto di vista da cui la guardo: di quella volta che mi è tremata la terra da sotto i piedi, degli occhi della signora anziana seduta in libreria a Firenze, delle mani di Ale che non si cancellano neanche dopo mesi di sapone, di quel Pasolini che ha detto che non vogliamo essere giovani stanchi, di quel bambino biondo e quell'altro un po' più scuro che hanno un segreto che conoscono solo loro, di quella foto "rubata" che mi racconta talmente bene che quasi mi spaventa, di tutti quelli in arancione che mi hanno fatto capire quanto il concetto di stanchezza sia relativo, di quegli occhi profondi come un pozzo che ti fanno venir voglia di lanciare la monetina ed esprimere un desiderio.
E' un giovedì come un altro eppure è tutto così speciale che è difficile da descrivere.
A volte abbiamo solo bisogno di una spinta per capire cosa vogliamo fare, davvero, nella nostra vita. Questa volta per me, è stata una spinta di tante mani, tutte diverse.
Le ho prese e mi sono data la forza per combattere. Non voglio più rischiare di svegliarmi tra trent'anni con il rimorso di non averci provato.
Me l'hai insegnato tu, papà, cosa vuol dire passione. Mi hai insegnato che per la passione si può mettere da parte anche la razionalità. Quindi, non volermene se non sarò mai quello che sognavi.
Ho provato a essere perfetta così tante volte e quasi sempre ho fallito o esagerato.
Voglio l' amore: per le cose faccio, per me stessa, per la mia vita, per gli altri.
Voglio sapere cosa vuol dire svegliarsi la mattina con la consapevolezza di percorrere una strada che non è già stata battuta da altri. E' mia. E sarà dura, mi farà cadere chissà quante volte, mi maledirò e sarò incazzata con me stessa. Proseguirò quella strada con la fierezza che mi avete insegnato.
"Testa e collo in alto. E sorridi." mi hanno gridato per anni dentro una sala prove.
Andrò avanti per quella strada scoscesa e difficile, ringraziandomi e ringraziandovi per avermi fatto diventare quella che sono oggi.
Sto rinunciando all'agiatezza di una vita comoda ma il mio è un percorso senza ritorno, ormai. Ve l'avevo detto, volevo fare la principessa e poi ci ho ripensato.
E' un nuovo inizio. E' una nuova nascita. Io questo giovedì me lo voglio ricordare come il giorno della felicità assoluta, con le lacrime che mi rigavano il volto e mi "battezzavano" per la seconda volta.
Leggere frasi come "piangi fino a quando non hai finito le lacrime" e continuare a piangere, ma singhiozzando. Cercare di scrivere qualcosa che abbia un senso, non riuscirci e tornare a piangere. Rispondere con uno smile, che tu mi capisci o almeno spero.
Sentire il bisogno di un abbraccio, non uno a caso, quell'abbraccio.
Sentire che la mia gioia è condivisa dalle persone più importanti per me, di non essere sola, nonostante, negli ultimi mesi, ci sia un po' di vuoto intorno.
Ricordarsi che è giovedì. Leggere l'oroscopo d' Internazionale e sentirsi felici, confusi, impauriti ed emozionati. Per un oroscopo? Sì, anche per quello.
Uscire presto da casa come non facevo da anni. Stendersi su un prato e sentire il sole sulla pelle, a fine Gennaio. Parlare di un futuro che fa più paura di prima ma fa battere il cuore più forte.
Mangiare una torta con doppio strato di cioccolato e dimenticare, per una volta, l'ossessione della bilancia.
Guardare tua "nipote" che gioca con il tuo cane e pensare che queste saranno le cose che ti mancheranno di più in assoluto.
Parlare a telefono senza sapere perché il dito è andato proprio su quel nome e su quel tasto verde. Ridere e poi arrabbiarsi e poi di nuovo ridere. Pensare che prima o poi darò un nome anche a queste "emozioni".
Sentire che non sto più rincorrendo la vita: non è una corsa a chi arriva prima e taglia il traguardo.
Guardare quelle mure gialle e arancioni e pensare che, forse, non ne hai mai viste di così belle.
Cercare di imprimere nella memoria quelle scale, quel sole, quel vento, quell'odore, per portarlo con te per sempre.
Bere una birra fredda, in un pub affollato, augurandosi una "buona vita".
Raccontarmi le cose che mi hanno cambiato la vita e il punto di vista da cui la guardo: di quella volta che mi è tremata la terra da sotto i piedi, degli occhi della signora anziana seduta in libreria a Firenze, delle mani di Ale che non si cancellano neanche dopo mesi di sapone, di quel Pasolini che ha detto che non vogliamo essere giovani stanchi, di quel bambino biondo e quell'altro un po' più scuro che hanno un segreto che conoscono solo loro, di quella foto "rubata" che mi racconta talmente bene che quasi mi spaventa, di tutti quelli in arancione che mi hanno fatto capire quanto il concetto di stanchezza sia relativo, di quegli occhi profondi come un pozzo che ti fanno venir voglia di lanciare la monetina ed esprimere un desiderio.
E' un giovedì come un altro eppure è tutto così speciale che è difficile da descrivere.
A volte abbiamo solo bisogno di una spinta per capire cosa vogliamo fare, davvero, nella nostra vita. Questa volta per me, è stata una spinta di tante mani, tutte diverse.
Le ho prese e mi sono data la forza per combattere. Non voglio più rischiare di svegliarmi tra trent'anni con il rimorso di non averci provato.
Me l'hai insegnato tu, papà, cosa vuol dire passione. Mi hai insegnato che per la passione si può mettere da parte anche la razionalità. Quindi, non volermene se non sarò mai quello che sognavi.
Ho provato a essere perfetta così tante volte e quasi sempre ho fallito o esagerato.
Voglio l' amore: per le cose faccio, per me stessa, per la mia vita, per gli altri.
Voglio sapere cosa vuol dire svegliarsi la mattina con la consapevolezza di percorrere una strada che non è già stata battuta da altri. E' mia. E sarà dura, mi farà cadere chissà quante volte, mi maledirò e sarò incazzata con me stessa. Proseguirò quella strada con la fierezza che mi avete insegnato.
"Testa e collo in alto. E sorridi." mi hanno gridato per anni dentro una sala prove.
Andrò avanti per quella strada scoscesa e difficile, ringraziandomi e ringraziandovi per avermi fatto diventare quella che sono oggi.
Sto rinunciando all'agiatezza di una vita comoda ma il mio è un percorso senza ritorno, ormai. Ve l'avevo detto, volevo fare la principessa e poi ci ho ripensato.
E' un nuovo inizio. E' una nuova nascita. Io questo giovedì me lo voglio ricordare come il giorno della felicità assoluta, con le lacrime che mi rigavano il volto e mi "battezzavano" per la seconda volta.
martedì 4 dicembre 2012
Fermi tutti.
Fermi. Fermi tutti, mi verrebbe da urlare ogni tanto.
Ma loro, chi mi ascolta, sono già fermi, immobili, bloccati. Senza speranza.
Esagero?
Esagererei se non li vivessi ogni giorno, se non vedessi i loro occhi vuoti, se non sentissi sulla mia pelle le loro frustrazioni, le loro insoddisfazioni. Che sono anche le mie.
Fino a quando non ci vivi in una terra senza futuro non puoi capire. Pensi che giovane è bello, che tutto è divertente, che tanto il futuro aspetterà.
Ma non è vero niente. Non è vero perché questa parola, “futuro”, ce la ripetono tutti riempiendola di significati che capiscono solo loro. Ci fanno sentire piccoli e inadeguati.
Ci dicono: “Siete giovani choosy”. E noi, invece, di ribellarci, di sbattere i pugni, un po’ ci crediamo e diciamo che sì, forse, lo siamo davvero.
Forse, quelli sbagliati siamo noi.
Ma non è vero un cazzo.
Cosa c’è di sbagliato nel sognare? Cosa nel desiderare una vita che non sia triste, monotona e che non ci piace?
Mi ricordo gli ultimi anni del liceo, quelli dove sognavamo la vita che veniva e
ci travolgeva tutti con entusiasmo.
Mi ricordo di un Lui che mi guardava e diceva che avrei spaccato il mondo, se solo lo avessi voluto davvero. Poi quelle parole se l’è portate il vento.
Ricordo di sogni fatti di casa, di risate tra amici.
“Poi vi sposate e noi veniamo a pranzo da voi ogni domenica!”.
La vita complice di amiche che sognano figli che saranno amici anche loro.
Eravamo dei ragazzini e il mondo ci sembrava in attesa solo di un nostro cenno. Come se non ci fossimo nient’altro che noi.
Ci dicevamo che noi, in questa terra, ci volevamo restare perché ci aveva regalato tanto.
Poi, qualcosa si rompe e lo capisci subito quando accade. Iniziano ad andarsene. Qualcuno per sempre.
Roma, Milano, Torino, Bologna, Venezia.
Quante lacrime ho versato davanti un gate? Quante volte ci siamo detti: “la distanza non cambierà le cose?”.
Tutte quelle parole sul restare insieme, sul vederci invecchiare, non hanno più alcun senso.
I pochi rimasti, sono pronti a prendere il volo in questi anni. Stanchi e nauseati dalla stessa città che ci ha cresciuto.
“Altri 5 minuti, solo altri 5!”.
Fatemi sognare ancora una casa con il giardino, ditemi che un giorno saremo tutti insieme come un tempo a gioire dei nostri successi e a piangere dei dolori che verranno.
Ditemi che un giorno avrò dei figli e che loro vi chiameranno per nome, che giocheranno insieme ai vostri figli, che andranno a fumare le prime sigarette nello stesso angolo nascosto dove lo facevamo noi.
Datemi la sicurezza di un sogno svanito, ancora per un po’.
Almeno, fatelo oggi.
Domani mi sveglierò meno nostalgica. E penserò alla mia partenza, che a questo punto non è neanche lontana.
sabato 10 novembre 2012
Un sabato sera alcolico e d'incontri
Ho incontrato la mia compagna di classe secchiona delle medie.
Sticazzi, direte voi.
No, invece, ha dell’incredibile. Almeno per me.
Era sabato sera notte e stavo facendo discorsi impegnati sul cinema italiano con un amico.
Dopo una birra e un sex on the beach cominciate a parlarmi di Sorrentino and friends e.. Gigi Marzullo con tutti i critici cinematografici della domenica notte, su Rai Uno, lèvatevi proprio.
Niente lì, con il cocktail in mano, biascicavo frasi senza un vero senso logico: “Ma sì, Bellocchio sarà Bellocchio ma secondo me anche Ciprì! E vogliamo parlare dei fratelli Taviani? Parliamone!”.
A un certo punto, con la coda dell’occhio vedo passare una ragazza.
Magrina. Capelli neri e faccia cadaverica.
“Ma io quella la conosco!”, ho pensato. Naturalmente, faccio finta di niente e continuo a ridere di una battuta che non ho capito ma che non ho interesse a capire.
Ma la magrina si avvicina e con fare naturale mi dice “Ooooh Emme! Ma tu qui?”.
A quel punto è tutto più chiaro: la secca la conosco e anche bene dato che ci ho passato 3 anni, quasi seduta accanto.
“Oh! Secca! Ciao! Ma sì, sai ci vivo qui! E tu?”
“Eh, anche io. Faccio poca vita sociale ma sono viva. Che bello vederti!”.
La guardo meglio. Ha sempre la stessa faccia. Uguale. Più magra però, che alle medie aveva i fianchi come la Marini (e non è un complimento!).
“E allora, Secca, ti sei laureata? Ora che fai?”
“No, non mi sono più laureata. Ho lasciato l’università. Ma, ora lavoro”.
Cambio espressione mentre nella mia testa ci sono dei russi che ballano quel ballo che forse è polacco (se non avete capito qual è, non è colpa mia).
La Secca non si è laureata. Risata di sottofondo.
Colei che studiava, alle scuole MEDIE, dalle 15 alle 21 senza interruzione alcuna. Colei che non ha mai preso un voto più basso del 9.
Quella che s’incazzava perché io prendevo gli stessi suoi voti ma studiando un quarto, frequentando il corso di danza e di recitazione e facendo il triplo di attività.
Colei che diventava verde acido ogni volta che i professori esaltavano il mio essere così brillante. “Emme può fare tutto nella vita” diceva la prof d’italiano, mentre di lei sforzava un “la Secca è brava!”.
Ha lasciato l’università. Risata di sottofondo.
“Ah! Quindi, niente più laurea. E adesso che fai?”
“Ma niente. Mi sono convertita, lo sapevi?”
“Convertita?” (Emme comincia a sentire l’effetto dell’acool)
“Nomediunareligioneavostropiacere. Poi, ho lasciato l’università perché voglio andare a servire il Signore in Africa. Voglio fare la missionaria.”
(Emme trattiene ogni battuta oscena, idiota e fuoriluogo che il suo stato alcolico le suggerisce.)
“Bello. La missionaria in Africa. Bello. Bello”.
A quel punto avevo finito le parole. Non perché non apprezzi la scelta, che anzi condivido e ammiro, ma ricordo una Secca diversa.
Perché la Secca è quella che non è venuta in gita di terza media, quella attesissima da tutti noi come fosse la prima fuga da Alcatraz, perché non poteva stare lontana di casa per 6 giorni. Va bene, eravamo alle medie ma negli anni non era molto migliorata.
Al liceo non usciva di casa quando non aveva niente di nuovo da mettere, tipo che ti dava un appuntamento e quando non arrivava sapevi già che non aveva trovato, nel suo armadio fornitissimo, nulla che le piacesse.
La gente si sveglia una mattina, si converte e decide di andare in Africa. Ok.
“E quando parti, Secca?”
“Penso presto”.
“Bello. Non sai quanto mi piacerebbe!”.
A quel punto mi guarda in un modo che al solo pensarci mi fa venire i brividi anche adesso che lo scrivo.
Tipo quelle santine inquietanti che ogni tanto si porta dietro mia nonna. Quelle che ti guardano con quello sguardo buono, buono e tu pensi “che vuoi da me, eh?”.
“Lo so, Emme. Ho sempre pensato che avresti fatto una scelta del genere prima o poi. E’ proprio da te!”.
Da me?! Da me che, fino all’ultima volta che mi hai visto, mettevano un “principessa” prima del nome?
Da lì mi sono convinta che in qualche modo ha “sentito” il mio cambiamento. E da lì ho capito che dovevo smetterla di bere per quella sera.
Alla fine mi ha lasciato il numero. Mi ha detto di tenerci in contatto.
Anche per l’ Africa. Soprattutto per quella.
Ero tutta contenta, anche se era finito il Sex on the Beach.
Ci siamo salutate pensando che, magari, in futuro ci vedremo in Africa o chissà in quale parte del mondo.
Quando se n’è andata, ho preso il telefono per salvare il numero.
Un secondo dopo, l’idillio era finito. “Merda, invece di salvare, ho cliccato su elimina numero”.
Addio Secca. Addio Africa.
“Addio monti sorgenti dall’ acque, cime ineguali..”
Addio.
martedì 11 settembre 2012
L'amicizia sui social network?! Ma anche no!
L'amicizia ai tempi dei social network è davvero una strana, stranissima cosa.
E' tutto un "tesoro", "bello/a", "ti voglio bene".
Per non parlare, poi, dei cuori. Comincio a pensare che quella dei cuori sia una malattia.
Delle volte leggo delle cose che mi lasciano interdetta per interi minuti, con la faccia a punto interrogativo e nella testa una frase che mi ripete spesso la mia amica romana: "ma che daverodavero?!".
Per esempio: "Ciao Francesca! Ti ricordi di me? Non ci vediamo da 12 anni ma mi fa piacere ritrovarti. Cuore, cuore!" (ti sei mai chiesta perché Francesca non ti ha mai cercato, chiamato e visto per 12 anni? Ecco! Allora pensi che il tuo commento le interessi?).
Oppure: "Luca sono contentissima di averti visto ieri con Maria. Cuore, cuore." (in questi casi vorrei chiamare i Luca&Maria di turno per dir loro che, no, lei non è contentissima. E quello che ha scritto e quanto di più falso potesse dire).
E potrei continuare all'infinito con esempi sempre peggiori. Ritrovi amiche che si sono dette di tutto alle spalle e poi si mandano tweet di "amore" profondo, gente che quando non ci sei si diverte a dire le cose peggiori su di te e poi ti commenta le foto sottolineando la sua ammirazione nei tuoi confronti.
I social, dopo tutto, altro non sono che un mondo di ostentazioni. Ci teniamo a far vedere che siamo belli, buoni e ammirati. Facciamo sì che tutti vedano quanti meravigliosi "amici" abbiamo. Pubblichiamo affannosamente, facciamo indigestione di commenti spiritosi e amorevoli. Mandiamo cuori a tutti, anche al vicino di casa rompi balle che fino al secondo prima abbiamo maledetto per aver messo il cd di Gigi D'Alessio.
Solo che dopo un po', dopo tutti gli "amore" e le frasi da film romantico, cosa ci resta?
Dei mille amici che abbiamo tra facebook, twitter, pinterest, instagram, chi sarebbe disposto a lasciare tutto per un abbraccio, per asciugarci le lacrime o semplicemente per ridere insieme con una birra davanti?
E' tutto un "tesoro", "bello/a", "ti voglio bene".
Per non parlare, poi, dei cuori. Comincio a pensare che quella dei cuori sia una malattia.
Delle volte leggo delle cose che mi lasciano interdetta per interi minuti, con la faccia a punto interrogativo e nella testa una frase che mi ripete spesso la mia amica romana: "ma che daverodavero?!".
Per esempio: "Ciao Francesca! Ti ricordi di me? Non ci vediamo da 12 anni ma mi fa piacere ritrovarti. Cuore, cuore!" (ti sei mai chiesta perché Francesca non ti ha mai cercato, chiamato e visto per 12 anni? Ecco! Allora pensi che il tuo commento le interessi?).
Oppure: "Luca sono contentissima di averti visto ieri con Maria. Cuore, cuore." (in questi casi vorrei chiamare i Luca&Maria di turno per dir loro che, no, lei non è contentissima. E quello che ha scritto e quanto di più falso potesse dire).
E potrei continuare all'infinito con esempi sempre peggiori. Ritrovi amiche che si sono dette di tutto alle spalle e poi si mandano tweet di "amore" profondo, gente che quando non ci sei si diverte a dire le cose peggiori su di te e poi ti commenta le foto sottolineando la sua ammirazione nei tuoi confronti.
I social, dopo tutto, altro non sono che un mondo di ostentazioni. Ci teniamo a far vedere che siamo belli, buoni e ammirati. Facciamo sì che tutti vedano quanti meravigliosi "amici" abbiamo. Pubblichiamo affannosamente, facciamo indigestione di commenti spiritosi e amorevoli. Mandiamo cuori a tutti, anche al vicino di casa rompi balle che fino al secondo prima abbiamo maledetto per aver messo il cd di Gigi D'Alessio.
Solo che dopo un po', dopo tutti gli "amore" e le frasi da film romantico, cosa ci resta?
Dei mille amici che abbiamo tra facebook, twitter, pinterest, instagram, chi sarebbe disposto a lasciare tutto per un abbraccio, per asciugarci le lacrime o semplicemente per ridere insieme con una birra davanti?
Ecco perché, di solito, le mie amiche sono quelle di sempre e per sempre.
Ora, capiamoci, non è che io voglia fare la morale a nessuno, anche perché sono la prima a usare i social network e a trovarli anche molto interessanti sotto tanti punti di vista. Però, lasciatemelo dire, i legami veri sono un'altra cosa e sono fuori da lì.
L' amicaGF la conosco da quando le colava il moccio dal naso, si vestiva come un piccolo marine e giocava con i maschi. L'ho vista sbocciare e diventare, appunto, bellissima .
Con lei, in pratica, ho fatto tutto: le scuole, la prima sigaretta, i primi amori, i primi baci. Tutto.
Come lei tante altre: alcune me le porto dietro dalle scuole medie, altre dalle superiori.
So che ci sono quando ho bisogno, come io ci sono per loro, anche se sono amiche "atipiche".
So che ci sono quando ho bisogno, come io ci sono per loro, anche se sono amiche "atipiche".
Oggi, per esempio, mi chiama la GF per dirmi che si vede con uno. Mi fa l'identikit con i dettagli.
Io comincio a storcere il naso.
"Emme, però, sei acidissima. Che palle! Sembri la nostra vecchia prof acida e zitella. Sai cosa vorrei consigliarti, vero?". E lo so benissimo cosa vuole dirmi, rido come una matta, rispondo "magari" e poi ride anche lei.
O come l'altra amica, quella che mi sopporta in h24, che ieri se ne esce così: "Sei come quei sapori acidini all'inizio e dolci alla fine. Agrodolce va'". Che non lo so se è una cosa per cui offendersi ma io la trovo fantastica.
Il fatto di sapere che mi diranno sempre quello che pensano senza mezzi termini, che mi guarderanno e diranno "come cacchio hai accoppiato la maglia verde con quelle scarpe rosse" (se mai lo dovessi fare, chiaramente!) o che sorridendo m' inviteranno a "fare le sopracciglia" mi rende la vita più serena.
Non saranno le amiche perfette dai "cuori, cuori" in bacheca e dai commenti dolci sulle foto, ma non m'importa.
Anzi, vi dico un segreto, ho vietato loro di mandarmi cuori e cose sdolcinate perché a me piacciono di più così.
O come l'altra amica, quella che mi sopporta in h24, che ieri se ne esce così: "Sei come quei sapori acidini all'inizio e dolci alla fine. Agrodolce va'". Che non lo so se è una cosa per cui offendersi ma io la trovo fantastica.
Il fatto di sapere che mi diranno sempre quello che pensano senza mezzi termini, che mi guarderanno e diranno "come cacchio hai accoppiato la maglia verde con quelle scarpe rosse" (se mai lo dovessi fare, chiaramente!) o che sorridendo m' inviteranno a "fare le sopracciglia" mi rende la vita più serena.
Non saranno le amiche perfette dai "cuori, cuori" in bacheca e dai commenti dolci sulle foto, ma non m'importa.
Anzi, vi dico un segreto, ho vietato loro di mandarmi cuori e cose sdolcinate perché a me piacciono di più così.
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